L’Egitto torna alle urne e l’opposizione può solo boicottare il voto. Al Sisi guarda avanti, vuole riformare la Costituzione per avere l'incarico a vita. Prima però deve eliminare le possibili minacce dentro l’esercito, mai così dominante, ma scosso dallo strapotere del suo clan

La gente cammina sotto i manifesti del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per le imminenti elezioni presidenziali, al Cairo, in Egitto, il 19 marzo 2018. REUTERS / Mohamed Abd El Ghany
La gente cammina sotto i manifesti del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per le imminenti elezioni presidenziali, al Cairo, in Egitto, il 19 marzo 2018. REUTERS / Mohamed Abd El Ghany

Su che base gli egiziani andranno a votare? «Quella del 26-28 marzo non è una vera competizione elettorale» dice a eastwest.eu Issandr el Amrani, analista dell’International Crisis Group. Dello stesso parere sono la campagna “State a casa” organizzata dai movimenti e partiti di opposizione di cui fa parte il nasseriano Hamdeen Sabbahi, e i due ex-candidati civili costretti a ritirarsi dalla corsa elettorale: l’avvocato per i diritti umani Khaled Ali, e l’islamo-liberale Aboul Fotouh, arrestato lo scorso 15 febbraio e tuttora in carcere. L’opposizione, impossibilitata a partecipare alle elezioni, si è trincerata dietro l’unico strumento possibile: il boicottaggio.


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Al Sisi non ha tenuto un solo comizio elettorale, in linea con la posizione che aveva già preso durante la campagna elettorale del 2014. Moussa Moustafa Moussa, lo sfidante attuale, non ci ha nemmeno provato, se non in due comizi al Cairo: nel primo si sono presentati solo gli addetti ai lavori; nel secondo la trentina di persone radunate ad ascoltarlo non hanno saputo formulare uno slogan migliore se non: “Moussa o Al Sisi, a noi vanno bene entrambi!”.

Da un punto di vista puramente elettorale, l’unico cruccio di Al Sisi sarà quindi di produrre una dimostrazione credibile di sostegno pubblico nel giorno delle elezioni, un'affluenza uguale o comunque non inferiore al 47% del 2014, che si traduce in circa 26 milioni di voti. Già nelle presidenziali passate l’affluenza era stata un problema: la Commissione Nazionale per le elezioni aveva addirittura esteso di un giorno le votazioni, all’ultimo minuto, invitando la popolazione a recarsi alle urne e imputando la colpa della scarsa partecipazione al caldo torrido. Il premier di allora, Ibrahim Malaab, aveva addirittura minacciato di multare con 500 lire egiziane chi non si fosse registrato per votare.

Anche a questo giro gli stratagemmi non sono mancati: i poster affissi ovunque che invitano caldamente i cittadini a votare; i bonus cibo distribuiti in fase di raccolta firme per la candidatura di Al Sisi; fino all’ipotesi avanzata dalla parlamentare Dina Abdel Aziz di concedere dei crediti extra agli studenti per “incoraggiare i giovani a partecipare alla vita politica”.

In ogni caso, dice El Amrani, un tasso di partecipazione basso non avrà un vero impatto politico sulla nuova – e già data per scontata – presidenza Al Sisi: «Sarebbe però un chiaro messaggio politico di disaffezione degli elettori nei confronti di elezioni che non considerano valide». Qualunque sia il risultato però, spiega l’analista, non minerà il potere del presidente. Analizzando infatti il suo operato politico degli ultimi 6 mesi, inclusa la brutale esclusione di tutti in potenziali veri candidati, El Amrani è sicuro: Al Sisi sta preparando il passo successivo alla sua rielezione, intende emendare la Costituzione del 2014 in cui è sancito un tetto di due mandati presidenziali, per garantirsi una presidenza a vita.

