Eroi silenziosi difendono la storia dell’umanità

In Siria i dipendenti della Direzione delle Antichità rischiano la vita per salvare il patrimonio archeologico dalla follia iconoclasta. Una battaglia combattuta, fino a pochi mesi fa, nel disinteresse della comunità internazionale.

Palmyra, SyriaTourists take pictures at the ancient Palmyra theater in the historical city of Palmyra April 18, 2008. Islamic State fighters in Syria have entered the ancient ruins of Palmyra after taking complete control of the central city, but there are no reports so far of any destruction of antiquities, a group monitoring the war said on May 21, 2015. REUTERS/Omar Sanadiki
Palmyra, SyriaTourists take pictures at the ancient Palmyra theater in the historical city of Palmyra April 18, 2008. Islamic State fighters in Syria have entered the ancient ruins of Palmyra after taking complete control of the central city, but there are no reports so far of any destruction of antiquities, a group monitoring the war said on May 21, 2015. REUTERS/Omar Sanadiki

BEIRUT - Imponente e maestoso il ‘Leone di Al Lat’ accoglieva all’ingresso i visitatori del museo di Palmyra, ora al suo posto solo un cumulo di detriti. Gli uomini dell’ISIS, che dalla fine di maggio occupano la città siriana, non potendo trasportarlo e venderlo sul mercato nero delle antichità lo hanno ridotto in polvere.  “Risaliva al I secolo a.c. – dice al telefono Maamoun Abdelkarim, dal 2012 a capo della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Siria – per le sue dimensioni e il suo valore è la statua più importante distrutta finora dall’ISIS in Siria”. La statua pesava 15 tonnellate ed era alta 3,5 metri, nell’antichità il leone era situato nel tempio di Al Lat. Troppo grande per essere portata al sicuro in questi quattro anni di guerra il Leone non aveva subito danni, perché gli uomini della Direzione delle Antichità lo avevano protetto con sacchi di sabbia e lastre di ferro. “Era la sola statua che non siamo riusciti a portare via dal museo di Palmyra”.

In ogni guerra ci sono eroi silenziosi e sconosciuti, non solo sui campi di battaglia. Nella tragedia che sconvolge il Medio Oriente alcuni di questi eroi sono impegnati a combattere per la difesa del patrimonio archeologico e culturale nel mirino degli integralisti islamici. Sono i dipendenti della ‘Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Siria’

“Da quando sono stato nominato – racconta il Direttore, Maamoun Abdelkarim - ho un’ossessione: evitare il ripetersi della tragedia del 2003 in Iraq. Ho sempre davanti agli occhi le immagini del saccheggio del museo di Baghdad e dei siti iracheni. Per questo ho pensato che fosse assolutamente necessario fare qualcosa per evitare che lo stesso accadesse in Siria”.

Così, più di 300.000 monete e decine di migliaia di statue, manoscritti e altri oggetti provenienti da 34 musei Siriani, 80.000 solo da quello di Damasco, sono oggi conservati in luoghi segreti, protetti da bombardamenti, incendi e allagamenti.

La Siria è un territorio ricco di tesori risalenti al periodo romano, bizantino e mamelucco, con moschee, chiese e castelli. In più di quattro anni di guerra civile circa 300 siti di inestimabile valore per l’umanità sono stati distrutti, danneggiati o saccheggiati. La cifra è fornita dalle Nazioni Unite sulla base delle immagini satellitari.

Dalla fine di maggio, inoltre, i miliziani dell’ISIS controllano Palmyra, la ‘Sposa del deserto’. Patrimonio mondiale dell’umanità per l’UNESCO e uno dei più importanti siti archeologici del Medio Oriente. I jihadisti hanno, però, trovato vuoto il ricchissimo museo della città.

Secondo Maamoun Abdelkarim il 99% delle opere conservate nel Paese è stato recuperato e ora è al sicuro a Damasco. Il salvataggio più drammatico è avvenuto il 2 agosto 2014 a Deir ez-Zor nel’est del Paese, allora già in mano allo Stato islamico. Per evitare che i 13.000 preziosi reperti del museo della città diventassero preda di ISIS gli uomini della Direzione per le Antichità, insieme all’esercito governativo, hanno effettuato una vera e propria azione di salvataggio dietro le linee nemiche.

