L'Europa disarmata e l'illusione di poter far nascere una Siria diversa

Non potendo incidere sul corso della guerra, la Ue puntava a influenzare la transizione politica investendo nella ricostruzione. Ma il rompicapo siriano sta trovando una soluzione puramente militare. E il ritorno di milioni di profughi diventa un miraggio. Così Bruxelles cambia rotta

Nel centro di Douma, teatro del presunto attacco chimico del regime siriano, 16 aprile. REUTERS/Ali Hashisho
Nel centro di Douma, teatro del presunto attacco chimico del regime siriano, 16 aprile. REUTERS/Ali Hashisho

Che non ci siano soluzioni facili in Siria è chiaro da tempo. Una verità sempre più lampante per coloro che nel conflitto hanno investito ingenti risorse militari, a cominciare dall’Iran e, soprattutto, dalla Russia. Quest’ultima nel 2015 sembrava poter mettere fine al conflitto in pochi mesi con un rapido intervento. Oggi siamo alla primavera del 2018 e Putin in tre anni ha già annunciato il proprio ritiro tre volte. Tutte e tre a vuoto.

Ma lo spazio di manovra è ancora più stretto per coloro che nel conflitto armato hanno sempre contato poco o niente. È il caso dell’Europa, la quale in questi anni non è andata oltre sanzioni economiche e periodiche dichiarazioni, roboanti quanto inascoltate, sul rispetto dei diritti umani; in un conflitto civile che in sette anni ha visto concretizzarsi ogni possibile violazione della Carta delle Nazioni Unite, dall’uso di armi di distruzione di massa al deliberato uso dei civili come target militari.

Nell’ultimo anno e mezzo, però, ovvero da quando la sopravvivenza del regime in qualche forma si è trasformata in una delle poche certezze per la Siria post-conflitto, l’Europa ha intrattenuto l’idea di poter riuscire a influenzare, se non proprio il corso della guerra, almeno il raggiungimento di un compromesso su una transizione politica e gli assetti di un futuro status quo.

L’idea verteva su un elemento tanto semplice quanto fondamentale: l’Europa non avrà la capacità o la coesione necessarie per influenzare le sorti del conflitto militare; ma al contrario della maggior parte degli attori in gioco, a cominciare appunto da Iran e Russia, ha le risorse economiche per poter contribuire in modo determinante alla ricostruzione del Paese. In cambio, si pensava, la Ue avrebbe potuto richiedere l’implementazione di una transizione politica che, seppur non prevedendo necessariamente la fine del potere di Assad, permettesse un certo livello di decentralizzazione e rafforzamento di autonomie locali partecipative che garantissero l’inclusione di quanti più siriani possibile, compresi quelli che per anni avevano vissuto in aree al di fuori del potere del regime.

Un’idea, questa, che aveva una sua coerenza e una sua logica. In fondo garantiva, da una parte, la sopravvivenza del regime e, dall’altra, la creazione di quelle condizioni economiche e di sicurezza necessarie per una certa stabilità nella Siria post-bellica. Soprattutto, questa sembrava l’unica soluzione realistica che permettesse il ritorno volontario della maggior parte dei milioni di profughi dislocati all’interno del Paese o all’estero – complessivamente circa metà della popolazione.

Ma una cosa che il conflitto siriano ha dimostrato con certezza è il poco spazio che nelle sue dinamiche trovano idee e soluzioni dotate, almeno apparentemente, di coerenza e logica. Nell’ultimo anno e mezzo questa strategia è infatti emersa sempre più velleitaria e relegata nell’immaginazione dei diplomatici di Bruxelles, mentre sul terreno due dinamiche ad essa contrarie prendevano sempre più piede.

La prima è che il famoso slogan “Non ci può essere una soluzione militare al conflitto, solo una soluzione politica”, rilanciato da ogni diplomatico internazionale da Mosca a Washington, si sta rivelando tanto etico e politicamente corretto quanto falso: una soluzione militare al conflitto ci può essere eccome, e Assad lo sta dimostrando. Dopo aver fatto quietamente deragliare i tentativi russi di rilanciare il processo politico di pace a Sochi, le zone di de-escalation negoziate ad Astana stanno ormai venendo utilizzate semplicemente come un espediente tattico, un modo per focalizzare le scarse risorse militari del regime su un fronte alla volta. Prima è stata la volta di Ghouta, poi probabilmente toccherà all’area di de-escalation intorno a Homs e Hama, a Idlib, e poi al sud (non necessariamente in quest’ordine).

Certo, rimangono enormi punti di domanda su quanto in là la soluzione militare potrà andare. Come potrà risolversi la questione della presenza turca a nord? Oppure la questione delle zone del nord-ovest controllate da Ypg curdo e forze speciali statunitensi? In passato si sarebbe detto con sicurezza che “qualche compromesso dovrà essere raggiunto”. Ma vista la capacità dimostrata finora da Assad di ottenere ciò che desidera senza compromessi è lecito dubitare.

