Gli afghani oggi tornano a votare, almeno nelle zone più sicure. Le parlamentari sono minacciate dalle bombe dei Talebani e da una commissione elettorale che di indipendente ha solo il nome. Shams Khan però ci prova, distribuendo penne e speranze. E sfida i jihadisti a colpi di hadith

I poster elettorali dei candidati parlamentari durante la prima campagna elettorale a Kabul, in Afghanistan, 28 settembre 2018. REUTERS / Omar Sobhani
I poster elettorali dei candidati parlamentari durante la prima campagna elettorale a Kabul, in Afghanistan, 28 settembre 2018. REUTERS / Omar Sobhani

Kabul - «Il mio slogan? Senza educazione non c’è prosperità». Trentotto anni, inglese impeccabile come i suoi abiti da sartoria ben stirati, Haroon Shams Khan è candidato alle elezioni parlamentari che si terranno oggi, sabato 20 ottobre, in tutto l’Afghanistan. Meglio: in tutto l’Afghanistan tranne due province – quelle di Ghazni e Kandahar, dove non ci sono le condizioni minime di sicurezza – e tranne le tante aree del Paese che sfuggono al controllo governativo.


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Haroon Shams Khan si candida nella provincia di Kabul. Ben 804 candidati, una parte significativa dei circa 2.500 che si contendono i 250 seggi della Wolesi Jirga, la Camera bassa del Parlamento. Sessantotto sono per le donne, dieci sono riservati ai kuchi, i nomadi, uno invece dovrà essere condiviso dalle minoranze dei sikh e degli hindu.

Conquistarsi la fiducia degli elettori di Kabul non sarà facile. Ma Haroon Shams Khan conta su due elementi: la rete di sostegno e il fatto di essere ben istruito. “La gente si è stancata dei soliti potenti, i signori della guerra ignoranti, forti solo delle loro armi. Al contrario, io voglio passare dagli AK-47 alle penne, dai kalashnikov all’istruzione. Ogni morto, qui, è figlio dell’ignoranza”. Il suo simbolo elettorale sono proprio tre penne. Ne ha distribuite tante nelle settimane della campagna elettorale, inaugurata il 18 settembre. «Ventisettemila, esattamente, in 9.000 pacchetti da 3 penne ciascuno, con i colori della bandiera afghana. Le distribuisco durante gli incontri, i comizi, le tante assemblee che organizzo: gli uomini del mio staff hanno calcolato che ho incontrato più di 10.000 persone in tutto».

I numeri ballano, in questi giorni. Ogni candidato sostiene di aver arringato folle più numerose degli altri. I più abbienti affittano intere hall di alberghi dagli arredamenti kitsch, convocano centinaia, a volte migliaia di persone, parlano alla folla, gli offrono un pranzo, registrano un video e lo postano immediatamente sulle reti social: «Conta il porta a porta, gli incontri dal vivo, ma contano tantissimo anche i social, soprattutto per raggiungere i più giovani. Quelli a cui mi rivolgo io», racconta Shams Khan.

In un Paese demograficamente molto giovane, si tratta di un bacino elettorale ambito da tutti. Il nostro candidato sostiene di conoscerli bene. «Incontro giovani di tutti i tipi e di tutte le provenienze da più di dieci anni, da quando ho fondato la Shams London Academy». Una rete di scuole di inglese con sedi in molte province che è la base elettorale su cui contare: «Do lavoro a circa 1.000 persone, di cui l’80% donne. Ogni impiegato ha una famiglia. Molti si sono offerti volontari per aiutarmi con la campagna elettorale, tanti mi hanno detto che avrei dovuto candidarmi».

Tra i candidati, a Kabul si fanno i conti. Si dice che dovrebbero bastare 5.000 voti per essere eletti ma nessuno ne è certo. Quel che è certo, ripetono in tanti, è che senza soldi è quasi impossibile ottenere lo scranno. Anche per questo, la campagna è dominata da uomini d’affari, a volte legati ai partiti, a volte ai pezzi grossi del governo, a volte ai vecchi signori della guerra, a volte indipendenti, forti solo del proprio portafogli e della propria generosità.

«È tempo di cambiare», ci dice Shams Khan e come lui sono in tanti a invocare il cambiamento, l’onestà, il rinnovamento di una classe politica che, qui più che altrove, è vista come parassitaria e corrotta.

«Ho scritto dieci libri, l’ultimo è questo». Ci mostra un libretto di poche pagine, caratteri molto larghi, diagrammi e foto. È un piano strategico per rinnovare il Parlamento e combattere la corruzione: «Occorre fare come nella religione: i buoni vanno premiati, con incentivi e avanzamenti di carriera, i cattivi devono finire all’inferno».