“Per una settimana con due colleghi abbiamo raccolto e inscatolato gli oggetti – racconta Abdullah al-emotivamente Yaarob, Direttore delle Antichità di Deir ez-Zor – poi abbiamo caricato tutto in un camion. Il nostro mezzo era al centro di una colonna militare che si è letteralmente aperta la strada verso il nostro elicottero a colpi di mitragliatrice pesante. Le nostre casse sono poi salite su un aereo tra soldati feriti e morti. È stato terribile”.

Maamoun Abdelkarim che aveva voluto quell’operazione di salvataggio racconta “Ho sudato freddo. Se qualcosa fosse andato storto io avrei perso tre amici, la Siria pezzi di inestimabile valore e, forse, sarei andato in prigione”.

Questo e gli altri recuperi sono stati possibili grazie all’impegno dei 2.500 dipendenti della Direzione delle Antichità, soprattutto quelli che vivono e lavorano nelle zone controllate dai miliziani. “Molti di loro ritengono che la difesa del patrimonio è una questione d’onore, equivalente a quella di difendere l’onore della loro madre”.

Una dozzina di dipendenti della Direzione delle Antichità sono morti, cinque mentre erano al loro posto di lavoro. Uno è stato giustiziato da ISIS a Deir ez-Zor, perché aveva nascosto delle opere.

Abdelkarim è molto preoccupato per i danni subiti dai 300 siti e dai 445 edifici storici del Paese. Alcuni sono stati teatro di scontri, come il Crac des Chevalier o la cittadella di Aleppo, Mentre altri hanno subito scavi clandestini, a volte anche con i bulldozer, come Mari, Doura Europos, Apamea, Ajaja e Deraa e Hamam.

“Alla barbarie dei jihadisti che distruggono si aggiunge il loro interesse commerciale. Sono collegati con le organizzazioni mafiose in Libano, Iraq e Turchia per vendere i pezzi preziosi che trovano” ha detto Ayham al -Fakhry, ex Direttore delle antichità a Raqqa. “Agli scavatori pagano il 20% del valore stimato, poi ISIS si occupa della vendita in Europa, nel Golfo e negli Stati Uniti”.

Chi si impegna quotidianamente per difendere il patrimonio siriano si lamenta dell’isolamento subito da parte della comunità internazionale. “Dall'inizio della rivolta contro Assad siamo stati isolati, perché il mondo aveva tagliato tutti i rapporti con la Siria, eccezione fatta per il Libano, alcune organizzazioni internazionali e l’UNESCO”, dice Abdelkarim.

Il Libano e la Turchia sono le vie obbligate per il traffico di opere d’arte e dalla Siria e, in parte, dall’Iraq. Nel Paese dei Cedri le autorità sono fortemente impegnate nel contrastare questi traffici illegali, lo testimoniano le decine di magazzini che in questi anni sono stati riempiti con i beni sequestrati ai contrabbandieri.

I manufatti di inestimabile valore sono catalogati e conservati fino a quando non potranno essere restituiti ai paesi di origine. “La cooperazione internazionale per la tutela del patrimonio storico – ha dichiarato Raymond Areiji, Ministro della Cultura libanese - ha assunto nuova importanza da quando i conflitti in Iraq e Siria minacciano di distruggere il patrimonio culturale in tutta la Regione”.

Qualcosa, però, sta cambiando nel panorama internazionale. Gli scempi compiuti e mostrati dagli uomini di ISIS ai musei di Mosul e Raqqa e nelle antiche città irachene hanno contribuito a portare l’attenzione del mondo su quello che stava accadendo. Da allora è iniziata una mobilitazione internazionale per salvare un patrimonio che appartiene a tutti.

“Questo è l’inizio della fine del tunnel”, spera Abdelkarim.

@MauroPompili

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