Il suo nuovo mandato si concentrerà tutto su questo obiettivo, dice El Amrani «Al Sisi non lascerà che altri prendano il suo posto, né militari né civili». Per questo, oltre all’ennesimo giro di vite sulla società civile e sui partiti di opposizione, il presidente ha iniziato una campagna di purghe all’interno dell’esercito. Non si tratta solo di candidati abortiti dell’apparato come Sami Anan, Ahmed Shafik o Ahmed Konsowa, rinchiusi in carceri militari o costretti con minacce a ritirarsi dalla corsa presidenziale ma anche di ufficiali che non sono in linea con le politiche dell’attuale presidente, eliminati attraverso pensionamenti anticipati o licenziamenti.

«All’interno dell’apparato militare ci sono fratture che seguono diverse linee» continua El Amrani: su come Al Sisi stia gestendo la crisi economica, sull’eccessiva repressione contro i Fratelli Musulmani e ogni attività politica di opposizione, sulla rischiosa sovraesposizione dell’esercito nella gestione della cosa pubblica e, soprattutto, sul ruolo sempre più prominente dei militari nell’economia del Paese.

«L’esercito è ovunque» conferma a eastwest.eu Riccardo Fabiani, esperto di economia politica del Nord Africa per l’Eurasia Group. «I militari non sono mai stati così presenti come oggi nell’economia del Paese e hanno totale carta bianca nelle infrastrutture, nell’edilizia e persino nella produzione farmaceutica”.

Al Sisi si è scagliato contro la cerchia di businessmen che erano legati all’ex presidente Mubarak e ai suoi figli Gamal e Alaa, ovvero contro quella commistione di business e politica che da un lato veniva criticata nel 2011 da una piazza Tahrir in rivolta e dall’altro era temuta dall’apparato militare perché questa cerchia neoliberale stava strappando l’industria del Paese dalle mani dell’esercito.

Una delle ragioni per cui il presidente-generale ha avuto successo nel golpe del 2013 e nelle presidenziali 2014, è perché una larga parte degli egiziani vedeva in lui un military-man che avrebbe fatto pulizia delle vecchie dinamiche clientelari di Mubarak. «Oggi però è sempre più palese come Al Sisi stia riproducendo lo stesso modello» sostiene Fabiani «sta sostituendo una vecchia classe clientelare di capitalisti con una nuova di ufficiali, che gestiscono le aziende come se fossero loro proprietà personali conferendosi lauti stipendi».

Non tutti però all’interno dell’apparato hanno diritto alla stessa fetta di torta. Solo i fedelissimi di Al Sisi, gli uomini del presidente che come lui vengono dall’intelligence militare (di cui era il capo) e che insieme a lui hanno fatto la scalata al potere. «Questo è motivo di attrito non solo nelle Forze Armate, ma anche tra le diverse agenzie egiziane di intelligence» spiega El Amrani. Oggi l’intelligence militare governa il Paese e lo fa a discapito di altre fazioni che nel frattempo sono state declassate. Prime fra tutte l’Intelligence Generale, l’entità che ha tenuto le redini del paese sotto Mubarak, allora capeggiata dal Generale Omar Suleiman.

Il 18 gennaio scorso Al Sisi, pochi giorni prima dell’annuncio della sua candidatura, ha rimosso Khaled Fawzy, capo dell’Intelligence Generale dal dicembre 2014: l’uomo che, secondo il New York Times, “sembrava aver riportato in vita l’agenzia dopo il suo fallimento nel prevedere le rivolte del 2011”. Al posto di Fawzy il presidente ha provvisoriamente nominato il suo capo di gabinetto Kamel Abbas. L’ottobre scorso era già saltata un’altra testa: quella del Generale Mahmoud Hegazy, “nuovo” Capo di Stato Maggiore dal 2014.

Nonostante le purghe, «La storia del Medio Oriente ci ha insegnato che i regimi repressivi possono durare per lungo tempo», dice Issandr el Amrani. «Questo non significa che il regime di Al Sisi sia stabile, tutt’altro» continua l’analista. Molto dipenderà dalla prossima mossa del presidente. «Se rispetterà la costituzione, dovrà lasciare l’incarico nel 2020 e preparare la transizione per la sua successione, se invece tenterà la strada della presidenza a vita si aprirà una nuova parentesi di instabilità» conclude El Amrani «che potrà scatenare proteste di piazza dell’opposizione e fomentare ulteriormente elementi contrari all’interno dell’apparato». 

@CostanzaSpocci

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