La foglia di fico di Al Sisi, candidato unico alla presidenza egiziana

La farsesca candidatura di Mousa consente all’Egitto di conservare le forme della democrazia. Prima però sono stati eliminati uno dopo l’altro gli sfidanti veri, da Shafiq ad Anan, quasi tutti in divisa. La lotta politica è stata confinata all’interno degli apparati

Membri della campagna presidenziale di Al Sisi contano le scatole con la documentazione per la candidatura. REUTERS/Amr Abdallah Dalsh
Membri della campagna presidenziale di Al Sisi contano le scatole con la documentazione per la candidatura. REUTERS/Amr Abdallah Dalsh

Mancano quindici minuti alla chiusura delle candidature per le presidenziali egiziane 2018. Sono le 13.45 del 29 gennaio e un uomo trafelato si fa strada tra le telecamere dei giornalisti e un gruppo di manifestanti che senza sosta scandisce lo slogan “Sisi raisi”, Al Sisi sei il mio presidente. L’uomo stringe in mano una cartella piena di documenti ed è contornato da una decina di uomini incravattati e qualche poliziotto con le ricetrasmittenti in mano. Mousa Moustafa Mousa sale due a due i gradini dell’Autorità Nazionale per le Elezioni, attraversa le porte piantonate da due militari col passamontagna, e schizza a depositare le carte sulla scrivania del giudice. Sono le 13.53. È fatta, appena in tempo. Habemus candidatum.

Poco dopo Mousa Moustafa Mousa è di nuovo fuori sulla scalinata a concedere un sorriso per la stampa. Liscia i baffi e si toglie gli occhiali da sole. L’unico sfidante di Al Sisi nella corsa elettorale del 26-28 marzo posa in mezzo agli uomini del suo partito El Ghad, che accennano segni di vittoria alle macchine fotografiche. Finché non arriva una telefonata, e lo sciame di El Ghad com’è arrivato, se ne va.

Cala il sipario e le prime questioni vengono sollevate: dalla stampa indipendente, dai partiti di opposizione, e anche da chi da lontano ha assistito alla scena. Perché questa candidatura dell’ultimo minuto? Come ha fatto Mousa Moustafa Mousa, in dieci giorni, a raccogliere l’investitura di 25.000 elettori, da 15 governatorati diversi con un minimo di 1000 sostenitori ciascuno?

Perché è solo così che la candidatura è da considerarsi valida: lo stabilisce la legge elettorale, che Al Sisi stesso ha controfirmato.

Sono 47.000 le investiture, specificherà lo stesso Mousa Moustafa Mousa qualche ora dopo in una conferenza stampa; 26 invece i sostegni tra i parlamentari, ma alla stampa, tuttora, non è dato sapere chi. Però quella lista di nomi è importante, non solo perché per legge un parlamentare può sostenere solo un candidato, ma perché il partito El Ghad è apertamente pro-governativo.

Lunedì scorso, già 500 parlamentari su 595 avevano appoggiato la ricandidatura di Al Sisi: le votazioni erano però scalate di 5 ore, proprio per l’entrata all’ultimo minuto di Mousa nella corsa elettorale. Prima di allora, Mousa, aveva appoggiato apertamente la rielezione dell’attuale presidente: una posizione modificata in corsa, che ha dato adito a dubbi che il secondo candidato sia stato scelto a tavolino dal governo per evitare che Al Sisi corresse da solo le elezioni.

«Ogni potenziale candidato pericoloso per Al Sisi è stato costretto a ritirarsi dalla corsa», spiega a eastwest.eu Nathan J.Brown, analista del Carnegie Endowment e professore alla George Washington University: «Il regime voleva che si presentasse un candidato debole, che raccogliesse solo una manciata di voti per legittimare le elezioni». 

Una corsa a candidato unico sarebbe infatti un referendum, non un’elezione. Questo significherebbe intaccare il processo formale, dunque sfatare la democraticità della Repubblica Araba d’Egitto di fronte ai suoi partner internazionali, ma soprattutto sarebbe una valutazione del mandato presidenziale di Al Sisi di questi quattro anni. E per quanto il plebiscito potrebbe garantire una maggioranza bulgara, rischierebbe di indebolire la figura del presidente: solo per il fatto di metterla in esame.

