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Elezioni in Myanmar: Suu Kyi vince, ma il futuro del Paese è un rebus

La settimana appena trascorsa è destinata a entrare nella storia del Myanmar: l'otto novembre si sono tenute le prime elezioni 'libere' – o quantomeno parzialmente libere – dal 1990, e forse le prime i cui risultati saranno rispettati dal lontano 1962.

Supporters of Myanmar's pro-democracy figurehead Aung San Suu Kyi gather outside National League for Democracy headquarters (NLD) in Yangon, Myanmar, November 9, 2015. REUTERS/Jorge Silva

Tutto è iniziato domenica, quando Aung San Suu Kyi, leader della National League for Democracy (Nld), si è recata alla scuola primaria numero tre di Bahan, il quartiere bene di Yangon. Accolta da una folla di giornalisti e sostenitori, fra schiamazzi e qualche imprecazione, l'eroina democratica del Myanmar si è velocemente intrufolata nel seggio e ha votato - cioè ha esercitato un diritto di cui per decenni i cittadini del Myanmar non hanno goduto.

Come lei hanno votato milioni di Birmani in tutto il Paese. Fra questi c'era Yunn Ei, una ragazza di 23 anni che ha detto a East di essere “molto eccitata per la possibilità di votare.”

“Ho passato tutta la giornata di ieri a pensarci. Qui ci aspettiamo qualche cambiamento, almeno un pochino. Forse un po' di più se ci sarà un nuovo governo,” ha affermato Ei, riferendosi alla possibilità che la Nld prenda il posto dello Union Solidarity and Development Party (Usdp), il partito attualmente al potere.

“Cambiare” è la parola d'ordine. La Birmania è stata dominata dall'esercito per decenni, con risultati a dir poco disastrosi: quando gli inglesi se ne andarono nel 1948, il Paese aveva molti problemi, ma era pur sempre uno dei più ricchi del Sudest asiatico. Dopo decenni di dittatura è oggi uno dei più poveri, con un pil pro capite che nel 2013 era di poco superiore a mille dollari.

Il vento ha iniziato a cambiare direzione nel 2010, quando una tornata elettorale truccata dalle forze armate ha portato al potere lo Usdp. Guidato dal presidente Thein Sein, è iniziato così un processo di caute riforme: la censura è diminuita, la possibilità di protestare è aumentata e gli investimenti dall'estero hanno fatto boom.

Per molti è troppo poco. Lo Usdp è legato a doppio filo con le forze armate – molti dei suoi membri, Thein Sein incluso, sono ex generali – e sbarcare il lunario resta una impresa per la maggior parte dei cittadini. Anche la libertà politica è limitata: nei mesi che hanno preceduto la campagna elettorale diversi studenti sono stati arrestati per semplici proteste, e decine di prigionieri politici continuano ad affollare le carceri.

C'è quindi poco da stupirsi se i birmani vogliono un nuovo governo il più in fretta possibile, ed è su questo tema che la National League for Democracy ha impostato la sua campagna elettorale.

È stata una scelta vincente. Lo spoglio delle schede continua ma è ormai certo che la Nld è avviata verso un trionfo schiacciante, che ha colto di sorpresa anche gli analisti: il successo della Nld era stato anticipato, ma una convinzione diffusa voleva che lo Usdp sarebbe riuscito a raccattare voti in ogni caso, con le buone o con le cattive.

Qualche problema in effetti c'è stato. A Lashio, nello Stato degli Shan, sono sorte controversie, così come nella capitale, Naypyidaw. Qualche voto è sospetto perfino a Yangon, la principale città del Paese e una fortezza della Nld.

Nel quartiere di Thaketa, East ha scovato una sezione nella quale gli intervistati parevano votare in blocco per il governo uscente. “Si può votare per chiunque, ma gli impiegati pubblici preferiscono votare per il governo,” ci ha detto Aye, una signora di mezza età impiegata nella nettezza urbana. “È una forma mentis, e gli impiegati pubblici devono pensare alle proprie famiglie.”

La signora Aye non ha chiarito esattamente perché gli impiegati pubblici, pensando al benessere dei parenti, votino per il governo. Lo ha fatto il tassista che ci ha riportati in centro, spiegando che i dipendenti pubblici a Thaketa sono poveri, e hanno paura di essere licenziati se l'amministrazione venisse a sapere che hanno votato per la Nld.

Questi casi sono stati però limitati, e secondo i dati pubblicati venerdì la Nld ha già ottenuto 348 seggi alle camere, mentre lo Usdp langue a quota 40. In altre parole, il partito di Suu Kyi ha vinto oltre il due terzi dei seggi disputati nella competizione elettorale.

Una quota 'magica', dato che la Costituzione assegna il 25 per cento dei seggi totali alle forze armate, e solo vincendo due terzi di quelli disputati alle elezioni la Nld può ottenere una maggioranza in parlamento.

Resta ora da capire se questa super vittoria della Nld stravolgerà le istituzioni. A molti pare poco probabile, e il motivo principale è ancora la Costituzione: varata nel 2008 dall’ex giunta militare, il testo non solo assegna il 25 per cento dei seggi all'esercito, ma sembra fatto apposta per arginare anche una vittoria assoluta dell'opposizione.

La clausola 59 (f) esclude Suu Kyi dalla carica di presidente perché la Signora ha figli con passaporto britannico, ed è il comandante supremo dell'esercito – non il Parlamento – a nominare i ministri degli interni, della difesa e della sicurezza delle frontiere.

Il capitolo tredicesimo garantisce alle forze armate perfino il diritto di assumere la direzione dell'esecutivo in caso di minacce all'unità nazionale, quale potrebbe essere una insurrezione armata.

In Myanmar sarebbe facilissimo impiegare questa norma: al momento decine di gruppi ribelli operano nelle aree etniche e a ottobre, mentre il cessate il fuoco nazionale naufragava, una offensiva dell'esercito nello Stato degli Shan ha creato oltre 6000 sfollati nel giro di tre settimane.

Come se questo non bastasse, la Costituzione del 2008 è praticamente irriformabile. Per emendarla occorre una maggioranza del 75 per cento e, dato che il 25 per cento dei seggi è affidato a ufficiali militari, nessun risultato elettorale può assicurare riforme non gradite a questi ultimi.

“Cambiamenti? Certamente non per via del voto di oggi. Anche se la National League for Democracy vincesse, avrebbe molto poco potere,” ha detto a East Bertil Lintner, lo storico giornalista ed esperto di affari birmani, anche lui presente al voto di Suu Kyi.

@Mick887

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