Affiancato da ospiti d’eccezione, da Rouhani all’Emiro del Qatar, Erdogan dal summit di Istanbul guida le proteste per la strage di Gaza, rilanciando il suo messaggio islamico-nazionalista. E anche il gelo con Israele e gli Usa può aiutare una campagna elettorale sempre più difficile

Erdogan parla dal palco durante una protesta contro la strage di Gaza. Istanbul, Turchia, il 18 maggio 2018. REUTERS / Murad Sezer
Il presidente turco TayyiaErdogan parla dal palco durante una protesta contro la strage di Gaza. Istanbul, Turchia, il 18 maggio 2018. REUTERS / Murad Sezerp Erdogan posa con il re di Giordania Abdullah, l'emiro del Kuwait Sabah Al-Ahmad Al-Jaber Al-Sabah e il presidente dell'Iran Hassan Rouhani per una foto di gruppo durante una riunione straordinaria dell'Organizzazione della cooperazione islamica (OIC) a Istanbul, in Turchia 18 maggio 2018. Elif Ozturk / Pool via Reuters

Ankara - «Lo dico chiaramente: quello che Israele ha fatto è teppismo, atrocità e terrore di Stato» con queste parole Recep Tayyip Erdoğan ha aperto i lavori dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OICC) riunitasi ieri 18 maggio in sessione straordinaria a Istanbul. In pochi mesi è la seconda volta che il Bosforo ospita in emergenza la Conferenza dei maggiori Paesi musulmani e il tema è sempre lo stesso: il sostegno alla Palestina e la ferma condanna di Israele, questa volta responsabile dei «crimini commessi a Gaza lo scorso 14 maggio contro civili disarmati». Nel comunicato congiunto si chiede "protezione internazionale per il popolo palestinese" e si accusano gli Stati Uniti di "incoraggiare i crimini di Israele".


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Il presidente turco, sempre più teso per le congiunture interne e internazionali, non ha perso occasione per trasformare la comune condanna in un punto propagandistico a suo favore, guidando le proteste nella manifestazione nel quartiere di Yenikapı, che in apertura del summit ha ospitato sul palco alcuni dei suoi più alti rappresentanti istituzionali tra cui spiccavano il primo ministro palestinese Rami al-Hamdallah. Insieme ad Erdoğan sono intervenuti il presidente del parlamento ed esponente dell’Akp Ismail Kahraman, il primo ministro Binali Yildirim, e i suoi partner politici in seno all’Alleanza del Popolo: il presidente del partito nazionalista (MHP), Devlet Bahceli, e quello del partito della Grande Unità Nazionale (BBP), Mustafa Destici.

Sotto lo slogan Zulme Lanet Kudüs’e Destek - maledizione all’oppressione, sostegno a Gerusalemme - erano migliaia le bandiere turche e palestinesi e i discorsi intrisi di nazionalismo e conservatorismo religioso hanno invocato «la grandezza della Turchia» a corollario di quella sintesi islamico-nazionale che da tempo domina la retorica politica di Erdoğan, cementando i consensi. «Gerusalemme è la stessa cosa di Gallipoli per noi», riferendosi alla vittoria dell’Impero Ottomano sulle Potenze Alleate durante la guerra dei Dardanelli, «Gerusalemme non è solo una città, è un simbolo, una prova, una kabala».

Solo alcuni mesi fa Erdoğan, facendosi portavoce del mondo musulmano, aveva annunciato: «Gerusalemme è la nostra linea rossa». E oggi, dopo il trasferimento dell’Ambasciata americana e i relativi disordini che hanno portato all’uccisione di più di 60 persone, quella linea non solo è stata calpestata ma anche ampiamente sorpassata. Mentre gran parte dell’opinione pubblica si indignava per gli atti di violenza sulla striscia di Gaza, Ankara ha richiamato subito per consultazioni i propri inviati diplomatici a Washington e Tel Aviv e, dopo aver proclamato tre giorni di lutto nazionale, ha invitato l’ambasciatore israeliano a lasciare la Turchia.

