Elezioni in Iran: il politologo Majid Rafizadeh spegne le illusioni occidentali

È il giorno delle elezioni in Iran: si vota per scegliere i 290 parlamentari e gli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti, vale a dire l’organo incaricato di nominare, ed eventualmente rimuovere, la Guida Suprema. In Occidente le attese sono alte, soprattutto alla luce dell’accordo nucleare e della popolarità del presidente Rohani, dopo la fine del regime delle sanzioni.

Iranian former vice president and candidate for parliamentary election Mohammad Reza Aref and his wife show their ink-stained fingers after casting their ballots during elections for the parliament and Assembly of Experts, which has the power to appoint and dismiss the supreme leader, in Tehran February 26, 2016. REUTERS/Raheb Homavandi/TIMA

Majid Rafizadeh, politologo di origine siro-iraniana, accademico di Harvard, parlando con Eastonline si incarica di spegnere le illusioni: “Sfortunatamente sui media mainstream c’è molta esagerazione riguardo alle elezioni iraniane. Esperti, analisti, giornalisti e politici sostengono che il voto introdurrà dei mutamenti significativi. Avevano detto la stessa cosa della primavera araba. Questa è una maniera semplicistica di analizzare il sistema politico, sociale ed economico dell’Iran. Indipendentemente dai risultati del voto per il Majlis, il Parlamento, e per l’Assemblea degli Esperti, non ci saranno cambiamenti nelle politiche di Teheran, né sul piano interno né su quello internazionale”.

La stragrande maggioranza dei riformisti, lamentano in Occidente, è stata squalificata dal Consiglio dei Guardiani, un organo di sei giuristi e sei chierici, di tendenza conservatrice, che ha il compito di vagliare tutte le candidature agli organi elettivi. Eppure, sottolinea l’accademico, “anche se i riformisti avessero preso il controllo del Parlamento, come è accaduto durante l’era del presidente Khatami (1997-2005, ndr), sarebbero stati silenziati dalle milizie Basij e dai pasdaran, i guardiani della rivoluzione, nell’eventualità in cui avessero cercato di uscire dalla linea e dall’agenda politica, sociale ed economica dettata dalla Guida Suprema e dagli stessi pasdaran”.

Il politologo spiega che in Iran “il Parlamento normalmente si rivolge al Leader Supremo per ottenere il semaforo verde all’approvazione delle leggi. Ad esempio, ora l’assemblea legislativa è controllata dagli hardliner, eppure non ha frapposto molti ostacoli al presidente Rohani, che è un moderato, un centrista. L’accordo nucleare è stato sì approvato, ma perché era Khamenei a volerlo. Del resto, i principali obiettivi di Rohani sono gli stesso dei falchi: mantenere la struttura di potere della Repubblica Islamica. Questo significa che le elezioni non cambieranno affatto gli equilibri del regime, come del resto è accaduto negli ultimi 37 anni”.

E le speranze per la prossima Assemblea degli Esperti? Mal riposte, dice Majid, secondo cui “si tratta solo di un’organizzazione di 88 chierici che, in sostanza, non fanno nulla e cominciano a lavorare solo quando muore la Guida Suprema. Non hanno mai messo in questione le politiche del Leader Supremo e dei pasdaran”. È possibile che sia la prossima Assemblea a votare il successore di Khamenei, che ha 77 anni ed è malato, ma “i suoi membri sono stati già approvati dal Consiglio dei Guardiani, il quale è legato allo stessoKhamenei. Quindi, chiunque verrà eletto nell’Assemblea è accettabile secondo gli standard della Guida Suprema e dei pasdaran. Anzi, sarà loro debitore, perché gli è stata offerta la possibilità di ottenere il seggio. Razionalmente parlando, non sarà neppure l’Assemblea a decidere, nella sostanza, chi sarà la futura Guida. Come scrive nel suo libro Rafsanjani (ex presidente dell’Iran, membro influente, benché minoritario, dell’Assembleandr), nel 1989 ci vollero solo tre ore per scegliere Khamenei, perché la decisione era stata già presa altrove, mesi prima, dietro le quinte, quando Khomeini aveva destituito Montazeri, l’erede designato. Così un articolo della Costituzione fu modificato per consentire a Khamenei di avere la qualifica per l’incarico. I pasdaran sono i padri della repubblica, saranno loro e Khamenei a scegliere dietro le quinte l’erede, se non l’hanno già fatto. E l’Assemblea degli Esperti si limiterà a ratificare una decisione presa altrove”.

Le etichette occidentali non funzionano a Teheran, conclude Rafizadeh: “Non ci sono differenze significative tra gli obiettivi degli hardliner e quelli dei moderati. I moderati hanno bisogno di voti, per cui fanno promesse sulla crescita economica frutto dell’apertura al mondo. Ma Khamenei e i leader dei pasdaran volevano l’accordo nucleare, persino prima che arrivasse Rohani, tant’è che hanno preparato una piattaforma per lui ed hanno aiutato la sua elezione. Anche i moderati sono una creatura del sistema. La differenza coi pasdaran è che questi ultimi hanno un controllo sulla vita politica, economica e sociale del Paese, per cui sono loro a condurre le danze”.

@vannuccidavide

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