Le violenze scoppiate dopo il ritorno a casa dei militanti oromo rischiano di far deragliare il processo di riconciliazione nazionale. E gli arresti di massa riempiono di nuovo le carceri. In gioco c’è l’intero progetto riformista del giovane premier che vuole cambiare l'Etiopia

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed. REUTERS/Kumera Gemechu
Il primo ministro etiope Abiy Ahmed. REUTERS/Kumera Gemechu

Il processo di riconciliazione nazionale in Etiopia avviato dal giovane premier riformista, Abiy Ahmed, rischia di impantanarsi dopo le violenze scoppiate nei giorni scorsi ad Addis Abeba, in concomitanza con il ritorno in patria dei militanti del Fronte di liberazione oromo (Olf).


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Gli scontri di connotazione etnica sono iniziati il 13 settembre, quando alcuni giovani oromo hanno iniziato a dipingere le strade di Addis Abeba con i colori della bandiera dell’Olf. La loro azione ha suscitato la reazione di molti residenti che l’hanno interpretata come un tentativo da parte del movimento di opposizione armata di assumere il controllo di Addis Abeba.

Le due fazioni rivali si sono poi fronteggiate per altri due giorni portando alla chiusura di intere zone del centro commerciale della capitale e provocando, secondo fonti governative, 28 vittime (58 secondo Amnesty International), sette delle quali sarebbero state uccise dalle forze di sicurezza durante le manifestazioni contro l’uccisione di decine di militanti oromo nella città di Burayu a Oromia, alla periferia di Addis Abeba.

Inoltre, negli ultimi giorni più di 2.500 giovani sono stati arrestati nella capitale e circa 12mila persone non appartenenti all’etnia oromo sono state sfollate. Si tratta dei primi arresti di massa da quando, lo scorso aprile, Abiy Ahmed è salito al potere. Arresti che Amnesty International ha condannato, affermando che dopo aver «encomiabilmente provato a svuotare le carceri», il governo etiope non avrebbe dovuto «riempirle di nuovo» trattenendovi persone senza accuse.

Mentre restava alta la tensione, il 15 settembre, i leader in esilio dell’Olf sono stati accolti ad Addis Abeba con un caloroso benvenuto, dopo che il mese scorso avevano firmato un accordo di riconciliazione con il governo etiope, che prevede la cessazione delle ostilità.

In base all’intesa, siglata ad Asmara dal presidente dell’Olf, DawdIbsa, e dal governatore dello stato regionale di Oromia, Lemma Megersa, il gruppo di opposizione ha accettato di proseguire la sua attività politica in Etiopia attraverso mezzi pacifici, mentre le due parti hanno concordato anche l’istituzione di un comitato congiunto per attuare l’accordo.

Tuttavia, dopo questo ennesimo bagno di sangue, Ahmed, che ha condannato con forza le uccisioni e gli atti di violenza contro cittadini innocenti, dopo aver messo fine al ventennale conflitto con l’Eritrea, rischia di trovarsi un focolaio di guerra civile in casa.

A rischio il processo di pacificazione

Secondo diversi osservatori, l’insicurezza sarebbe fomentata da chi non vede di buon occhio il nuovo corso introdotto dal primo ministro etiope. Un’opinione largamente diffusa anche tra la popolazione, almeno a giudicare dai post sui social media di semplici cittadini, costernati per la violenza che potrebbe far deragliare il processo di pacificazione in atto.

Da quando è arrivato al potere, nell’aprile scorso, Abiy ha varato una serie di riforme che sono state accolte con entusiasmo da gran parte della popolazione. Ha cominciato il suo mandato liberando migliaia di prigionieri politici appartenenti ad organizzazioni clandestine (compreso l’Olf), che erano state classificate come organizzazioni terroristiche.

Poi, ha dichiarato la fine dello stato di emergenza e ha annunciato piani per privatizzare parzialmente le industrie chiave, comprese le telecomunicazioni e l’aviazione. Ha inoltre licenziato funzionari carcerari implicati in violazioni dei diritti umani, sulla base di segnalazioni raccolte in un rapporto di Human Rights Watch. Ma il segnale di cambiamento più netto è arrivato quando ha ammesso e denunciato l’uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza dello Stato.

Profonde divisioni

Non a caso, Abiy, appartenente agli oromo, il più grande gruppo etnico dell’Etiopia, è stato subito giudicato come la persona in grado di risolvere le profonde divisioni nel Paese, acuitesi negli ultimi anni, nel corso dei quali l’Etiopia è stata teatro di un’ondata di proteste senza precedenti contro l’emarginazione politica ed economica, guidate dagli oromo.

La seconda nazione più popolosa dell’Africa (dopo la Nigeria) per troppo tempo è stata costretta a dover arginare la crescente pressione dell’opinione pubblica e la rivalità etnica, che ha contrapposto la minoranza tigrina al potere alle altre etnie. Inoltre, nonostante gli impressionanti indici di crescita economica registrati negli ultimi anni, l’Etiopia ha ancora enormi problemi da risolvere, tra cui una disoccupazione giovanile che si aggira attorno al 17%. 

Senza contare, che molte delle promesse di Abiy, come l’abolizione delle restrizioni all’attivismo della società civile, restano ancora tali. Soprattutto, non è chiaro come potranno tenersi elezioni multipartitiche, in un Paese dove la coalizione di governo del Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope (Eprdf) e i suoi alleati hanno un controllo radicale su quasi tutte le istituzioni e detengono tutti i seggi in parlamento.

Per questo, la sfida che il 42enne leader etiope si trova ad affrontare è di enorme portata, ma Abiy è consapevole di governare un Paese molto giovane, con un’età media di soli 18 anni e una grande voglia di libertà economica e politica, che sente impellente il bisogno di sostenere il suo leader nell’ardua impresa di cambiare radicalmente il panorama politico della nazione. E dopo la nuova escalation di scontri, Abiy dovrà dimostrare con ancora più determinazione che l’Etiopia è pronta a voltare pagina, chiudendo con il suo passato repressivo.

@afrofocus

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