In Afghanistan è già iniziato il jihad contro le elezioni

Ventitré attacchi in un mese, 271 vittime, minacce e sequestri. Debole o fasulla che sia – come pensano molti afghani - la democrazia è più che mai nel mirino dei Talebani e dell’Isis. Che colpiscono i centri elettorali dove i cittadini (pochi) si registrano per il voto di ottobre

Poliziotti afgani arrivano sul luogo di un attentato e di un uno scontro a fuoco a Kabul, in Afghanistan, 9 maggio 2018. REUTERS / Mohammad Ismail
Poliziotti afgani arrivano sul luogo di un attentato e di un uno scontro a fuoco a Kabul, in Afghanistan, 9 maggio 2018. REUTERS / Mohammad Ismail

Kabul - "Dal 2004, i Talebani e altri gruppi terroristici provano a mettere a repentaglio il processo elettorale. Ogni volta, il popolo li ha sconfitti, andando in massa alle urne. È così che l’impegno civile dei nostri giovani e dei nostri anziani, delle donne e degli uomini ha protetto la nostra giovane democrazia. Mi sono appena registrato al voto! E voi?".

Così, sabato 11 maggio, sul suo profilo Twitter, Nader Nadery ha reso pubblica la registrazione nelle liste elettorali. Il 20 ottobre, anche lui voterà per eleggere i rappresentanti del nuovo parlamento afghano. Esponente della società civile, già membro dell’Afghanistan Independent Human Right Commission e di altre organizzazioni di ricerca e cooperazione, Nadery rappresenta per molti il volto pulito del Paese. Di quella parte del Paese che crede nella democratizzazione, nell’affermazione dei diritti umani, nel processo elettorale.

Il presidente Ashraf Ghani, tecnocrate cresciuto alla scuola della Banca mondiale, gli ha assegnato un compito importante: responsabile della Commissione per la riforma dell’amministrazione e dei servizi civili. Sostenere il processo elettorale fa parte del suo lavoro. Chi conosce Nadery, però, sa che ci crede davvero. Pensa che la democrazia liberale possa funzionare anche qui, prima o poi. Ma sono in pochi a farlo. Qui la politica è screditata. Il Parlamento svuotato di potere: al governo ci sono ministri la cui candidatura è stata respinta dal Parlamento ma il potere è nelle mani del presidente. Le istituzioni sono percepite come strumenti per l’arricchimento personale.

Se molte cose vi suonano familiari, aggiungete 40 anni di guerra, almeno 3.500 morti civili ogni anno, potenze regionali e straniere che interferiscono, mafie e signori della guerra. E, ovviamente, i Talebani e gli altri gruppi anti-governativi, che «stanno già dimostrando di voler sabotare la tornata elettorale», spiega a eastwest.eu Thomas Ruttig, co-direttore dell’Afghanistan Analysts Network, autorevole centro di ricerca con sede a Kabul, e autore di un recente saggio sui partiti politici afghani.

Tutti gli aventi diritto al voto, circa 13 milioni, devono prima ritirare la tazkira, un nuovo documento d’identità - che continua a far litigare parlamentari, ministri e comunità locali - e poi registrarsi nelle liste elettorali. La registrazione è cominciata il 14 aprile. In un mese circa, poco più di un milione di persone lo ha fatto. Numeri bassi. Tanto da spingere la Commissione elettorale indipendente a prolungare di un altro mese i tempi per la registrazione. Molti temono che non basti a mobilitare la popolazione delusa dalla politica: il governo è paralizzato dall’antagonismo tra il presidente Ashraf Ghani e il quasi primo ministro Abdullah Abdullah, le riforme promesse sono rimaste sulla carta, l’economia arranca, l’insicurezza cresce. E i Talebani e la “Provincia del Khorasan”, la branca locale dello Stato islamico, colpiscono duro, proprio nei centri elettorali.