Israele ha ricambiato, chiedendo di andarsene all'ambasciatore turco a Tel Aviv e al console generale a Gerusalemme, il cui compito era essenzialmente di occuparsi degli affari palestinesi. Il modo poco ortodosso con cui l'inviato di Israele Eitan Naeh sarebbe stato trattato in aeroporto dal corpo di sicurezza sotto lo sguardo curioso dei media turchi ha contribuito a innescare un botta-risposta tra i due Paesi, conclusosi con la battuta finale del ministro degli Esteri Çavuşoğlu: «all’Ambasciatore Naeh piace fare la vittima».

Le scaramucce verbali non sono mancate nemmeno a livello social con tweet incrociati tra il primo ministro israeliano, che suggeriva ad Erdoğan di "non predicare moralità" in quanto "tra più grandi sostenitori di Hamas" e i commenti dello stesso presidente turco: "Netanyahu è il primo ministro di uno Stato di apartheid che ha occupato le terre di un popolo indifeso per oltre 60 anni in violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Ha il sangue di palestinesi nelle sue mani e non può coprire i crimini attaccando la Turchia. Vuoi una lezione di umanità? Leggi i dieci comandamenti". Diverse poi sono le accuse rivolte all’amministrazione Trump colpevole di "riportare la regione in un'epoca buia: l'America ha scelto di essere parte del problema e non la soluzione. Ha perso il proprio ruolo di mediatore internazionale".

In questo stesso spirito si racchiude anche il sentire comune della società turca, tradizionalmente anti-americana e critica verso le politiche di sicurezza israeliane. Nonostante la fervente campagna elettorale in vista delle elezioni del 24 giugno, i quattro partiti rappresentati nella Grande Assemblea Nazionale hanno stilato all’unanimità un documento di denuncia dei "massacri perpetrati contro i civili palestinesi". A circa 35 giorni dalla tornata alle urne e con un importante rally in agenda a Diyarbakir – capitale simbolica dei curdi anatolici -, la causa palestinese diventa la causa della Turchia. L'Agenzia turca di cooperazione e coordinamento (Tika) ha già inviato nella striscia di Gaza aiuti pari a 1 milione di dollari, inclusi l’invio di medicine e attrezzature mediche.

Sebbene il partito al governo Akp sia da sempre il principale portabandiera degli interessi dei più religiosi e dei più svantaggiati, nell’imprevedibilità del gioco elettorale ogni singola iniziativa può aiutare a ricompattare gli elettori.

Diversi, forse troppi, sono gli ostacoli che si potrebbero insinuare nella corsa alla super Presidenza. I candidati all’opposizione stanno guadagnando terreno e se prima era una donna - Meral Akşener del partito del Bene (Iyi) - a mettere in ombra il Reis, negli ultimi tempi Muharrem Ince sembra essere il favorito dal pubblico. Grazie alla sua fluida arte oratoria e abilità nel sintetizzare le richieste di gran parte dei settori sociali, ispirandosi anche ai punti di forza di Erdoğan con retoriche uguali e contrarie, il candidato del Chp (Partito Pepubblicano del Popolo) non perde occasione per colpire i punti deboli del leader dell’Akp.

Architetto della "Nuova Turchia" e del suo miracolo economico, oggi Erdoğan ha a che fare con seri problemi strutturali che non solo minano la fiducia degli investitori ma, specularmente, influenzano il sistema finanziario già affetto da un tasso d’inflazione a doppia cifra e dalla costante svalutazione della lira. Benché si sia pronunciato sull’efficacia dell’accentramento di poteri per contenere la crisi, talvolta esagerando nell’andare contro la teoria economica convenzionale, gli argomenti non sembrano convincenti.  Non rimane quindi che affidarsi ai soliti toni sprezzanti di orgoglio e moralità.

@valegiannotta

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