L’ennesimo tour africano di Erdogan conferma la volontà della Turchia di usare tutti i mezzi disponibili per rafforzare la propria influenza nel continente. L’attivismo di Ankara va dai progetti di sviluppo al business, e apre anche all’esercito le porte dell’Africa. Non senza tensioni

Foto Reuters
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Dopo soli due mesi dall’ultima visita, il presidente turco Recep Tayyp Erdogan è ancora in Africa per un tour diplomatico di cinque giorni, nel corso del quale ha già fatto tappa in Algeria e in Mauritania, da dove proseguirà il viaggio alla volta di Senegal e Mali, dove venerdì prossimo concluderà la nuova missione africana.


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Le frequenti visite di Erdogan in Africa testimoniano che Ankara sta utilizzando tutti gli strumenti di soft-power a sua disposizione per accrescere la propria influenza nel continente, dopo che nel 2008 è stata dichiarata partner strategico dell’Unione Africana.

Dal 2009 a oggi, le ambasciate  turche in Africa sono aumentate da 12 a 40, l’ultima delle quali è stata aperta a Freetown, capitale della Sierra Leone. Ma l’obiettivo finale, confermato dal viceministro degli esteri turco Ahmet Yıldız, è l’apertura di ambasciate in tutte le capitali africane. D’altra parte, negli ultimi cinque anni ad Ankara sono state inaugurate 22 sedi diplomatiche africane, che sono andate ad aggiungersi alle dieci già presenti nella capitale.

L’impegno della cooperazione turca in Africa

Altro dato saliente, che testimonia l’attivismo di Ankara nei confronti dell’Africa è rappresentato dai 21 Uffici di coordinamento programmi, attualmente gestiti dalla Agenzia turca per la cooperazione e lo sviluppo internazionale (Tika), attraverso i quali l’agenzia di aiuti ha realizzato numerosi progetti di sviluppo sostenibile.

Ankara ha pure rafforzato i collegamenti aerei con l’Africa con nuove rotte della Turkish Airlines, attualmente operativa verso 51 destinazioni che coprono 33 Paesi del continente. 

Sul versante economico, il volume degli scambi bilaterali della Turchia con l’Africa nel 2017 ha raggiunto i 18,8 miliardi di dollari, equivalente a oltre il triplo di quello registrato nel 2003. Mentre gli investimenti turchi in Africa hanno superato i sei miliardi di dollari e per sostenere il bilancio dell’Unione Africana, dal 2009, Ankara fornisce ogni anno un contributo finanziario di un milione di dollari all’organizzazione di Addis Abeba. Numeri eloquenti, che evidenziano non solo un incremento quantitativo, ma anche un salto qualitativo nei rapporti tra Turchia e Africa.

Ankara è anche impegnata in tre missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite in Africa (Unamid, Unmiss, Unsom) e lo scorso 14 ottobre, quando la Somalia ha subito il peggior attacco terroristico degli ultimi venti anni, la Turchia è stato il primo Paese che ha dimostrato la sua solidarietà, condannando l’attentato e organizzando il trasporto aereo di numerosi feriti per curarli negli ospedali turchi.

La strategia africana di Ankara

Tutta questa serie di dati, oltre a dimostrare le consolidate relazioni tra la Turchia e l’Africa, conferma la strategia che l’ex Sublime Porta sta adottando nei confronti del continente nero. Una strategia articolata su un forte approccio business-oriented, che ha permesso alla Turchia di beneficiare della crescita dell’import africano edi diversificarsi rispetto ai mercati europei, oltre che sullo sviluppo di un saldo legame istituzionale con i vari governi locali.

Appare evidente, che dal 2005, quando il governo di Ankara cominciò a tutti gli effetti il suo avvicinamento proclamando l’“Anno dell'Africa”, la diplomazia e l’economia turca hanno impresso a tutto tondo la propria influenza sul continente, anche in virtù dei legami storici e culturali risalenti al periodo ottomano.

In questi anni, grazie a una realpolitik di lungo respiro, la Turchia ha acquisito un ruolo di primo piano in gran parte del continente africano, che alla fine di settembre l’ha portata ad aprire a  Mogadiscio la sua più grande base militare all’estero, nella quale ha iniziato a formare personale qualificato per l’esercito nazionale somalo.

La Turchia ha annunciato l’intenzione di utilizzare il presidio militare per completare l’addestramento di diecimila soldati somali, affermando di voler mantenere di stanza solo duecento effettivi. Tuttavia, il numero sembra piuttosto contenuto se consideriamo che nell’altra base estera turca, in Qatar, ci sono circa cinquemila soldati.

Inoltre, lo scorso gennaio, nel corso della storica visita di Erdogan in Sudan, Khartoum ha sottoscritto un accordo per la temporanea cessione della storica città portuale di Suakin alla Turchia. L’intesa ha scatenato aspre tensioni perché l’operazione non era volta unicamente a restituire la città-isola all’antico splendore per rilanciare il turismo, ma anche a trasformare il suo porto in un punto di appoggio per le navi militari turche.

L’intesa ha così suscitato la dura reazione dell’Egitto, che ha schierato un centinaio di soldati in una base eritrea gestita dagli Emirati Arabi Uniti, al confine con il Sudan. E Khartoum ha reagito sigillando la regione di Kassala, al confine con l’Eritrea, dove ha schierato un migliaio di soldati.

Senza dubbio, l’agenda dell’ennesimo tour africano di Erdogan è fitta di incontri istituzionali e connotata da forum economici bilaterali. Senza dimenticare, gli happening culturali, come l’inaugurazione della moschea Ketchaoua nella casbah di Algeri, edificata nel 1794, dichiarata patrimonio dell’umanità dell’Unesco nel 1992 e restaurata grazie ai fondi della Tika.

Tuttavia, se Erdogan ha visitato l’Africa più di ogni altro leader mondiale, recandosi più volte in 23 Paesi del continente, non può essere stato mosso solo da una visione economica o umanitaria, ma anche dall’intento di acquisire maggiore valenza su alcune aree di forte interesse geopolitico come il Maghreb, il Corno d’Africa e il Sahel, altamente strategiche per gli equilibri del Medio Oriente e dell’intero scacchiere africano. 

@afrofocus

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