Egitto: ancora 188 condanne a morte mentre il vecchio regime assolve Mubarak

L’Egitto di al-Sisi che ha deciso di mettere una pietra sopra la transizione democratica, avviata dalle proteste di piazza Tahrir, vive la stessa crisi che il Paese ha attraversato nel 1919. In quel caso, dopo la rivoluzione che avrebbe dovuto cambiare le sorti di milioni di egiziani, le attese deluse segnarono profondamente le aspirazioni di cambiamento dei giovani.

Cairo University students shout slogans against the government after the verdict of former Egyptian President Hosni Mubarak's trial at the university's campus in Giza, on the outskirts of Cairo November 30, 2014. Protests erupted at universities across Egypt on Sunday, condemning a court decision to drop criminal charges against Mubarak, the president whose ouster in the 2011 uprising raised hopes of a new era of political openness. REUTERS/Amr Abdallah Dalsh

Anche in questa fase, gli attivisti laici e islamisti non credono più nel riscatto e nella trasformazione che le rivolte del 2011 facevano presagire.

La pietra miliare della restaurazione dell’ancien régime è stata la sentenza che ha assolto l’ex raìs Hosni Mubarak e l’ex ministro dell’Interno, Abib el-Adli, dalle accuse di aver ordinato di sparare contro i manifestanti nelle rivolte di piazza Tahrir del gennaio 2011 in cui morirono oltre 200 persone, tra le mille che furono uccise nei 18 giorni di occupazione della piazza.

Mubarak e i figli Alaa e Gamal sono stati assolti anche dalle accuse di corruzione e di guadagni illeciti, mosse contro di loro, nell'ambito di un'inchiesta sulla presunta vendita di gas naturale a Israele a prezzi inferiori a quelli di mercato.

Le fasi dei due processi contro Mubarak

Secondo il giudice, in ossequio alle volontà di Sisi, Mubarak non doveva neppure essere processato. Tutto è cambiato rispetto al due giugno 2012, quando Mubarak venne condannato all’ergastolo per le sue responsabilità nella repressione dei movimenti. Tuttavia, nel gennaio 2013, l’istanza presentata dagli avvocati dell’ex presidente alla Corte di Cassazione ha azzerato il primo processo.

La Corte d’appello del Cairo aveva stabilito nell'aprile 2013 per il raìs egiziano la libertà condizionata, pur non disponendone la scarcerazione.

Il tentativo di discolpare Mubarak è partito il giorno seguente alle sue forzate dimissioni. Il 12 febbraio 2011, 24 ore dopo l’annuncio del vice presidente Omar Suleiman che il vecchio leader avrebbe lasciato il Cairo, Mubarak è stato prima trasferito a Sharm el-Sheykh, dove ha vissuto agli arresti domiciliari fino al processo del tre agosto 2011. Nei mesi seguenti, è andato avanti un tentativo costante, perpetrato dai suoi avvocati e dalla televisione di stato, di umanizzare il «diavolo», il principale responsabile di trent’anni di autoritarismo, rappresentandolo come continuamente malato, colpito da attacchi cardiaci o addirittura piangente nel vedere le immagini di Muhammar Gheddafi, trucidato in Libia.

È curioso poi che si voglia negare la responsabilità della polizia nelle violenze: una delle molle che ha innescato le proteste è l’opposizione alle abitudini umilianti e degradanti dei poliziotti nei quartieri popolari. Da poveri, disoccupati e venditori ambulanti, i poliziotti sono sempre stati diffusamente percepiti come una forza paramilitare che usa torture e violenze.

Mille condanne a morte

Ma la giustizia ad orologeria che ha assolto Mubarak, ha spinto invece il piede sull’acceleratore contro gli islamisti. La Corte penale di Giza ha condannato a morte 188 sostenitori dell’ex presidente Mohammed Morsi per l’uccisione di 11 poliziotti, il saccheggio di una stazione di polizia e per aver dato fuoco a veicoli nelle disponibilità dei poliziotti.

L’episodio si riferisce al 14 agosto 2013: la notte dell’orrore di Rabaa al Adaweya, il massacro in cui sono morte forse due mila persone in seguito allo sgombero delle strade occupate dai Fratelli musulmani per protestare contro il golpe militare del 3 luglio 2013. L’attacco alla stazione di polizia di Kerdasa è diventata per i media pubblici e i sostenitori del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi il simbolo dell’uso della violenza da parte degli islamisti contro la polizia.

Lo stesso era avvenuto con i 528 e 683 imputati, inclusi i principali leader della Fratellanza (lo stesso Morsi rischia la forca), condannati a morte dalla Corte penale di Minya per gli scontri che hanno avuto luogo nella città dell’Alto Egitto dopo lo sgombero di Rabaa. Di queste, 220 pene capitali sono state approvate in via definitiva dai giudici egiziani. Nell’ultima analisi periodica sulla situazione dei diritti umani in Egitto alle Nazioni unite, Germania, Ungheria, Francia, Svizzera e Uruguay hanno sottolineato le violazioni sistematiche commesse nel paese e chiesto al governo di cancellare la pena di morte dal codice penale. 

@stradedellest

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