Liberazione dei prigionieri politici e chiusura del famigerato centro di detenzione e tortura di Maekelawi. L'annuncio del premier può aprire una nuova era ad Addis Abeba. Ma le Ong temono si tratti di un’operazione di facciata, dettata da necessità politiche e diplomatiche

Manifestanti protestano ad Addis Abeba, Etiopia. REUTERS / Tiksa Negeri
Manifestanti protestano ad Addis Abeba, Etiopia. REUTERS / Tiksa Negeri

La scorsa settimana, con un annuncio a sorpresa, il primo ministro dell’Etiopia, Hailemariam Desalegn, ha reso noto che verranno liberati i prigionieri politici e verrà chiuso il carcere di Maekelawi, che negli anni ha funzionato come centro di tortura dove interrogare brutalmente gli oppositori del regime.


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La famigerata prigione, situata nel centro della capitale Addis Abeba, è stata teatro di orribili nefandezze e testimonianze di prima mano riportano lo strazio di prigionieri sottoposti alla crocifissione, al supplizio del freddo e ad altre tecniche di tortura paragonabili a quelle usate dalla Santa Inquisizione.

Adesso il centro di detenzione, che è stato anche oggetto di un rapporto di Human Rights Watch in cui si denunciavano gli abusi a cui erano sottoposti i reclusi, verrà trasformato in un moderno museo ma la nuova destinazione d’uso non potrà cancellare le atrocità che vi sono state commesse in tanti anni.

Il carcere di Makelawi sarà rimpiazzato da una moderna struttura che rispetterà tutti gli standard internazionali e ospiterà solo criminali comuni e non prigionieri politici. E anche se nel suo annuncio il premier etiope non ne ha fatto menzione, dovrebbe essere chiusa un’altra prigione tristemente famosa: quella di Kaliti, situata undici chilometri a sud di Addis Abeba e finita più volte nel mirino della Lega dei diritti umani del Corno d’Africa.

Desalegn ha anche precisato che saranno cancellate tutte le accuse verso i prigionieri politici, ammettendone però in questo modo l’esistenza che il governo etiope aveva sempre negato.

Le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani

La decisione del governo di Addis Abeba è stata accolta positivamente da Amnesty International. La posizione dell'Ong è stata espressa dalla ricercatrice etiope Fisseha Tekle, che ha dichiarato che il rilascio dei prigionieri politici rappresenta «il primo segnale della fine di una spirale di sanguinosa repressione nel Paese africano e costituisce un atto dovuto per porre fine alla detenzione di tanti prigionieri politici incarcerati da anni con accuse inventate».

La Tekle ricorda che «la maggior parte dei detenuti politici non avrebbe mai dovuto trovarsi in prigione perché è stata arrestata solo per aver esercitato pacificamente i propri diritti. Per questo, Amnesty International chiede alle autorità etiopiche di attuare la decisione il più rapidamente possibile e di abrogare o modificare sostanzialmente le leggi repressive in base alle quali tante persone sono state arrestate, comprese le draconiane misure anti-terrorismo».

Human Rights Watch (Hrw), a sua volta, ha espresso dubbi sui tempi di attuazione della decisione del governo etiope e su quali e quanti detenuti saranno effettivamente liberati.

L’organizzazione per la tutela dei diritti umani si chiede se «saranno scarcerati solo personaggi noti oppure se verranno liberati anche le migliaia di detenuti politici ordinari rinchiusi nei presidi militari e nelle stazioni di polizia, spesso senza accusa, o solo per aver protestato pacificamente contro le politiche del governo». Hrv si interroga anche su quale sarà il vero utilizzo del nuovo centro che sostituirà Maekelawi, che secondo Hailemariam rispetterà gli standard internazionali.

I prigionieri politici eccellenti

Tra i prigionieri politici di maggiore rilievo che dovrebbero beneficiare del provvedimento c’è Bekele Gerba, vicepresidente del Congresso federalista Oromo, il più grande partito politico legalmente registrato dell’Oromia, che tuttavia non detiene nessun seggio in Parlamento. Gerba è in carcere dal dicembre 2015 e già in passato era stato condannato a quattro anni di detenzione,perché riconosciuto dalle autorità etiopi come membro del Fronte di liberazione oromo.

Un altro dei detenuti politici di spicco che dovrebbe essere rilasciato è Merara Gudina, leader dell’opposizione in Etiopia, arrestato il primo dicembre 2016, mentre rientrava ad Addis Abeba da un viaggio a Bruxelles. Gudina è accusato di aver violato lo stato d’emergenza imposto il mese prima dalle autorità etiopi, in risposta all’ondata di proteste dei manifestanti di etnia oromo e amhara.

Dell’amnistia per i detenuti politici dovrebbe beneficiare anche il cittadino britannico Andargachew Tsege, segretario generale del movimento Ginbot 7, considerato fuorilegge dal governo etiope. Tsege venne arrestato nel giugno 2014, all’aeroporto di Sanaa, nello Yemen ed è stato estradato in Etiopia, dove era stato condannato a morte in contumacia per le sue attività politiche contro lo Stato.

Il governo etiope ha motivato la decisione di liberare i detenuti politici con la necessità di favorire il dialogo politico interno e la promozione della democrazia in Etiopia. È possibile, però, che Dessalegn abbia fatto questo annuncio anche perché Addis Abeba ospita l’Unione Africana (Ua), che da tempo sta cercando di migliorare la pessima situazione dei diritti umani in Africa. E l’Etiopia è considerata dall’organismo panafricano un ostacolo al tentativo di far progredire il continente in materia di democrazia e rispetto dei diritti umani.

Ma è molto più probabile che ad aver indotto Dessalegn ad annunciare la liberazione dei detenuti politici ci sia anche il tentativo di arginare le interferenze straniere di Eritrea e Somalia, accusate da Addis Abeba di sostenere i gruppi armati indipendentisti nelle regioni dell’Oromia e dell’Ogaden, minando la coesione nazionale dell’Etiopia.

Per questo, più che il pio desiderio di compiacere l’Ua e migliorare la tutela dei diritti umani nel Paese, alla decisione di liberare i prigionieri politici sembra aver contribuito una buona dose di realismo politico.

@afrofocus

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