Elezioni in Giordania e l'attesa per il risultato dei Fratelli Musulmani

L’attesa è tutta per il risultato dei Fratelli Musulmani, nel giorno in cui i giordani vanno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento: 130 seggi – 15 riservati alle donne, 9 ai cristiani, 3 alle minoranze circassa e cecena –, 1.252 candidati, divisi in 23 distretti, al vaglio di 4,1 milioni di elettori (su una popolazione totale di 6,6 milioni). Il Fronte di Azione Islamica, braccio politico della Fratellanza, ha deciso di partecipare alla contesa, dopo avere boicottato le elezioni del 2010 e del 2013, quando aveva lamentato ipotesi di frode e un sistema di voto particolarmente iniquo.

A Jordanian man casts his ballot at a polling station for parliamentary elections in Amman, Jordan September 20, 2016. REUTERS/Muhammad Hamed

Osama Al Sharif, uno dei più noti commentatori del mondo arabo (su Twitter è @plato010), spiega ad Eastonline le ragioni di questa scelta: “I Fratelli Musulmani hanno deciso di competere per una serie di motivi, a partire dal fatto che la legge elettorale è stata modificata. Il nuovo sistema consente all’elettore di esprimere più di voto, a differenza di quello precedente, che, secondo la Fratellanza, era stata disegnato proprio contro di lei. Inoltre, i Fratelli negli ultimi cinque anni hanno vissuto momenti difficili, a causa di una serie di defezioni interne e della stretta repressiva da parte del governo, che ha tolto la licenza al movimento e ha riconosciuto ufficialmente un altro gruppo islamista, la Muslim Brotherhood Society. Quindi per loro le elezioni rappresentano l’opportunità di rientrare nell’arena politica, di mettere a prova la loro forza e la loro popolarità. I Fratelli hanno deciso di correre questo rischio. In caso di successo, manderanno un grande messaggio al governo. Se dovessero fallire, il governo potrebbe sostenere che l’opposizione islamista è rappresentata in Parlamento e che la democrazia giordana è ancora più forte ”.

L’assemblea legislativa, in realtà, ha scarsi poteri. La Giordania è una monarchia costituzionale e la Corona resta il fulcro del potere, ancor più dopo gli emendamenti alla Carta approvati di recente, che rappresentano un passo indietro rispetto alle timide aperture riformiste del 2011 (adesso il re sceglierà i membri della Corte Costituzionale e il capo della polizia militare senza passare dal Parlamento, e non sarà più prevista la contro-firma del premier o dei ministri sui decreti reali). Il precedente sistema di voto, che permetteva all’elettore di esprimere una sola preferenza, era cucito su misura per uomini d’affari e leader tribali fedeli alla monarchia. La nuova legge proporzionale dovrebbe in teoria favorire i partiti e promuovere la creazione di alleanze locali: il territorio è stato diviso in 23 distretti, l’elettore vota in primo luogo una lista e, in aggiunta, uno o più candidati. Gli stessi Fratelli Musulmani, ad esempio, hanno creato liste che comprendono personaggi esterni al movimento, compresi alcuni cristiani. Osama è però prudente sull’impatto della nuova legge, considerando il fatto che molte liste sono state formate comunque a partire da coalizioni personali o tribali: “Non possiamo prevedere le conseguenze del nuovo sistema di voto sul processo politico, occorre aspettare l’esito delle elezioni. La legge elettorale è piuttosto complicata ed è stata criticata anche dagli esperti. Il governo sostenere che aiuterà la formazione di partiti, blocchi e coalizioni, e che limiterà il voto di scambio. Io, personalmente, non penso che aiuterà la partecipazione politica da parte dei partiti”.

Apatia e disaffezione sembrano permeare l’elettorato giordano, non diversamente da quanto avviene in Occidente. Prosegue l’analista: “Pochi hanno letto realmente i programmi elettorali annunciati dalle varie liste. I quali, del resto, erano molto generici, erano solo una sequela di promesse. Alcune liste hanno puntato sull’economia, sulla lotta alla corruzione e all’estremismo, ma i giordani sanno che i deputati possono a malapena influenzare le politiche del governo. Per questo motivo, credo, la fiducia nel Parlamento è molto bassa, e bassa sarà anche la partecipazione al voto”.

La monarchia giordana non è stata travolta dalla primavera araba ed anche il dibattito sull’equilibrio effettivo dei poteri si è arenato. Osama non crede che, a breve, ci saranno cambiamenti in questo senso: “La Costituzione è chiara su quello che il Parlamento può fare, e oltretutto le ultime assemblee sono state ancora più deboli, perché la maggior parte dei deputati era lealista, non c’erano partiti o blocchi di opposizione. La più grande sfida per la monarchia adesso è l’economia, che è ancora stagnante (la disoccupazione ufficialmente è al 14 per cento, ma analisi indipendenti parlano di cifre più alte, tra il 22 e il 30 per cento, ndr). L’onere dell’ospitalità verso i rifugiati siriani pesa molto sul budget e per questi problemi non si intravedono soluzioni a breve termine. Quindi sarà l’economia, negli anni a venire, a testare la stabilità del Paese”.

@vannuccidavide

 

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