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Indipendenza addio, i curdi cercano una nuova via nelle urne d'Iraq

Sabato gli iracheni voteranno per la prima volta dalla sconfitta dell’Isis. Per i curdi sarà anche il primo voto dopo il rovinoso referendum secessionista. Lo storico duopolio Pdk-Puk potrebbe cedere il governo a partiti nuovi. Convinti che “la prosperità del Kurdistan passi da Baghdad”

Manifesti elettorali in vista delle elezioni parlamentari, a Erbil, in Iraq, il 15 aprile 2018. REUTERS / Azad Lashkari
Manifesti elettorali in vista delle elezioni parlamentari, a Erbil, in Iraq, il 15 aprile 2018. REUTERS / Azad Lashkari

I curdi sono stanchi della politica e disillusi dalla leadership che ha cavalcato il rovinoso referendum indipendentista dello scorso 25 settembre. Ma alle elezioni irachene del prossimo 12 maggio saranno chiamati a votare anche loro: oltre quattro milioni e mezzo di persone per le quali la ferita aperta dallo Stato Islamico non si è rimarginata con la cacciata dell’Isis da Mosul o con la riapertura dello spazio aereo. La chiusura era stata imposta da Baghdad per punire il governo curdo e cancellare – insieme a tutta una serie di misure restrittive - l’autonomia di cui la regione godeva di fatto dal 1992.

Quelle di sabato prossimo saranno le prime elezioni dopo la sconfitta - quasi totale - dell’Isis, le quarte dalla caduta del dittatore iracheno Saddam Hussein, e decideranno quale direzione prenderà l’elettorato curdo, che potrebbe definitivamente mettere fine al duopolio politico Pdk-Puk.

Il malcontento popolare, iniziato nel 2015 a causa del ritardo e della riduzione dei pagamenti dei dipendenti pubblici, è cresciuto a dicembre 2017 con manifestazioni di piazza a Sulaymania che hanno provocato cinque morti e almeno duecento feriti. La situazione si è aggravata tra il 25 e 30 marzo scorso, quando l’ondata di proteste ha coinvolto anche Erbil e Dohuk, roccaforte del leader del Pdk Masoud Barzani. La repressione è stata violenta e ha visto l’arresto di decine di giornalisti, attivisti e insegnanti.

Con la riduzione del budget federale passato dal 17 al 12,5% e i mancati introiti delle esportazioni del petrolio di Kirkuk, cuore pulsante dell’economia petrolifera nazionale riconquistato dall’esercito iracheno insieme alla milizia sciita al-Shaabi, né il Pdk né il Puk - che ha perso il leader storico Jalal Talabani - sono in grado di mantenere la struttura clientelare che caratterizza le reciproche sfere di influenze socio-territoriali. Da queste dipendono impieghi statali, vantaggi e profitti. Al loro posto hanno trovato spazio nuovi partiti politici come Gorran, uscito dal Puk nel 2009, la Coalizione per la democrazia e la giustizia-Cdj dell’ex leader Puk Barham Salih, e il movimento Nuova Generazione dell’imprenditore e magnate delle comunicazioni Shaswar Abdulwahid.

Se la campagna elettorale di Pdk e Puk si concentra sulla proposta di una presenza curda compatta e potente per difendere gli interessi del popolo e ottenere la restituzione dei diritti perduti, la percezione è che entrambe le formazioni siano molto divise e smarrite. Di contro Gorran, Cdj e il Gruppo degli Islamisti curdi-Kig hanno firmato ad aprile un accordo per formare una coalizione dopo le elezioni e correranno insieme nei territori contesi. Cdj, Gorran e Nuova Generazione intendono proteggere gli interessi curdi tramite la cooperazione con Baghdad e una buona governance locale. Per il leader del Cdj Salih «Il cammino per la pace e la prosperità del Kurdistan passa per Baghdad».

Sul campo l’atmosfera è altrettanto divisa e i più giovani - metà della popolazione irachena è sotto i 33 anni - sembrano orientati al boicottaggio delle elezioni. Zakaria per esempio è nato nel 1999, frequenta le scuole superiori a Sulaymania e confessa a Rudaw: «Non voterò perché loro (i politici) non hanno fatto nulla per questo Paese». Jamal, appena diciottenne, aggiunge: «Ho la tessera elettorale ma non andrò a votare per nessun partito perché non ho alcuna speranza, né io né la mia famiglia abbiamo ricevuto alcun beneficio. Siamo noi cittadini che mettiamo al potere i partiti e sempre noi li possiamo destituire. L’errore è nostro: all’inizio li applaudiamo, ma alla fine diciamo che non sono all’altezza».

A pesare sulle elezioni c’è anche la perdita dei territori contesi, che potrebbe significare meno seggi per i partiti curdi nell’assemblea e quindi un ridotto potere contrattuale. Non solo, i rappresentanti di Pdk e Puk hanno denunciato limitazioni nelle campagne elettorali a Kirkuk, Nineveh e Sinjar da parte dell’esercito iracheno e delle milizie sciite. Mala Bakhtiar, segretario esecutivo del Puk, ha dichiarato a Kurdistan24 che ai loro candidati non è consentito fare campagna elettorale liberamente e che questa mancato diritto è incostituzionale. Sharqi Mohammed, candidato del Pdk nella provincia di Nineveh ha detto che i suoi sostenitori sono spaventati a manifestare pubblicamente a causa della presenza delle milizie sciite Al-Shaabi: «Hanno preso il posto delle autorità e hanno rimosso i nostri slogan e manifesti».

 @linda_dorigo

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