Il Parlamento approva la legge per dare immunità totale ad una lista di alti ufficiali scelti da al Sisi che rafforza così il suo potere nell’apparato militare. A cinque anni dall’inizio della lotta al terrore, il governo travalica il diritto internazionale e chiude le porte ai processi per crimini contro l’umanità

Il presidente al-Sisi e il ministro della Difesa Zaki partecipano alla cerimonia di giuramento dei nuovi ufficiali dell'esercito al Cairo, in Egitto, il 22 luglio 2018. Dispensa tramite REUTERS
Il presidente al-Sisi e il ministro della Difesa Zaki partecipano alla cerimonia di giuramento dei nuovi ufficiali dell'esercito al Cairo, in Egitto, il 22 luglio 2018. Dispensa tramite REUTERS

Non si sanno ancora tutti i loro nomi, di molti non si conoscono i volti, ma quello che è chiaro è che i “graziati” sono tutti inseriti nella cerchia di potere che conta e che d’ora in poi saranno intoccabili.


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Il 16 luglio scorso, con 596 voti favorevoli e 8 contrari, il parlamento egiziano ha approvato una legge relativa al trattamento riservato ad alcuni comandanti delle forze armate, garantendo loro completa impunità per tutti i crimini commessi tra il 3 luglio 2013, data della sospensione della Costituzione, e il 10 gennaio 2016, data di insediamento dell’attuale parlamento.

Nello specifico, i sei articoli della legge stipulano che la lista di nomi dei generali sarà stilata direttamente dal presidente Al Sisi e ai prescelti verrà concessa un’immunità a vita che eviterà loro di essere coinvolti in procedimenti giudiziari nazionali

Sono passati cinque anni da quando Al Sisi è apparso in televisione il 24 luglio 2013 e, con tanto di occhiali da sole alla Pinochet, ha chiamato gli egiziani a scendere in strada e investirlo ufficialmente di un mandato: confrontare la violenza e il terrorismo. Era l’ufficializzazione della lotta al terrore.

Oggi l’Egitto è di fronte a un importante corollario, di fatto uno snodo, di questa lotta al terrore: si apre una nuova pagina bianca nella storia della giustizia transizionale egiziana che il governo avrebbe definitivamente “cooptato” con questa legge, secondo Mai el Sadany, direttrice del Dipartimento Legale e Giudiziario del Tahrir Institute for Middle East Policy.

In che senso? Da una prospettiva legale, spiega El Sadany, la legge stabilisce un’amnistia selettiva e arbitraria che, invece di agire su incidenti specifici e non gravi intercorsi tra attori civili e militari, mira esclusivamente a proteggere i veri vincitori emersi dalla transizione egiziana post-Mubarak: i militari dell’apparato.

«La legge è incostituzionale», dice a eastwest.eu Amr Magdi, ricercatore dell’area Mena di Human Rights Watch. «Secondo la Costituzione egiziana del 2014, ogni ufficiale è responsabile di fronte alla giustizia”, per cui se un giudice egiziano chiedesse alla Corte Costituzionale di vagliare la legittimità della legge, la Corte sarebbe costretta a invalidarla.

Però, aggiunge Magdi, in questo preciso momento storico il potere giudiziario in Egitto è tutt’altro che indipendente e difficilmente un giudice si esporrebbe adesso, rischiando così non solo il posto ma la propria incolumità.

«Nonostante oggi non ci siano forze in grado di contrastare il potere del presidente Al Sisi, l’apparato militare si protegge per il futuro», continua il ricercatore di Human Rights Watch.

Nei due anni e mezzo indicati dalla legge si sono consumati i massacri più gravi della recente storia egiziana: gli scontri di fronte alla sede della Guardia Repubblicana, le carneficine del 14 luglio 2013 a Rabaa al-Adaweya e in piazza Nahda, comprese tutte le esecuzioni extra-giudiziarie nel corso della “lotta contro il terrorismo” intercorse fino al gennaio 2016, soprattutto in Nord Sinai.

Si tratta di eccidi di massa e di un utilizzo sistematico della tortura che, secondo un rapporto del settembre 2017 di Hrw, hanno tutte le carte in regola per essere definiti crimini contro l’umanità.

Il diritto consuetudinario internazionale consente l'utilizzo della giurisdizione universale per i crimini considerati particolarmente atroci dalla comunità internazionale, come i crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio: per questo la legge approvata il 16 luglio prevede che gli ufficiali prescelti siano anche protetti da immunità diplomatica. Questo garantisce loro una protezione anche in caso di viaggi o di permanenza all’estero.

«Tra le fila dei militari, c’è il timore che alcuni ufficiali possano essere accusati di crimini di guerra nei banchi di tribunali stranieri, come è avvenuto in Svezia e Germania per i criminali di guerra siriani», spiega Magdi.

Il Consiglio Supremo delle Forze Armate (Scaf) sarà d’ora in avanti l'unico organismo che potrà perseguire i funzionari per gli atti commessi durante il lasso di tempo di due anni e mezzo previsti dalla legge.

Il fatto che chi ha diritto all’immunità dipenda direttamente da Al Sisi è altrettanto significativo di questa nuova giustizia egiziana. Il potere di nomina costituisce un forte incentivo di fidelizzazione per il raìs, che sceglie i suoi generali da proteggere.

E’ ancora difficile verificare chi degli alti ranghi sarà incluso. Al momento sono trapelati sono due nomi: l’ex-capo della Guardia Repubblicana, Mohamed Zaki, nominato un mese fa dal presidente ministro della Difesa, e il tenente colonnello Osama Askar, l’assistente del comandante delle operazioni in Sinai.

Per simmetria opposta la legge è, in definitiva, l’ultimo e potente strumento giuridico, e soprattutto politico, che Sisi utilizza per minacciare di stringere il giro di vite all’interno dell’apparato contro chi è particolarmente scontento dell’operato del presidente o osi contestarne l’influenza.

@CostanzaSpocci 

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