Il candidato quasi unico Maduro vola verso la vittoria

La rivolta dei prigionieri politici oscura la fine della campagna, ma Nicolas Maduro ha già la vittoria in tasca in elezioni boicottate da quasi tutta l'opposizione venezuelana. A dispetto di un'astensione prevista al 67%, un gradimento intorno al 15% e nuove sanzioni Usa

Nicolas Maduro e la moglie Cilia Flores durante la chiusura della campagna elettorale a Caracas, Venezuela, 17 maggio 2018. REUTERS / Carlos Garcia Rawlins
Nicolas Maduro e la moglie Cilia Flores durante la chiusura della campagna elettorale a Caracas, Venezuela, 17 maggio 2018. REUTERS / Carlos Garcia Rawlins

La protesta dei prigionieri politici nel Helicoide, il più famoso centro di detenzione a Caracas, ha oscurato i pochi festeggiamenti per la chiusura della campagna elettorale in Venezuela. Una contesa che il presidente uscente Nicolas Maduro ha vissuto come una passeggiata senza rischi, preparandosi a raccogliere i frutti nelle urne che si aprono domani, domenica 20 maggio.

I fatti del Helicoide hanno fatto il giro del mondo, trasformandosi in un evento ad alto tasso simbolico. Qui convivono prigionieri comuni e politici, detenuti che da anni aspettano un processo e chi ha avuto la sentenza di libertà spesso è ancora in attesa dei documenti per uscire. Simbolico è il luogo stesso: una vera cartolina della storia recente del Venezuela. Progettato sotto la dittatura di Marco Pérez Jiménez alla fine degli anni '50, all'interno di un imponente piano urbanistico, doveva essere un centro commerciale all'avanguardia, un vero inno del boom venezuelano. E' chiamato Helicoide per la forma iconica di una piramide elicoidale dove si sarebbe potuto accedere per lo shopping direttamente in automobile seguendo la serpentina dei percorsi. Caduto il regime, fallita l'impresa di costruzione, questo strano edificio sulla collina di Roca Tarpeya ha vissuto vicende alterne, destinato a museo prima e a sede della polizia politica dalla metà degli anni '80. Decisione questa confermata da Hugo Chávez che ha ristrutturato i servizi oggi chiamati Sebin. Oggi è il simbolo di un Paese diventato autistico, attorcigliato in una torsione autoritaria e nel collasso economico: la storia malinconica di quell'edificio si è trasformata in una smorfia inquietante.

Non è la prima volta che in Helicoide i prigionieri politici inscenano proteste e denunciano vessazioni e torture. Ma che la rivolta sia scoppiata a pochi giorni da una delle più controverse elezioni venezuelane ha avuto un enorme impatto mediatico. Alle voci che trapelavano con video-messaggi dal carcere, ha fatto da controcanto l'ottimismo che l'ex-premier spagnolo Luis Rodriguez Zapatero ha espresso ieri nella sede del Cne, il Consiglio nazionale elettorale. L'ex-premier spagnolo si è detto «sicuro che i venezuelani voteranno liberamente» e che le condizioni elettorali sono «praticamente simili a quelle del 2015, quando l'opposizione ha vinto con più di due milioni di voti». Un giudizio tecnico in cui scompare l'intero contesto in cui stanno avvenendo.

Nel frattempo, come ennesimo avvertimento, sono anche arrivate nuove sanzioni da parte degli Stati Uniti su alcune persone-chiave del regime: questa volta a finire nel mirino di Washington è Diosdado Cabello, considerato l'esponente più duro del chavismo, e con lui il suo circolo più stretto, tra cui la moglie Marleny Contreras (ministra del turismo), il fratello José Cabello (che presiede il Seniat, la Sovrintendenza fiscale) e Rafael Sarría Díaz, da sempre denunciato come suo prestanome in varie operazioni imprenditoriali all'estero.

Cosa uscirà domani dalle urne? In pochi hanno dubbi. La principale - e malconcia - alleanza di partiti di opposizione (Mud) chiama all'astensione, non riconoscendo condizioni minime di garanzia per una contesa elettorale. Da questa decisione si sono sfilati tre contendenti: il chavista dissidente Reinaldo Quijada, il leader evangelico Javier Bertucci e l'ex-governatore di Lara Henri Falcón. Se il primo è rimasto quasi nell'ombra, il secondo è stato la vera sorpresa, mettendo in scena una campagna compassionevole e facendo distribuire dagli attivisti della sua chiesa pentecostale migliaia di sopas, di zuppe. Ma è Henri Falcón il candidato più forte dei tre. Uomo molto conosciuto nel Paese, ha una lunga traiettoria politica: ex-militare, chavista della prima ora, governatore molto popolare, si è staccato dal partito al potere per entrare e uscire dalla Mud - ha anche guidato la campagna elettorale di Henrique Capriles Radonski nel 2013 contro Maduro -.

Falcón ha puntato tutto sulla proposta di “dollarizzazione” per superare il crack valutario, sulla scia dell'Ecuador di fine anni '90. Ha chiamato un uomo di finanza di Wall Street come consigliere economico e di vecchi personaggi della IV repubblica per coprirsi sul versante politico. Tuttavia, qualunque sondaggio in queste settimane l'ha sempre tenuto ben lontano dal vantaggio che godeva Nicolas Maduro. Le indagini sul voto scontavano peraltro l'estrema difficoltà di monitorare una campagna sbilenca e un corpo sociale così disilluso e martoriato dalla crisi. L'ultima, di Meganalisis, dava un'astensione del 67% e una facile vittoria del presidente uscente, nonostante sia appoggiato - così si stima - da solo un 15% dei venezuelani. Tutti dati da prendere con cautela ma che danno l'idea di un Paese frastornato. Alla fine, il burro, l'asino, come veniva tacciato Nicolas Maduro, si è rivelato molto più abile di come lo descrivevano i suoi avversari nell'affrontare una tempesta perfetta.

@fabiobozzato

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