La guerra in Siria non c’entra nulla con il gas o il petrolio

Sin dall’inizio del conflitto, abbondano le tesi cospirazioniste che attribuiscono un peso decisivo a presunti piani energetici. Ma quella siriana non è la classica oil war. Perché la rivoluzione dell’energia non convenzionale ha cambiato le coordinate della politica Usa in Medio Oriente

Personale tecnico indossa tute protettive stanno presso la fabbrica di gas e l'impianto di trattamento di Hayan durante una visita da parte di funzionari siriani nella provincia di Homs in questa foto fornita da SANA il 9 marzo 2017, Siria. SANA / Handout
Personale tecnico indossa tute protettive stanno presso la fabbrica di gas e l'impianto di trattamento di Hayan durante una visita da parte di funzionari siriani nella provincia di Homs in questa foto fornita da SANA il 9 marzo 2017, Siria. SANA / Handout

Sin dal principio della spirale di disordine e violenza in cui è precipitata la Siria aleggia sul conflitto la definizione di oil war.
L’entità delle riserve regionali, l’importanza strategica del crocevia levantino, uno dei due chocke points mediterranei, e i progetti di sviluppo del South Stream, che mettono in discussione la dipendenza europea dal gas russo, hanno alimentato speculazioni numerose e talvolta fantasiose sulle radici profonde della guerra civile siriana.

Dalle teorie cospirazioniste più tradizionali, che bollano qualsiasi intervento statunitense nell’area come un tentativo di garantire alle compagnie petrolifere nazionali il controllo sulle riserve mediorientali, a speculazioni più circostanziate e autorevoli, negli ultimi anni si sono susseguite interpretazioni che attribuiscono un ruolo decisivo alla geopolitica dell’energia.

Un lungo j’accuse uscito all’inizio dell’anno scorso su Politico Magazine a firma di Robert F. Kennedy, ad esempio, individua la genesi del conflitto siriano nel veto del Presidente Assad alla pipeline che dal Qatar, attraversando la Siria, avrebbe dovuto far arrivare tra i 60 e i 120 miliardi di metri cubi di gas l’anno in Turchia e quindi in Europa.

Dopo un lungo excursus sulla storia dei retroscena più torbidi della diplomazia USA in Medio Oriente, l’accademico e attivista statunitense formula un’accusa molto grave: “Malgrado le pressioni dei repubblicani, Barack Obama è stato refrattario all’idea di far morire i giovani americani come mercenari per una pipeline. Obama ha saggiamente ignorato le richieste di inviare soldati o aumentare i finanziamenti agli “insorgenti moderati”. Ma alla fine del 2011 la pressione Repubblicana combinata a quella dei nostri alleati sunniti avevano spinto il governo degli Stati Uniti nel conflitto"

Attingendo ad alcuni documenti riservati pubblicati da WikiLeaks, R. F. Kennedy ricostruisce una trama complessa e articolata, che coinvolge direttamente o indirettamente gli Stati Uniti, le monarchie del Golfo, Israele, la Turchia, l’Iran, la Russia e i rispettivi proxy regionali in uno scontro per l’egemonia energetica in Medio Oriente, di cui prima l’Iraq e poi la Siria sono diventati i principali campi di battaglia. La ricostruzione, oggetto di autorevoli critiche sin dalla sua pubblicazione ma dalla notevole risonanza pubblica e mediatica, è stata ampiamente confutata nei mesi successivi dal corso degli eventi.

Ad esempio la frattura all’interno del Gulf cooperation council, che ha portato nel giugno 2017 alla crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Qatar, ha dimostrato che il fronte sunnita è meno coeso di quanto traspaia all’esterno e che i rapporti tra le monarchie del Golfo e l’Iran sono più articolati e ambigui di quanto lasci intendere l’intransigenza saudita.

La tensione tra Riyad e Doha, già nota in ambito diplomatico sin dalla fine degli anni ‘90, trapelava inoltre da numerose informative rese pubbliche proprio da WikiLeaks e già numerosi esperti si erano dichiarati scettici sull’eventualità dell’avallo saudita al progetto della pipeline qatarina (che avrebbe dovuto tagliare in due il territorio di Riyad).

Anche l’apparente schizofrenia strategica della nuova amministrazione americana, espressione delle frange più conservatrici del Gop accusate di fomentare il fumus interventista negli Usa, contraddice l’analisi di Kennedy.

L’avvento dell’amministrazione Trump ha riproposto lo schema che da oltre un secolo sottende alla politica estera statunitense, con rare eccezioni. A dispetto della retorica muscolare e nazionalista che ha contraddistinto la campagna elettorale del nuovo presidente, infatti, sin dal suo insediamento la strategia Usa sembra aver virato verso una prospettiva più isolazionista rispetto a quella dell’amministrazione precedente.

La de-escalation concordata con la Russia, la rimessa in discussione dell’accordo con l’Iran, il rinsaldamento dell’alleanza con l’Arabia Saudita e la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele sembrano il segnale di una profonda rimodulazione della strategia Usa in Medio Oriente: l’abbandono della Dottrina Carter.

L’avvento della unconventional revolution, infatti, ha trasformato gli Usa nel primo produttore mondiale di oli combustibili, slegandoli dal pluridecennale rapporto di interdipendenza con il Medio Oriente. Ed è in questo fenomeno epocale che è riscontrabile il ruolo della geopolitica dell’energia nella crisi siriana.

Il primo e soprattutto il secondo shock petrolifero misero a nudo la dipendenza Usa dalle riserve petrolifere mediorientali. La diretta conseguenza della presa di coscienza da parte del governo americano dell’importanza per la sicurezza nazionale Usa dei giacimenti petroliferi mediorientali indusse il presidente americano Jimmy Carter a elaborare l’omonima dottrina strategica: gli Usa non avrebbero esitato a usare la forza per mantenere la stabilità nell’area del golfo Persico e per difendere i propri interessi nazionali nella regione contro ogni aggressione.

Per tre decenni la Dottrina Carter ha imbrigliato i conflitti regionali e congelato le linee di faglia tra le potenze con ambizioni egemoniche sulla regione.

Tuttavia, i costi politici ed economici della pax americana in Medio Oriente hanno alimentato malumori nell’establishment statunitense e tra gli anni ’80 e gli anni 2000 il Dipartimento dell’Energia (Doe) è stato incaricato a più riprese di individuare un’alternativa. Nel giro di pochi anni lo sviluppo dei giacimenti di Lto (light tight oil) e di shale gas ha finalmente assicurato agli Usa l’indipendenza energetica, mentre le crescenti ambizioni egemoniche cinesi e russe hanno spostato gradualmente il baricentro della politica estera verso la massa continentale eurasiatica.

Gli interventi Usa nella regione già durante il secondo mandato Obama hanno cessato di conformarsi a un disegno complessivo, a un framework regionale, limitandosi a preservare assets strategici diplomatici e militari.

Improvvisamente il Medio Oriente si è trasformato da perno a camera di compensazione della strategia americana e nella regione è esplosa una lotta per l’egemonia di cui i protagonisti sono l’Arabia Saudita e l’Iran ma in cui hanno ruoli anche le altre monarchie del Golfo, Israele, la Turchia, la Russia e l’Egitto.

Ma stavolta i pozzi petroliferi, almeno quelli mediorientali, non c’entrano quasi nulla.

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GUALA
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