Elogiate dal Fmi, le riforme avviate dal Cairo colpiscono gli egiziani. Aggiustati i conti, serve una politica industriale in grado di creare lavoro. Ma gli ostacoli sono tanti. E per non turbare il voto, al Sisi rinvia il nuovo taglio ai sussidi che può scatenare la rabbia popolare

Ragazzine camminano accanto a un poster del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per le imminenti elezioni presidenziali, al Cairo, Egitto, 19 marzo 2018. REUTERS / Mohamed Abd El Ghany
Ragazzine camminano accanto a un poster del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per le imminenti elezioni presidenziali, al Cairo, Egitto, 19 marzo 2018. REUTERS / Mohamed Abd El Ghany

Mancano pochi giorni alle elezioni presidenziali in Egitto e, per chi se ne fosse dimenticato, ci sono migliaia di poster con le gigantografie del presidente Al Sisi in tutte le strade del Paese a ricordarlo. Su internet circolano miriadi di foto e parodie. C’è persino il video di un tour a Sisi Land, girato su una motocicletta per le strade di Downtown, il centro del Cairo, dove le stampe del presidente campeggiano su edifici o appese a lenzuola una dietro l’altra in mezzo alle strade. In alcune il presidente scruta con fare solenne l’orizzonte, in molte mostra un sorriso a trentadue denti un po’ tirato.


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È l’unico candidato vero della corsa elettorale e da tutti è dato per vincente. Il suo sfidante, Moussa Moustafa Moussa, è riuscito a collezionare un flop dietro l’altro negli unici comizi della sua campagna.

Allora perché questa sovraesposizione iconografica del presidente? L’onnipresenza di Al Sisi intimorisce ma serve anche rassicurare gli egiziani: il presidentissimo debellerà il terrorismo e risolverà i problemi del Paese. Uno in particolare, che da anni preoccupa gli egiziani: l’economia.

Come sta l’economia egiziana? Bene, se lo chiediamo al Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale: il merito sarebbe delle riforme strutturali e dell’intesa Egitto-Fmi del novembre 2017. L’accordo prevede una prima rata di circa 2 miliardi di dollari, nel quadro di un prestito di 12 miliardi di dollari, da ripartire in prestiti triennali. In cambio, le autorità egiziane hanno adottato l'imposta sul valore aggiunto, hanno permesso che il tasso di cambio fosse determinato dalle forze di mercato e hanno ridotto i sussidi per il carburante e l'elettricità.

Secondo un rapporto della Banca mondiale il disavanzo delle partite correnti è diminuito di oltre il 65% nel primo trimestre dell'anno fiscale 2017. A novembre, l’inflazione è scesa al 14% e i tassi di interesse sono diminuiti di 1 punto percentuale. Nel frattempo anche i prezzi al consumo urbano sono scesi al 26% rispetto al 30,8% dell'anno precedente. Attirati dalla svalutazione e da asset economici a buon mercato, gli investitori stranieri hanno acquistato 20 miliardi di buoni del tesoro, contribuendo così a incrementare le riserve straniere a 42,5 miliardi, contro i 19 miliardi di prima dell'accordo. A fronte di questi dati il Fmi si è dichiarato ottimista e ha elogiato il Cairo per le sue riforme.

«Un aggiustamento strutturale inevitabile» dice a eastwest.eu Riccardo Fabiani, esperto di economia politica del Nord Africa per l’Eurasia Group, e che a un anno e mezzo dall’inizio delle riforme sembra funzionare «chiaramente se analizziamo queste riforme da un punto di vista di pura contabilità formale».

C’è un però: «L’Fmi e la Banca Mondiale credono che con le liberalizzazioni, l’economia egiziana possa crescere» dice Fabiani «ma sottovalutano che nel settore privato manca una spinta fondamentale per realizzare una vera politica industriale nel Paese». Ad esempio non ci sono politiche di credito per le aziende e gli stranieri in Egitto si limitano a investire nei settori in cui è più semplice operare, come la produzione del cotone o nell’edilizia - soprattutto resort turistici -, ovvero «In investimenti che non generano ricchezza nel Paese». Pertanto «le liberalizzazioni oggi di fatto sono una svendita per gli investitori stranieri», sintetizza l’analista dell’Eurasia Group .

