Dopo tre anni di proteste e centinaia di morti, ad Addis Abeba si è insediato per la prima volta un premier dell’etnia maggioritaria, da sempre discriminata. Ma la lotta continua - assicurano gli attivisti - in un Paese che vive un boom economico pieno di squilibri

Una manifestazione per festeggiare l'elezione di Abiy Ahmed Ali. REUTERS/Tiksa Negeri
Una manifestazione per festeggiare l'elezione di Abiy Ahmed Ali. REUTERS/Tiksa Negeri

Addis Abeba - È festa a Kofale, cittadina a 230 km a sud di Addis Abeba. Abiy Ahmed Ali è il primo ministro dell’Etiopia. Dopo più di un mese di consultazioni, concluse il 28 marzo, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, il partito unico che nel 1991 ha rovesciato i resti del governo del Derg dando vita alla Repubblica Federale, si è accordato sulla nomina di un rappresentante Oromo a guida del Paese.


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Dopo 3 anni di proteste accese, culminate il 15 febbraio 2018 con le dimissioni dell’ex premier Hailemariam Desalegn e l’introduzione del terzo stato di emergenza, le strade dell’Oromia possono respirare. Le barricate che bloccavano gli accessi ad Addis Abeba vengono smontate, mentre la notizia di un membro Oromo come primo ministro per la prima volta nella storia viene celebrata in tutta la regione.

«Siamo felici, siamo tutti felici» Chala è un’attivista, vive a Shashamane e lavora nella missione cattolica di Kofale, «Oggi è un giorno straordinario per essere Oromo». La Repubblica Federale d’Etiopia nasce dall’unione politica dei popoli Amhara, Oromo, Tigrini, del Sud, e, esternamente, Somali. Nonostante il partito unico, l’Fdrpe, debba funzionare come specchio della rappresentanza etnica esistente nel Paese, i tigrini sono riusciti fino ad ora a controllare la macchina parlamentare e la nomina dei primi ministri fin dalla caduta del regime comunista del Derg.

Il divario nel potere decisionale e nella gestione delle risorse economiche ha creato crepe sempre più evidenti tra le etnie; fino a quando, nel dicembre 2015, il governo federale non ha paventato la possibilità di estendere l’area autonoma di Addis Abeba di dieci volte rispetto ai confini originali, sottraendo terre all’Oromia. Dall’Arsi, fino a Bale, passando per Guggi e Borana, gli Oromo hanno reagito, cominciando una protesta intensa che ha lasciato sul campo centinaia di morti negli scontri con la polizia federale e più di 10mila arresti.

«La nostra mobilitazione ha portato ad un cambiamento, siamo gli attori protagonisti di questa decisione», continua Chala, «Non potevamo che essere noi Oromo a fare tutto ciò, siamo al centro del Paese in tutti i sensi». Nel 1994, ultimo dato ufficiale, quando il Paese contava 55 milioni di abitanti l’etnia rappresentava il 34% dell’intera popolazione.

Oggi, dopo un’impennata nella crescita demografica, si stima che gli Oromo siano 45 milioni su una popolazione di 102 che rende l’Etiopia il secondo Paese più popoloso d’Africa. Ma l’etnia di maggioranza non è al centro del Paese solo per una questione demografica, geograficamente l’Oromia circonda Addis Abeba tagliando a metà la nazione, mentre economicamente le terre della regione sono le più ricche di risorse.

Ideali per lo sfruttamento agroalimentare e dunque fulcro dei principali investimenti esteri nel Paese. «La scintilla è stata la decisione su Addis Abeba - Finfinnì per gli Oromo - ma le radici sono più profonde» ancora Chala che conclude «Le nostre terre sono state sfruttate per anni, senza alcun beneficio per le persone. Siamo scesi in piazza per questo: per riaffermare i nostri diritti su una minoranza che accaparra tutto».

E l'Etiopia corre. Le previsioni di crescita del Pil della Repubblica Democratica d’Etiopia, fonte FMI, raggiungeranno l’8,5% nel 2018. Un risultato che, se confermato, porterebbe l’Etiopia a diventare il Paese con la crescita più sostenuta di tutto il continente africano, secondo posto per la Costa d’Avorio con +7,4%.