Il 10 maggio Unama, l’ufficio delle Nazioni Unite a Kabul, ha reso pubblica una ricerca sugli attacchi compiuti dagli insorti. Dal 14 aprile, i ricercatori dell’Onu hanno registrato 23 incidenti, con 271 vittime tra morti (86) e feriti (185), a cui vanno aggiunte 26 persone sequestrate, perlopiù membri dello staff elettorale. Il 75% degli attacchi sono avvenuti nelle scuole o nelle moschee, i luoghi che, insieme alle cliniche sanitarie, sono adibiti alla registrazione ora e al voto poi. In tutto il Paese ci sono circa 7.000 centri elettorali, di vui il 60% sono scuole. La registrazione dei votanti avviene contestualmente allo svolgimento delle lezioni. Lo stesso succede per le moschee: ci si registra mentre si prega.

Il 6 maggio una bomba è esplosa in una moschea a Khost, città dell’omonima provincia al confine con il Pakistan. Tra i 15 civili morti e i 35 feriti c’erano sia fedeli in preghiera sia cittadini che volevano registrarsi. Il 17 aprile a Chagcheran, nella provincia centrale di Ghor, i Talebani hanno bruciato una scuola e sequestrato 4 membri dello staff elettorale. L’attentato più sanguinoso è stato quello del 22 aprile, fuori da un centro di distribuzione della tazkera nel quartiere sciita di Dasht-e-Barchi, a Kabul. C’erano circa 150 persone in fila, in attesa di ricevere il nuovo documento, indispensabile per il voto. Un kamikaze si è fatto saltare in aria: 60 morti e 138 feriti. Secondo la rivendicazione della “Provincia del Khorasan”, l’obiettivo erano gli sciiti – considerati eretici – e lo stesso processo elettorale, empio agli occhi dei jihadisti.

Oltre agli attentati, Unama ricorda numerosi casi di intimidazioni e minacce: contro chi fa parte delle commissioni elettorali, contro chi ritira la tazkera, contro chi dichiara di voler sostenere il processo democratico. "Vi taglieremo le dita", "Vi faremo saltare in aria", "Sequestreremo i vostri figli". Queste le minacce dei Talebani. Ma in alcune zone le comunità locali resistono. Il 23 aprile, nel distretto di Alishang, nella provincia di Laghman, i Talebani hanno radunato centinaia di barbe bianche – i leader tribali – ammonendoli dal partecipare alle elezioni. Secondo il resoconto di Unama, i leader tribali avrebbero dissentito, sostenendo che si tratta di una questione nazionale, e chiesto ai Talebani di non interferire.

Tadamichi Yamamoto, il rappresentante dell’Onu per l’Afghanistan,invece, li ha invitati a partecipare alla vita pubblica del Paese con mezzi pacifici. Con la politica, non con gli attacchi militari. E ha suggerito loro, ancora una volta, “di partecipare alle elezioni, iniziare colloqui diretti con il governo per mettere fine alla sofferenza del popolo afghano”. Un invito che cadrà nel vuoto. I Talebani considerano le elezioni una messa in scena, una farsa orchestrata dalla comunità internazionale per attribuire una patina di legittimità alle istituzioni locali, illegittime perché subalterne alla volontà degli Usa, oltre che per legittimare l’occupazione militare.

Quanto al piano di pace proposto alcune settimane fa da Ghani, mentre la posizione pubblica degli studenti coranici è netta, quella interna - e non dichiarata - più sfumata. Pubblicamente respingono l’offerta, che non prende in considerazione l’aspetto prioritario per gli insorti: la presenza delle truppe d’occupazione. I Talebani dicono che non è Ghani a decidere ma gli americani. È con loro che vogliono trattare, i seguaci di mullah Haibatullah Akhdundzada. Internamente, però, la discussione su tempi, modi e opportunità di una soluzione negoziata al conflitto va avanti da anni. E crea fratture tra le varie anime dei Talebani. Che potrebbero dividersi anche sulla strategia da adottare nel processo elettorale, sia per le parlamentari sia, ancor di più, per le presidenziali del 2019.

