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Turchia, Erdogan rilancia la caccia al voto curdo per vincere domenica

Il voto dei curdi sarà decisivo nelle elezioni di domenica. Così mentre il leader dell’Hdp Demirtas lancia il suo appello dal carcere, Erdogan e i suoi rivali corteggiano gli elettori più conservatori della minoranza. E riportano al centro del dibattito politico una questione tabù

Elettori dell'Hdp mostrano una foto del leader Selahattin Demirtaş a un evento per la campagna elettorale.
Elettori dell'Hdp mostrano una foto del leader Selahattin Demirtaş a un evento per la campagna elettorale. REUTERS/Sertac Kayar

Dal carcere di massima sicurezza di Edirne ha scritto anche un libro, Alba, in cui racconta della Turchia in un momento storico delicatissimo come questo. Selahattin Demirtaş, leader del partito filo-curdo Hdp, è in prigione da oltre un anno accusato di terrorismo e rischia fino a 142 anni di carcere.

Proprio dal carcere gestisce la sua campagna elettorale, affidando le sue parole all’avvocato e alla moglie Basak. Nonostante il panorama mediatico turco sia quasi interamente monopolizzato da Erdoğan – secondo Transparency International tra il 4 e il 31 maggio la TV di Stato TRT ha riservato 105 minuti a Erdoğan, mentre ai suoi oppositori come Ince solo 37, 14 a Akşener, 5 a Karamollaoğlu, 2 a Perinçek e appena 18 secondi a Demirtaş – quest’ultimo è riuscito pochi giorni fa a ottenere una diretta televisiva e indirizzare il suo messaggio agli elettori.

Prima di questo video, sui social è circolata la telefonata alla moglie in cui il leader curdo parla della Turchia e del suo ruolo politico: «Nonostante io mi ritrovi rinchiuso fra queste quattro mura, sono ovunque. In una manifestazione, in uno sciopero, in una conferenza. Ci sono migliaia di Demirtaşin questo Paese: Demirtaş è un povero, è un disoccupato, è un giovane, è una donna, è un bambino, è un turco, un curdo, un armeno. Demirtaş è chiunque voglia essere fiducioso e determinato».

Domenica 50 milioni di elettori turchi - tra questi i curdi sono circa il 18/20% - andranno a votare per le prime elezioni presidenziali e parlamentari dopo gli emendamenti costituzionali adottati all’indomani del referendum dello scorso aprile, che ha trasformato la Turchia in una repubblica presidenziale.

Queste elezioni erano previste inizialmente per novembre 2019, ma sono state inaspettatamente anticipate da Erdoğan sulla scia dei successi militari ottenuti nell’enclave curda di Afrin. La successiva ondata di nazionalismo avrebbe dovuto – nei piani del presidente – cogliere alla sprovvista l’opposizione, che in soli due mesi non sarebbe stata in grado di organizzare una vera campagna elettorale. Ma da settimane ormai l’attenzione dei suoi oppositori è rivolta proprio all’elettorato curdo: un’insolita sensibilità che potrebbe trasformare la comunità curda nell’ago della bilancia.

Tradizionalmente l’elettorato curdo si divide tra conservatori ed elettori di sinistra. Fra questi ultimi ci sono anche i curdi che vivono soprattutto nelle città e che si identificano nel partito pro-curdo Hdp. Nelle ultime elezioni nazionali di luglio e novembre 2015, l’Hdp ha guadagnato il 13 e il 10.7% dei consensi, entrando in parlamento per la prima volta nella storia della Turchia. In seguito al colpo di Stato del 15 luglio 2016, molti membri del partito sono stati arrestati e nove restano in carcere, Demirtaş compreso.

I curdi conservatori delle aree rurali dell’Anatolia centrale e del sud-est del Paese costituiscono invece parte della base di consenso che l’Akp ha costruito dal 2002. Se non voteranno direttamente per l’Akp, daranno il loro consenso a piccoli partiti curdi come Hüda Par, che nonostante possa sembrare insignificante nei numeri delle elezioni nazionali, potrebbe influenzare le preferenze di un circuito più ampio di elettori, soprattutto dopo aver dichiarato il suo appoggio all’Akp alle presidenziali.

I curdi che invece vivono in città e che per lungo tempo hanno sostenuto l’Akp, oggi disapprovano il piglio nazionalistico di Erdoğan e la sua alleanza con l’estrema destra. La perdita del loro supporto potrebbe far scivolare Erdoğan al di sotto della soglia del 50% e portare la Turchia al ballottaggio.

Consapevoli dell’importanza di ogni più piccola percentuale di votanti, Erdoğan e i suoi rivali non si sono tirati indietro e hanno fatto diverse promesse all’elettorato curdo. Ha iniziato ben prima della campagna elettorale Temel Karamollaoğlu del partito Felicity, proponendo una conferenza di pace a Diyarbakir per risolvere la questione curda, e promettendo che se il suo partito sarà eletto risolverà il problema alla radice. Il partito Felicity resta l’opzione più in voga tra quei curdi conservatori infastiditi dalle politiche dell’Akp ma riluttanti a votare per l’Hdp.

Chi ha fatto promesse più concrete è stato Ince di Chp: rilascio di Demirtaş, insegnamento del curdo nelle scuole, rafforzamento del ruolo attivo delle amministrazioni locali e trasferimento del potere amministrativo ai responsabili locali. Analogo approccio è stato quello della veterana nazionalista di destra Akşener del partito IYI che a dicembre scorso, durante una visita a Diyarbakir, si è fatta fotografare mentre baciava un bambino in abiti tradizionali curdi.

Le elezioni turche danno nuova linfa al dibattito sulla questione curda, rimasta un tabù fino al 2015, e la riportano in auge. Erdoğan, che prima di indire le elezioni, è riuscito a far passare una nuova legge elettorale (modifica della composizione dei seggi, spostamento delle urne da un seggio a un altro, a richiesta forze di sicurezza nei seggi), sta giocando le sue ultime carte, le migliori. Perché se non sarà in grado di raccogliere intorno a sé quella parte di elettorato curdo conservatore, gli sarà molto difficile superare il 50% dei consensi e dare seguito all’opera di pulizia dal terrorismo sconfinata in Siria nel cantone di Afrin, e in Iraq sulle montagne di Qandil dove si trovano i guerriglieri del Pkk.

@linda_dorigo

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