«Ci sono due processi in corso in Egitto al momento», continua Brown: «Il primo, è che sebbene Sisi sia in una posizione forte, ogni forma di reale partecipazione politica è stata soppressa e la lotta si gioca all’interno dell’apparato militare e securitario, dove non sono tutti entusiasti dell’attuale presidente».  Il secondo, dice l’analista, «è che il principale impulso di questo regime è quello di eliminare la politica dalla vita del Paese. E non è preparato a far fronte a una campagna presidenziale».

Non è un caso che tutti i candidati che hanno fatto parte dell’apparato siano stati brutalmente squalificati. Come Ahmed Shafiq, Generale dell’aviazione e Primo Ministro per 33 giorni dell’era post Mubarak, conosciuto dal pubblico egiziano per aver sfidato Mohamed Morsi al secondo turno delle presidenziali 2012. Nel novembre 2017 Shafiq aveva annunciato la sua candidatura da Abu Dhabi, dove si era ritirato a vivere. La sua famiglia racconta che il 2 dicembre è stato prelevato da casa per essere deportato al Cairo, dove è stato “trattenuto” in un hotel per diversi giorni senza possibilità di comunicare con l’esterno. In una dichiarazione pubblica Shafiq ha in seguito detto di essere volato in Egitto per sua volontà. Il 7 gennaio, intanto, si è ufficialmente ritirato dalla corsa elettorale. 

C’è anche Sami Hafez Anan, ex-Capo di Stato Maggiore trascinato a forza fuori dalla sua macchina il 23 gennaio, per essere poi interrogato e rinchiuso in una prigione militare. Il giorno prima aveva annunciato in un video l’ intenzione di correre per le presidenziali, seguendo di poche ore l’annuncio ufficiale della ricandidatura di Al Sisi: «Mi candido per risollevare il declino in cui è caduto il Paese, a causa di strategie difettose che hanno sovraccaricato di responsabilità le forze armate e indebolito il settore civile (…) Invito le istituzioni a rifiutarsi di agire in maniera incostituzionale solo in nome di un presidente, che fra qualche mese potrebbe non sedere più su quella sedia».

L’Autorità Nazionale per le Elezioni ha giustificato la squalifica di Sami Anan, invece, perché il suo nome non era stato ancora rimosso dai registri delle Forze Armate, a cui Anan non aveva chiesto il permesso di candidarsi. Questo gli varrà anche un processo militare, con l’accusa di sedizione. Nel frattempo, si fa terra bruciata intorno a chi l’ha sostenuto: un esempio fra tutti, l’aggressione nei confronti dell’ex capo dell’Autorità di Audit Hesham Genina.

Una fine simile ad Anan l’ha fatta anche il Colonnello Ahmed Konsowa, condannato a 6 anni di carcere militare per essersi candidato. E Mohamed Anwar Sadat, nipote dell’ex presidente Sadat, i cui forti legami con l’intelligence non sono stati sufficienti a far valere la candidatura.

L’ultimo della lunga lista è l’avvocato Khaled Ali, l’unico outsider arrivato direttamente da piazza Tahrir, che il 24 gennaio, a fronte degli arresti, ha deciso di non partecipare al “teatrino elettorale”. Anche per lui la strada prima del ritiro è stata tutta in salita, con tanto di fermi della polizia e pedinamenti. In vista del 2 febbraio, l’inizio ufficiale della campagna elettorale tra i due sfidanti, Khaled Ali e altri partiti di opposizione hanno lanciato una campagna di boicottaggio delle presidenziali. Lo slogan è “State a casa”.

«Vi avverto, quello che è successo sette anni fa in Egitto non si ripeterà con me», ha commentato Al Sisi in persona. Era il 31 gennaio, durante la cerimonia d’inaugurazione di Zohor, il più grande giacimento di gas nel Mediterraneo. Mentre Al Sisi faceva riferimento al rovesciamento di Mubarak, a pochi metri di distanza, ad ascoltarlo, c’era Claudio Descalzi, il Ceo di Eni, che dal governo egiziano ha ottenuto in concessione il 60% di Zohor.

«Non è servito a nulla allora, e non servirebbe a nulla adesso», ha concluso Al Sisi: «…forse ancora non avete capito chi sono».

@CostanzaSpocci 

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