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Egitto: Alaa Abdel Fattah è libero

L'attivista Alaa Abdel Fattah, insieme al fotoreporter Mohammed al-Nubi e a Wael Metwally, è stato rilasciato su cauzione. Il giudice ha dichiarato non valida una prova video, addottata dall'accusa come evidenza inconfutabile della sua partecipazione ad una manifestazione anti-governativa. Il video era stato duramente contestato in aula dal suo avvocato, l'attivista per i diritti dei lavoratori, Khaled Ali.

A protester chants slogans during a protest in support of imprisoned activists who are in a hunger strike at prison, in front of the Press Syndicate, in Cairo August 25, 2014. REUTERS/Asmaa Waguih

La politicizzazione della giustizia egiziana

Alaa, blogger e attivista socialista, è stato condannato a una pena di 15 anni di reclusione e al pagamento di una multa pari a 100 mila ghinee (11 mila euro) per aver partecipato a una manifestazione nel novembre scorso in violazione della legge anti-proteste. Alaa ha iniziato lo sciopero dopo aver fatto visita in ospedale al padre Ahmed Seif al-Islam, anziano avvocato che dirigeva il centro per la difesa dei diritti umani Hisham Mubarak, morto due settimane fa per una malattia cardiaca.

L'attivista ha sempre stigmatizzato la politicizzazione del sistema giudiziario egiziano. In un'intervista, rilasciataci dopo l'arresto nel gennaio 2012, Alaa diceva: «La mia detenzione è parte della strategia repressiva dell'esercito». «Lo scopo dei militari è normalizzare l'uso della violenza, e insieme discreditare gli attivisti. È successo a me, succede a "6 Aprile", agli attivisti per i diritti umani, ai socialisti, a chiunque appoggi la contestazione», continuava Alaa.

Un nuovo movimento di protesta «Dank» (in arabo avversità) aveva lanciato nei giorni scorsi una serie di proteste contro la legge che impedisce le contestazioni in tutto il paese. Il governo ha subito accusato il movimento di essere affiliato ai Fratelli musulmani. Il Qatar ha espulso nei giorni scorsi sette leader della Fratellanza, in esilio nel paese, dopo le pressioni esercitate da alcuni governi del Golfo.

Ma segnali di una lotta più pacata agli islamisti moderati sono emersi nelle ultime settimane in Egitto. Sono state commutate in ergastolo, o a venti anni di detenzione, le sentenze di condanna a morte per i principali leader dei Fratelli musulmani, in carcere dopo la strage di Rabaa al Adaweya, che lo scorso anno ha messo fine a un anno di presidenza islamista. Tuttavia, l'ex presidente Mohammed Morsi, in carcere dal luglio 2013, sarà processato, insieme ad altre decine di esponenti del movimento islamista moderato, anche per l'accusa di spionaggio con il Qatar, dopo le accuse di aver rivelato segreti di stato ad Hamas e all'Iran.

Kerry al Cairo cerca il sostegno di Sisi contro l'Isis

Dopo mesi di contrasti tra il presidente Barack Obama e il segretario alla Difesa, Chuck Hagel, sul possibile ridimensionamento degli aiuti militari di Washington al Cairo, insieme a dieci elicotteri Apache, è arrivata anche la benedizione definitiva di John Kerry alla stabilità forgiata dai generali egiziani. Non solo Kerry, in visita al Cairo, ha imbarcato l'Egitto nella lotta allo Stato islamico (Isis), insieme ad altri dieci paesi arabi, ha anche promesso l'appoggio di Washington alla lotta contro i terroristi interni attivi nel Sinai. Secondo Kerry, molti dei jihadisti radicali raggiungerebbero Siria e Iraq proprio attraverso il Sinai. E così per il segretario di Stato Usa, «l'Egitto ha un ruolo centrale per ripudiare pubblicamente l'ideologia che Isis dissemina». Sul tema è tornato anche il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shukri che ha espresso l'impegno del Cairo a combattere i legami tra Isis e gli altri gruppi militanti estremisti della regione.

In precedenza, Kerry aveva incontrato anche il segretario generale della Lega araba, Nabil el-Arabi, per discutere di anti-terrorismo sia in Iraq sia in Libia.

Proprio, la scorsa domenica, i ministri degli Esteri della Lega araba hanno concordato di prendere tutte le misure necessarie contro Isis. Kerry ha anche incontrato esponenti della massima autorità sunnita, la moschea di Al Azhar.

Secondo la stampa egiziana, l'obiettivo del Segretario Usa sarebbe di spingere le autorità religiose egiziane a stigmatizzare il più duramente possibile le azioni di Isis, anche durante i sermoni del venerdì.

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