Diciotto anni dopo la firma della pace, Addis Abeba è pronta ad applicare l’accordo di Algeri. E ad accettare una revisione del confine favorevole all’Eritrea. La svolta epocale può chiudere un conflitto che tutt’ora destabilizza il Corno d’Africa. Se Asmara risponderà all'apertura

Un uomo cammina tra le tombe dei martiri etiopi uccisi nella guerra con l'Eritrea del 1998-2000. REUTERS / Tiksa Negeri
Un uomo cammina tra le tombe dei martiri etiopi uccisi nella guerra con l'Eritrea del 1998-2000. REUTERS / Tiksa Negeri

Sono trascorsi quasi 18 anni da quando Etiopia ed Eritrea firmarono l’accordo di pace di Algeri, che chiudeva ufficialmente la guerra del 1998-2000. Un conflitto cruento che produsse almeno ottantamila vittime tra soldati e civili e oltre un milione di sfollati. Mentre milioni di soldati per anni sono rimasti inutilmente impegnati a salvaguardia del confine nella successiva guerra fredda, che nel giugno 2016 si era di nuovo surriscaldata.


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L’accordo di Algeri, concluso con la mediazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana, delle Nazioni Unite e degli Stati Uniti, non venne progettato solo per porre fine uno dei conflitti più letali dell’epoca. Ma anche per appianare le questioni di fondo e aprire la strada alla coesistenza pacifica tra le due nazioni, che da quasi due decenni si considerano reciprocamente come la principale minaccia geopolitica da affrontare.

I due Paesi sono rimasti per 18 anni in stato di belligeranza e hanno generato guerre per procura nella vicina Somalia, destabilizzando ulteriormente una regione già instabile. Quindi, l’Etiopia ha usato la sua maggiore influenza regionale e la sua superiore valenza diplomatica per isolare l’Eritrea, che è stata sottoposta a sanzioni internazionali.

Un dialogo impossibile

Le motivazioni politiche che hanno portato alla guerra si sono aggravate con le tensioni scaturite dal conflitto, creando un’insanabile  contrapposizione che per lungo tempo ha reso quasi impossibile il dialogo tra le due parti.

È con queste premesse che, lo scorso 5 giugno, il premier etiope Abiy Ahmed e il suo governo hanno annunciato la propria disponibilità a rispettare pienamente e ad attuare l’Accordo di Algeri, oltre all’esito di una sentenza della Eritrea-Ethiopia Boundary Commission (Eebc), la commissione di frontiera sostenuta dall’Onu che nel 2002 ha assegnato ad Asmara diversi territori contesi, tra cui la città commerciale di Badme.

Una sentenza che l’Etiopia negli ultimi sedici anni ha sempre ignorato rifiutandosi di ritirare le sue truppe da questi territori, rendendo in questo modo praticamente impossibile la delimitazione del confine.

La svolta dell’Etiopia era attesa da tempo, ma Addis Abeba aveva difficoltà ad accettare le decisioni della Commissione sui confini, visto che occupando Badme era stata l’Eritrea a cominciare una guerra, peraltro con scarsissime possibilità di vittoria.

Che qualcosa stesse cambiando nei rapporti con Asmara si era intuito lo scorso 2 aprile, quando nel suo discorso di insediamento, il primo ministro Ahmed aveva parlato della volontà di aprire un dialogo con l’Eritrea. E aveva esortato la  controparte a ricambiare i suoi sforzi per trovare una soluzione negoziata al conflitto e per creare una relazione reciprocamente vantaggiosa per il bene dei popoli dei due Paesi.

Un cambiamento epocale nelle relazioni con l’Eritrea

Tuttavia, non era prevedibile che solo due mesi dopo il capo del governo etiope avrebbe messo in atto un cambiamento epocale nelle relazioni con l’Eritrea, prodotto anche dal fatto che Ahmed appartiene al gruppo etnico oromo, il più numeroso del Paese, ed è il primo oromo della storia etiope a guidare il governo. Un particolare non di poco conto, considerando che il territorio nei dintorni di Badme si trova nello stato etiopico del Tigrè, patria del gruppo etnico dei tigrini, che per decenni è stato dominante nel Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf), il partito al potere.

Adesso però spetta all’Eritrea accogliere la chiamata dell’Etiopia. Da parte sua, prima di normalizzare le relazioni, il governo di Asmara richiede il pieno rispetto da parte etiope della decisione dell’Eebc, che assegna la città di Badme all’Eritrea.

Tuttavia, Asmara non può continuare a ignorare l’apertura di Addis Abeba all’infinito, ponendo come condizione primaria per normalizzare le relazioni il ritiro unilaterale delle truppe etiopi da Badme e ignorando che prima della sentenza dell’Ebbc la città era sotto il dominio dell’Etiopia.

Senza dubbio, per il presidente Isaias Afewerki siglare una pace definitiva con l'Etiopia comporta numerosi rischi sul piano della politica interna, visto che il regime eritreo è stato fondato e si è rafforzato negli anni proprio sulla contrapposizione nei confronti del nemico a Sud. Ma questi rischi sono minimi se confrontati con i vantaggi sociali, politici ed economici, che deriverebbero da un riavvicinamento con l’Etiopia.

I vantaggi della normalizzazione

Normalizzando le relazioni, l’Eritrea può eliminare la più grande minaccia alla sicurezza che ha dovuto affrontare dalla sua indipendenza e porre fine al servizio di leva a tempo indeterminato al quale obbliga i suoi giovani, che arruolati a 17 anni, non conoscono la data di congedo. Senza contare, che molti di questi coscritti sono impiegati per costruire le infrastrutture pubbliche o per lavorare nelle proprietà dei comandanti dell’esercito.

Un sistema che ha prodotto povertà e costretto migliaia di ragazzi a emigrare in Europa o nei Paesi del Golfo, spesso trovando la morte nel viaggio della speranza.

Una volta restituiti alla società civile, tutti questi giovani potrebbero creare una nuova forza lavoro e rendere l’Eritrea in grado di accedere al più grande mercato della regione.

E per arrivare a una veloce soluzione, anche la comunità internazionale, in particolare l’Occidente, che ha ignorato a lungo la disputa, deve fare la sua parte cogliendo l’opportunità e agendo proattivamente, prima che le dinamiche locali e regionali cambino di nuovo.

@afrofocus

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