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La guerra dei visti porta Turchia e Stati Uniti sull’orlo della rottura

Al centro della contesa c’è il destino di Fetullah Gülen, architetto del golpe secondo Ankara, che da anni risiede negli Usa. Ma la sospensione dei servizi consolari è il segnale di una crisi più profonda, che ha radici in Siria. E avvicina Erdogan a Russia e Iran

Fetullah Gülen visto attraverso la telecamera durante un'intervista a Saylorsburg, Pennsylvania. REUTERS/Charles Mostoller
Fetullah Gülen visto attraverso la telecamera durante un'intervista a Saylorsburg, Pennsylvania. REUTERS/Charles Mostoller

È guerra consolare tra Turchia e Stati Uniti. L'8 ottobre la missione Usa in Turchia ha sospeso tutti i servizi diplomatici di non-immigrazione e l’ambasciata turca a Washington ha adottato misure analoghe, rimuovendo la sezione di domanda per il visto elettronico per gli Stati Uniti dal suo sito ufficiale.

"Gli eventi recenti hanno costretto il governo turco a riesaminare l'impegno del governo degli Stati Uniti per la sicurezza delle strutture e del personale della missione turca. Per ridurre al minimo il numero di visitatori della nostra ambasciata e dei consolati, si sono sospesi tutti i servizi di visto non-immigrati in tutte le strutture diplomatiche turche negli Stati Uniti”, così si legge nella nota pubblicata sul sito dell’Ambasciata turca, che è speculare alla versione americana.

La decisione degli Stati Uniti giunge in un momento in cui i rapporti tra i due alleati stanno attraversando la crisi più seria della loro storia recente. Lo scorso 4 ottobre, Metin Topuz, un addetto del Consolato americano di Istanbul, è stato arrestato con l’accusa di spionaggio e di presunti contatti con alcuni membri del movimento Hizmet che fa capo all’Imam Fetullah Gülen, auto esiliatosi in Pennsylvania negli anni 90 e accusato di essere l’architetto del tentato colpo di Stato dello scorso anno.

Con lo scoppio della controversia diplomatica, altri membri del personale consolare statunitense sono stati invitati a testimoniare davanti all'ufficio del Procuratore generale di Istanbul perché sospettati di legami con il movimento gulenista, tacciato di terrorismo dalle autorità e ribattezzato Fetö (Fethullahçı Terör Örgütü ovvero organizzazione del terrore “gulenista”).

La lotta tra il governo turco e gli appartenenti alla rete di Fetullah Gülen, alleato di Erdogan fino alla rottura del dicembre 2013, ha raggiunto il suo apice con il golpe del 15 Luglio 2016. E ora rischia di rovinare anche i rapporti con l’alleato strategico statunitense.

La richiesta di estradizione di Gülen è da tempo sul tavolo dei decision maker turchi, che da subito hanno espresso un certo entusiasmo verso il presidente Trump, preferito alla rivale Clinton, considerata troppo vicina alla rete gülenista. Ma l’illusione si è ben presto scontrata con la realtà. E le simpatie di Erdoğan verso il partner americano si sono incrinate anche sul nodo cruciale della “questione curda” e della cooperazione in Siria.

La Turchia fa parte della coalizione internazionale a guida Usa in guerra con l’Isis e concede l’uso della base aerea di İncirlik. Ankara considera tuttavia suo obiettivo primario evitare la creazione oltreconfine di una qualsiasi enclave curda, scongiurando l’eventualità dell’effetto spill-over all’interno dei propri territori.

Al contrario, gli Stati Uniti sostengono l’azione dell'Unità di Protezione dei Popoli Kurdi (Ypg), ritenuta dalla Turchia la costola siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) e quindi organizzazione terroristica da sconfiggere.

Tale discrepanza non ha aiutato a superare il diffuso sentimento antiamericano presente da lunga data in Turchia, né ad affievolire la sfiducia presente in alcuni circoli americani verso la leadership turca. Anzi, a seguito dell’avvio delle recenti operazioni militari su Idlib, esito della triangolazione tra Turchia, Russia e Iran, ci sono buoni motivi per ritenere che le tensioni tra i due alleati persisteranno.

I dubbi sulla credibilità reciproca come partner affidabile sono oggi talmente profondi che entrambe le parti sembrano voler testare i limiti della propria tenuta. E il deterioramento della partnership ha un suo costo anche economico, già registrabile sui mercati.

La Lira turca è scesa del 2,5% valutandosi a 3,7 contro il dollaro, dopo aver toccato picchi di 3,9223 nelle prime ore dallo scoppio della controversia, mentre le azioni della compagnia di bandiera Turkish Airlines subivano un ribasso dell'8%. Certamente tali picchi di tensione rappresentano un unicum nello stato dei rapporti bilaterali, marcando i limiti di quanto lontano i partner possano spingersi evitando la rottura.

@valegiannotta

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