Nel 2015, nel corso dei due turni delle presidenziali i Talebani hanno prima sabotato il processo elettorale, poi deciso di rinunciare – in alcune zone riducendo le attività militari, in altri sospendendole del tutto – per permettere che al ballottaggio vincesse Ashraf Ghani, un pashtun, considerato più malleabile del tajiko Abdullah Abdullah, già braccio destro del comandante Masoud e rappresentante di quell’Alleanza del nord che nel 2001 aveva contribuito al rovesciamento dell’Emirato islamico. «Eppure quella scelta non gli ha molto giovato», dichiara a eastwest.eu Thomas Ruttig. Questa volta, dunque, i Talebani potrebbero decidere di affondare il colpo.

Nessuno qui a Kabul scommetterebbe che le elezioni parlamentari, rimandate per ben 3 anni, si terranno davvero nei tempi fissati. Anche per Ruttig è prematuro dirlo. «Le pressioni esercitate, i fattori da considerare sono tanti e diversi», sostiene. «La comunità internazionale vuole senz’altro vederle effettuare. Ma sono state organizzate male».

Dopo la contesa sui risultati delle presidenziali del 2014, quando Ghani e Abdullah si accusavano reciprocamente di brogli, «era stata promessa una riforma elettorale ma non se n’è fatto niente». E la scelta del 20 ottobre potrebbe causare risentimenti: «La neve sulle montagne rischia di impedire a tante persone di partecipare, provocando serie ripercussioni politiche», nota Ruttig. Si tratta in particolare dell’Hazarajat – la fascia centrale del Paese – e del Badakhshan, la provincia nordorientale, le aree più politicamente organizzate, dove è forte la mobilitazione degli hazara, la minoranza sciita spesso discriminata, oltre che di una parte della provincia di Ghazni, dove nel 2014 si sono registrati i risultati elettorali più controversi.

Per il direttore dell’Afghanistan Analysts Network, le parlamentari del 20 ottobre 2018 vanno lette insieme alle presidenziali del 2019: le prime «rappresentano un banco di prova per candidati che potrebbe presentarsi alle presidenziali». Ma allo stesso tempo rimangono distinte: «il voto parlamentare è distribuito per le 34 province, e ogni provincia rappresenta un bacino elettorale – e una campagna politica – differente. Le alleanze locali non si riflettono necessariamente in quelle nazionali».

A livello nazionale, per Thomas Ruttig la più grande contraddizione riguarda il ruolo dei partiti. Che sono dentro e fuori il sistema politico. «In Afghanistan ci sono 74 partiti ufficialmente registrati. Si stanno dando da fare per eleggere quanti più candidati possibile al Parlamento. Ma rimane la contraddizione tra la Costituzione, che consente la partecipazione dei partiti alle elezioni, e la Legge elettorale, che la impedisce”. Ogni candidato corre per sé, formalmente. “Può usare i simboli del partito nei materiali per la campagna elettorale, non nella scheda del voto”. Inoltre, nel Parlamento non ci sono quote riservate agli eletti dei partiti. E “al suo interno non si possono formare gruppi politici, per affiliazione ai partiti”. Una strana forma di democrazia parlamentare. «Una democrazia fondata sui partiti ma non partitica», chiosa Ruttig.

Qualcuno si chiede se si possa davvero parlare di democrazia, per l’Afghanistan di oggi. Nader Nadery parla di una “democrazia giovane”. Thomas Ruttig dice che «anche a volerla guardare in positivo, si tratta quantomeno di una democrazia debole». Per tanti cittadini incontrati qui a Kabul, è una democrazia fasulla. Le tessere elettorali e le tazkiras – raccontano tutti - sono in vendita da tempo. “Il mercato dei voti si allarga giorno dopo giorno”.

@battiston_g

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