«Una crescita per chi?», Fenisa, presidente del Forum religioni del West Arsi, si chiede a chi giovi questa percentuale, «La nostra gente soffre la fame, mentre ad Addis Abeba la speculazione edilizia cavalca. Le aziende straniere investono nel Paese, ma le condizioni dei lavoratori non sono migliorate in modo significativo».

Infatti il tasso di disoccupazione si attesta al 16,8%, Agenzia statistica Etiopia 2015, il 30% della popolazione si trova ancora al di sotto della linea della povertà, World Bank 2011, e il reddito medio annuo adeguato al potere d’acquisto è di 1608 dollari all’anno, World Bank 2016. Per completare il quadro, a fronte di un indice Gini sulla disuguaglianza abbastanza basso e sinonimo di una certa omogeneità nel Paese, l’Etiopia mantiene problemi fondamentali, come quello della libertà di stampa, 150° posto al mondo.

Nel mirino delle proteste Oromo la repressione delle libertà civili, la scarsa rappresentanza etnica nel governo centrale e la gestione economica della regione da parte di Addis Abeba. «Il Federalismo etiope è veramente particolare» continua Fenisa, «se da una parte lascia ampie libertà al governo regionale, dall’altra è centralizzato in materie economiche che sono estremamente peculiari».

L’Oromia, come l’Amhara, è al centro degli investimenti esteri nel Paese. La ferrovia che collega Addis Abeba a Gibuti, costruita dai cinesi e finanziata in parte dalla banca centrale etiope e dalla banca d’investimento cinese, passa attraverso la regione. Gli interport etiopi, dove giungono ogni giorno decine di container, si trovano in Oromia. I capannoni delle aziende chimiche e farmaceutiche di Pechino si ergono tra i campi di tef dell’area.

Nella regione dei laghi, 150 km a sud di Addis Abeba, le serre dell’olandese Sher e i campi della statunitense Verde Beef sottraggono i terreni ai piccoli agricoltori. Ai confini con la regione del sud, immense coltivazioni, di proprietà di famiglie Tigrine, vengono lasciate a se stesse per non scatenare la reazione della popolazione. La strada che da Awasa va verso Addis Abeba è testimone degli incendi di macchine e camion.

«Dopo anni di colonizzazione interna, con gli imperatori Amhara prima e con il governo comunista poi, è il momento degli Oromo», continua Fenisa. «Il nostro sistema tradizionale, e in particolare la nostra legge, il Gadaa, è una struttura inclusiva che permette una reale partecipazione al processo decisionale».

Il sistema del Gadaa fa riferimento alle classi d’età. Ad ogni colore della bandiera Oromo corrisponde una diversa rappresentanza, «Il nero sono i bambini fino a 12 anni, il rosso sono i ragazzi fino a 25 e il bianco sono gli adulti», ancora Fenisa. Al vertice della legge ci sono gli Abbagadaa, nominati ogni 8 anni per votazione diretta. I gestori della Gadaa si ramificano fino a raggiungere i distretti più remoti dell’Etiopia, in un sistema piramidale al cui vertice c’è il consiglio supremo. «Certo, la colonizzazione ha impattato sulla nostra struttura. Disgregato in certi casi, dividendoci a livello confessionale, ma abbiamo resistito e la compattezza delle proteste ne sono una prova», conclude Fenisa. .

Mentre la nomina di Abiy Ahmed è riuscita a calmare gli animi, permangono ancora diversi punti di attrito con il governo centrale. In particolare, la legge d’emergenza ancora in vigore è un muro nei rapporti con l’Oromia. «Deve essere soppressa. Lottiamo per le nostre libertà. Per la possibilità di manifestare delle generazioni future», Alemu ha 50 anni, a fine 2016 è stato arrestato, accusato di essere uno degli organizzatori delle proteste e tenuto in carcere per 1 anno e 6 mesi.

«La lotta continuerà finché in Etiopia e in Oromia non ci sarà una giustizia reale», conclude l’attivista. «Aspettiamo di vedere cosa succederà», Mestin ha 28 anni e anche lui è un’attivista, «Abbiamo dato una direzione alla nostra protesta e siamo riusciti nell’intento di smuovere le acque. Continueremo a vegliare e se ci sarà bisogno interverremo di nuovo, non abbiamo paura».

@LemmiDavide @MarSimoncelli 

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