La seconda dinamica, invece, riguarda i milioni di profughi all’estero, diventati una potenziale bomba sociale per i Paesi ospitanti, e la reale possibilità di un loro ritorno volontario; una possibilità che si sta trasformando sempre di più in un’illusione. Ricerche condotte in questi anni tra i rifugiati siriani in diversi Paesi (qui un survey realizzato nel 2015 in Germania, qui invece un altro realizzato nel 2018 in Libano e Giordania) hanno infatti dimostrato come ben pochi progettano di tornare senza un compromesso politico reale, ovvero senza garanzie precise di non finire perseguitati per aver simpatizzato per l’opposizione, per aver rifiutato la leva obbligatoria, o semplicemente per la paura di ritrovarsi ultimi nella distribuzione delle scarse risorse di uno Stato stremato da sette anni di conflitto.

Nei mesi scorsi esponenti del regime hanno lanciato messaggi chiari a questo riguardo verso coloro che se ne sono andati. «Ormai a Damasco i rifugiati all’estero sono considerati dei traditori», hanno raccontato molti dei rifugiati intervistati nel corso di un survey condotto dal Carnegie Beirut. Ma da qualche settimana dalle mezze parole e dalle dichiarazioni estemporanee si è passati a messaggi molto più concreti. Mentre infatti gran parte del mondo era impegnata a seguire con apprensione gli sviluppi, piuttosto scarsi, dell’attacco lampo occidentale contro l’arsenale chimico di Assad, il regime portava a termine silenziosamente una operazione che ha il potere di influenzare il futuro a lungo termine del paese molto più di 100 razzi tomahawk.

Pochi giorni prima dell’attacco voluto da Trump, infatti, il governo siriano ha emanato la famigerata Legge 10, un atto che rischia di mettere la parola fine sulle reali possibilità di ritorno per milioni di rifugiati. La legge prevede infatti che i cittadini che hanno abbandonato delle proprietà immobiliari a causa del conflitto si presentino entro il mese di maggio presso le autorità del regime in Siria con i documenti necessari per dimostrare la proprietà di case e terreni. In caso contrario, tali proprietà potranno essere espropriate dallo Stato e allocate ad altri. Se già prima milioni di persone consideravano arduo riuscire a fare ritorno alle proprie case a certe condizioni, ora buona parte di esse potrebbero non avere più nemmeno una casa a cui tornare.

Questi sviluppi hanno profondamente cambiato la realtà sul terreno, tramutando le velleità della Ue di influenzare in qualche modo il regime usando la carota dei fondi per la ricostruzione in pure e semplici illusioni. E, almeno qualcuno, dalle parti della Commissione Europea comincia a rendersene conto. Il comunicato finale della Conferenza Brussels II, conclusasi il 25 aprile nella capitale belga e co-patrocinata da Ue e Nazioni Unite, sembra infatti modificare il paradigma tenuto finora dai responsabili europei, ovvero quello basato principalmente sul ritorno volontario dei rifugiati e sull’assistenza alla ricostruzione in cambio di un processo politico includente.

Nel comunicato, infatti, la possibilità di contribuire alla ricostruzione all’interno della realizzazione di un processo politico inclusivo che tutti ormai sospettano non avverrà mai è liquidata in poche righe. Molti paragrafi vengono invece dedicati al sostegno dei principali Paesi che ospitano gli oltre 5 milioni e mezzo di rifugiati siriani all’estero: Libano, Giordania e Turchia. Secondo il comunicato finale, infatti, tali Paesi diventerebbero i destinatari principali dei circa 4 miliardi e mezzo di euro raccolti durante la Conferenza dagli Stati partecipanti. In particolare, per la prima volta si fa esplicito riferimento al sostegno europeo per le riforme interne che soprattutto Libano e Giordania stanno attuando al fine di rendere i propri sistemi economici e i propri schemi sociali pronti per sostenere una permanenza dei rifugiati siriani molto più a lunga di quanto si sarebbe mai potuto immaginare all’inizio della crisi.

Ovviamente, anche col sostegno dei miliardi dell’Europa, rimangono enormi i rischi determinati da una permanenza a lungo termine dei rifugiati siriani,soprattutto in Paesi fragili politicamente ed economicamente come Libano e Giordania. A molti osservatori del Medio Oriente tutto questo ricorda infatti quanto accaduto decenni fa a centinaia di migliaia di profughi palestinesi, condannati ad un esilio permanente nei Paesi limitrofi. Quella vicenda in pochi decenni è costata in tutto il Levante tensioni settarie, guerre civili, tentati colpi di Stato, e la miseria per generazioni intere di profughi diventati oggi milioni. E ancora non è finita. Difficile credere che gli stessi Paesi e la stessa regione se ne possano permettere un’altra.

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