Inoltre, se è vero che l’inflazione in generale è diminuita, i prezzi di cibo e bevande sono aumentati del 32,3%. «L’impatto di queste riforme sull’economia è stato drammatico» e l’aggiustamento strutturale è stato troppo veloce e violento per la società, commenta Fabiani. L’impennata dell’inflazione che ne è conseguita ha avuto forti ripercussioni in un Paese in cui oltre la metà dei 95 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà. A cui si aggiunge un tasso di disoccupazione del 18% (2017), che fra i giovani raggiunge il 33,1%.

Per questo motivo Al Sisi, all’inizio delle trattative con l’Fmi, non era disposto ad approvare liberalizzazioni selvagge per timore di disordini popolari, a maggior ragione a fronte di tagli sui sussidi, ma alla fine ha dovuto cedere.

«Il punto chiave del nesso politico egiziano dei prossimi cinque anni è il depauperamento della classe media», dice Fabiani. Secondo l’analista dell’Eurasia Group, sarebbe proprio la classe media quella ad essere più colpita dalle riforme, in particolare dalle riduzioni dei sussidi. «La classe media in Egitto non è ricca ma è media perché dagli anni di Nasser paga un quarto del prezzo del pane e delle bollette» specifica Fabiani. Se queste facilitazioni venissero meno, la classe media egiziana si impoverirebbe, assottigliandosi al punto quasi di scomparire. Un esempio pratico: il picco di svalutazione percepito dalla classe media - in Egitto principalmente dipendenti pubblici - ha raggiunto l’80% quando, nello stesso periodo, i salari sono aumentati solo del 10-15%. In sostanza, sintetizza Fabiani, «il potere d’acquisto della classe media è sparito».

Da un lato inoltre il settore pubblico è sotto la pressione delle riforme, mentre il settore privato non è in grado di assorbire una forza lavoro qualificata che continua a gettarsi nel settore dell’informale. «Per evitare tensioni sociali Al Sisi e il governo dovranno puntare molto sul lavoro, con un’importante spinta al settore privato e aumentare gli stipendi ai dipendenti pubblici», continua Fabiani. Con il 2018, il governo egiziano è entrato nella fase II delle riforme: dalla fase di aggiustamento dovrebbe passare all’attuazione di una politica industriale, con la conseguente apertura a investimenti stranieri in settori trainanti come quello automobilistico, che dovrebbero stimolare il settore privato.

«Il governo ha però enunciato solo le linee generali di questa fase» dice Fabiani «e il diavolo sta proprio nei dettagli». Nelle prossime settimane il parlamento egiziano dovrebbe passare una legge che faciliti investimenti stranieri nel settore dell’automobile. Ci sono però ostacoli pratici a cui il governo deve far fronte: da un lato, una burocrazia inefficiente e corrotta, poco aggiornata e poco digitalizzata; dall’altro, l’opposizione di interessi costituiti, come la lobby degli importatori di auto, che non ha intenzione di perdere il monopolio delle licenze.

A fronte di un peggioramento delle condizioni economiche della società «è probabile che nei prossimi mesi scoppino piccole esplosioni sociali controllate» sostiene Fabiani. Nei prossimi mesi infatti è prevista una nuova ondata di aumento dei prezzi: a luglio-agosto aumenteranno i biglietti dei treni e l’elettricità. Al Sisi, consapevole del potenziale impatto dell’inflazione sull'affluenza alle elezioni del 26-28 marzo, ha solo rimandato il prossimo round di tagli ai sussidi energetici, che però arriveranno a metà anno.

L’impatto sociale di queste riforme è molto rischioso, conclude Fabiani, che fa una previsione: se il settore privato non assorbe lavoro e il pubblico non si può permettere di alzare gli stipendi, nel lungo periodo il rischio è quello di un’esplosione popolare generalizzata.

@CostanzaSpocci

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