La corruzione, insieme all’insicurezza, è la grande preoccupazione di queste elezioni parlamentari, le terze dalla caduta del regime talebano, l’Emirato islamico d’Afghanistan. La complessa macchina elettorale è gestita dalla Commissione elettorale indipendente. Indipendente solo di nome: «La Commissione è composta di membri scelti per nomina governativa. Sulle nomine si sono scontrati soprattutto il chief of executive officer, Abdullah Abdullah, e il presidente Ashraf Ghani che hanno litigato a lungo sul risultato delle presidenziali del 2014 e sulla riforma della legge elettorale. La Commissione non può che riflettere un sistema politico ampiamente opaco, privo di trasparenza», spiega a eastwest.eu Thomas Ruttig, co-direttore dell’Afghanistan Analysts Network di Kabul.

Qualcun altro ci va giù più pesante: «Prendi per esempio il numero totale degli iscritti alle liste, quasi 9 milioni», ci racconta un amico ben informato sulle faccende istituzionali, che preferisce l’anonimato. «Ebbene, sono numeri gonfiati. E sono gonfiati proprio perché molti membri della Commissione vogliono avere pacchetti di voti personali da assegnare ai candidati più vicini o che pagano di più». Parole difficili da confermare. Ma verosimili. «In questo Paese le elezioni sono sempre state manipolate un po’ da tutti. Perché dovrebbe essere diverso questa volta?», chiede retoricamente Ruttig.

Per impedire corruzione e frodi, alcune organizzazioni della società civile manderanno nei seggi elettorali i propri osservatori. «Noi ne abbiamo 1.500 che seguiranno le elezioni in molte province, non in tutte perché in alcune è stato impossibile fare corsi di addestramento e aggiustamento a causa della poca sicurezza”, spiega Yusuf Rashid, direttore di Fefa, Free and Fair Election Forum for Afghanistan. Da molti anni impegnato con Fefa, Rashid conosce bene le difficoltà: «Non filerà tutto liscio, questo no». Alcune arrivano dalla stessa Commissione elettorale «che dovrà garantire spazio di autonomia al lavoro dei nostri osservatori». Altre dagli stessi candidati: «Molti candidati manderanno i propri osservatori. In linea di principio va bene ma potrebbe rivelarsi controproducente in pratica, perché potrebbero intimidire gli elettori, suggerire loro come votare, oppure fermare il processo elettorale se il loro numero è eccessivo».

La comunità internazionale ha tirato i remi in barca: sono previsti soltanto tre osservatori dell’Unione Europea. I soldi sono sempre meno. Le organizzazioni della società civile faticano a organizzare il lavoro: «Nella fase di reclutamento molti ci dicevano: “Perché dovremmo fare gli osservatori gratis, se i candidati ci pagano?”. Inoltre, alcuni candidati hanno provato a comprare i nostri osservatori dicendo che avrebbero pensato loro alle spese. Abbiamo detto di no ma forse qualcun altro ha accettato».

Haroon Shams Khan è tra i candidati che invieranno i propri osservatori ma ha altre preoccupazioni: “Le bombe, la mia vera preoccupazione sono le bombe: se dovesse succedere qualcosa di brutto, gli elettori resterebbero a casa e i brogli sarebbero più facili da fare”.

I Talebani insistono nel dire che saboteranno le elezioni, che faranno di tutto per impedire un’operazione voluta dagli americani e illegittima. Ma finora hanno tenuto il profilo piuttosto basso. Portando però a casa un successo simbolico e militare davvero eccezionale: a Kandahar, le elezioni saranno rimandate di una settimana. La decisione, presa ieri dalla Commissione elettorale indipendente, segue l’attentato di giovedì, quando all’interno del compound del governatore di Kandahar, nel sud del Paese, sono stati uccisi il capo dell’intelligence locale e il capo della polizia provinciale, il generale Abdul Raziq, considerato un eroe da molti afghani ma responsabile di torture, esecuzioni sommarie e abusi secondo Human Rights Watchs e la Commissione dell’Onu contro la tortura. Ferito il governatore Wesa. Presente sul luogo dell’attentato, ma rimasto illeso il generale Scott Miller, a capo delle truppe americane e Nato in Afghanistan.

L’attentato è stato rivendicato dai Talebani che, tre giorni fa, con un comunicato hanno invitato gli uomini di fede a scoraggiare la partecipazione alle elezioni.

«I Talebani? Non hanno niente a che fare con la religione. È tutta una questione politica», dichiara Shams Khan. «Provengo da una famiglia molto religiosa, prego cinque volte al giorno, quando sento dire ai Talebani che le elezioni sono contrarie all’Islam mi viene da ridere. Che si facciano vivi. Li sfido. Senza armi, certo, a colpi di hadith e Corano».

@battiston_g

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