Est Europa: le sfide del 2015 e quelle del 2016

L’anno che sta per terminare è stato per l’Europa centro-orientale carico di tensioni che non sembrano destinate a placarsi nell’anno a venire. Le sfide che questa parte del continente dovrà affrontare ci riguardano da vicino.

La crisi dei migranti (e di Schengen)

Circa 800mila migranti hanno percorso quest’anno la rotta balcanica. I paesi coinvolti hanno dato risposte diverse all’emergenza ma tutti, dopo una prima apertura delle frontiere, e vani tentativi di controllo dei flussi, hanno reagito chiudendosi. Una barriera lunga 175 chilometri è stata eretta dal governo magiaro, guidato da Viktor Orban, al confine con la Serbia allo scopo di impedire ai migranti l’ingresso nel paese. Dall'inizio dell'anno l'Ungheria ha registrato circa 100mila richieste d’asilo, più del doppio del 2014. Un numero superiore alle capacità di gestione di Budapest che, però, si è vista rimandare indietro dalla Repubblica Ceca e dall’Austria tutti quei migranti che aveva “lasciato passare” senza identificarli come il regolamento di Dublino II prevede.

Anche la Repubblica Ceca e la Slovacchia, guidate da governi populisti “à la Orban”, hanno più volte minacciato di chiudere le frontiere mentre la Slovenia, a novembre, ha eretto una barriera di filo spinato al confine con la Croazia. Una barriera tra due paesi UE che, insieme alle sospensioni del trattato di Schengen attuate da Austria, Germania e Francia, mette a rischio il principio di libera circolazione europea. Per ridurre l’afflusso di migranti entro i suoi confini, l’UE ha riconosciuto Serbia, Macedonia e Bosnia Erzegovina quali “paesi di origine sicuri”, così che i cittadini di questi paesi non possano più fare richiesta d’asilo, portando a un irrigidimento di questi governi verso Bruxelles la quale, per tutta risposta, ha minacciato di rivedere il loro percorso di adesione europea se non avessero accettato questa decisione. I migranti est europei si trovano così in condizione sfavorevole rispetto a quelli che provengono dal sud del mondo. Le tensioni con l’UE sono poi culminate con il rifiuto della redistribuzione dei migranti attraverso un sistema di quote promosso da Bruxelles per alleviare il peso dell’accoglienza ai paesi di confine. La stampa occidentale ha subito parlato di “egoismo”, tuttavia si tratta di paesi in profonda crisi economica, con tassi di disoccupazione elevati e una forte emigrazione. Paesi che ritengono di dover essere aiutati e non di dover aiutare. L’est Europa lancia così la sua sfida all’Unione e Bruxelles non potrà più trattare quei paesi come “soci di minoranza” specialmente ora che il nuovo governo euroscettico polacco, eletto in ottobre, si è fatto interprete del malessere della regione.

La competizione con la Russia

Una Polonia che giocherà un ruolo importante anche a livello internazionale quando, il prossimo luglio, si terrà a Varsavia un delicato vertice Nato che avrà all’ordine del giorno l’irrisolta questione ucraina e le richieste, da parte dei paesi del Baltico, di un maggiore impegno atlantico per la loro sicurezza. In Lettonia la minoranza russa guarda sempre più alla “madrepatria” che, dal canto suo, finanzia partiti filorussi e piazza propri oligarchi nei media. L’Estonia è stata coinvolta nel 2015 in una guerra di spie che ha portato all’incarcerazione di Eston Khover, condannato a 15 anni di carcere, poi scambiato con un agente russo arrestato a Tallinn. Scenari da guerra fredda che dicono molto dei mal di pancia baltici. Malgrado i proclami nazionalisti, il desiderio di normalizzare i rapporti con Mosca è forte.

L’orbanizzazione dell’Europa orientale

La presenza di partiti populisti al governo in Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia ha spinto alcuni osservatori a parlare di “orbanizzazione” dell’Europa centro-orientale. Una tendenza che si deve al bisogno di “conservazione” delle società orientali spaventate dall’idea di perdere quanto fin qui ottenuto e dalla sensazione di vedere diluita nell’appartenenza europea la propria identità. In ambito economico i dati sono confortanti ma ancora lontani dai livelli pre-crisi. Secondo le stime Fmi, nel 2015 l’Ungheria dovrebbe crescere del 2,3% dopo un +3,3% fatto registrare l’anno passato. Romania e Bulgaria registreranno un +2,5% così come Repubblica Ceca e Slovacchia, mentre la Polonia dovrebbe segnare un +3,3%. Bene ma non abbastanza.

La protesta contro la classe politica

Dal 2010 non passa anno senza che si registrino proteste antigovernative di rilievo nell’Europa centro-orientale, e anche il 2015 non è stato da meno. Le manifestazioni in Montenegro e Macedonia dimostrano quanto poco stabili siano ancora i Balcani. Nel secondo caso si sono registrati anche gravi scontri a fuoco. Si tratta di paesi segnati da regimi clientelari e para-mafiosi le cui vicende, tuttavia, hanno un rilievo internazionale nella competizione fra Nato e Russia: il Montenegro è stato recentemente invitato nell’Alleanza atlantica, la Macedonia potrebbe finalmente vedere sbloccato il proprio percorso di adesione all’UE. In Moldavia i cittadini sono scesi in piazza facendo cadere il governo filo-europeo responsabile di una frode bancaria da un miliardo di euro. Il paese, conteso tra Russia ed Europa, è un’altra pedina della competizione con Mosca. Le proteste in Romania dopo la tragedia del Colectiv Club, che ha causato la morte di 63 giovani, hanno portato alla caduta del governo Ponta. Per tutti questi paesi sarà un 2016 di tensione e (forse) di transizione da regimi oligarchici a maggiormente democratici. Una sfida che non sarà facile vincere.

@zola_matteo

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