Fare giornalismo in Egitto? Un crimine

Giro di vite del governo egiziano sui media. Giornalisti di Al Jazeera condannati a pene dai 7 ai 10 anni. Ex direttore al-Ahram in esilio: «Centinaia di giornalisti nel mirino». Il Comitato per la Protezione Giornalisti (CPJ) denuncia che dalla caduta di Morsi sei operatori dell'informazione sono stati abbattuti e 65 giornalisti arrestati. Ed il bavaglio s'allarga anche alla Rete.

Photo REUTERS/Stringer

All’indomani dell’adozione di una Costituzione che in teoria (ma solo in teoria) garantisce libertà d’espressione e di opinione e che difende espressamente la libertà di stampa e l’indipendenza dei media, molti avevano applaudito anche se il voto era stato macchiato da decine di morti e centinaia di arresti e violenti scontri in diversi distretti del Cairo nei giorni successivi all’adozione del testo. Oggi ci troviamo di fronte all’evidenza che, nonostante i buoni propositi sulla carta, il governo nato dalla destituzione del presidente Morsi nel Luglio dell’anno scorso ha continuato imperterrito ad orchestrare campagne di persecuzione contro i media d’opposizione e in special modo contro quelli che si trovano nell’orbita dei Fratelli Musulmani.

La guerra dell’Egitto contro Al-Jazeera

Da questo punto, la televisione satellitare Al-Jazeera è diventata il nemico pubblico numero uno: il governo egiziano insediatosi dopo la caduta del leader eletto dei Fratelli Musulmani non ha mai smesso di fare guerra all’emittente del Qatar che in questi ultimi tre anni ha dapprima sostenuto i movimenti della ‘Primavera Araba’ in tutta la regione, poi, in tempi recenti, ha denunciato senza mezzi termini la feroce repressione contro i Fratelli Musulmani (estate 2013). Per il governo egiziano il canale satellitare Al-jazeera funge da “antenna ufficiale” dell’emirato che sponsorizza i partiti e gli uomini politici d’ispirazione islamista. Le cose però sono peggiorate dal Dicembre scorso quando il governo cioè ha deciso di inserire l’associazione dei Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroriste. Da ciò è nata dunque la solerzia nell’orchestrare campagne per zittirne i giornalisti accusati di attività terroristiche e di minacciare la sicurezza del paese. L’ultima tappa di questa spietata guerra all’informazione è avvenuta il 23 Giugno scorso al Cairo dove una sentenza - che ha scioccato l’opinione pubblica egiziana ed occidentale - s’è abbattuta come una mannaia sui tre giornalisti di Al-Jazeera Peter Greste, Mohamed Adel Fahmy e Baher Moahammed. Mohamed Adel Fahmy, che ha doppio passaporto egiziano e canadese, è il responsabile della redazione di Al-Jazeera al Cairo mentre Peter Greste è un giornalista australiano. Entrambi sono in prigione da più di 170 giorni e sono stati condannati a 7 anni di prigione. Baher Mohamed, condannato anch’egli a 7 anni, ha ricevuto anche un surplus di pena di 3 anni anche per detenzione di armi. Alcuni giornalisti, tra cui due britannici ed un’olandese, sono stati condannati in contumacia a 10 anni. Pene dunque pesantissime, sproporzionate rispetto alle attività compiute, che gettano una luce inquietante sulla società e le istituzioni del dopo-Morsi. Tutti sono accusati di appartenere ad un’organizzazione terrorista e di aver diffuso notizie false per sostenere la confraternita.

Non solo Al-Jazeera: 100 giornalisti nel mirino del governo

La guerra contro Al-Jazeera è solo la punta dell’iceberg. Nel mirino del governo ci sono centinaia di giornalisti. Yehia Ghanem, giornalista ed ex direttore del grande giornale egiziano al-Ahram, ora in esilio negli Stati Uniti, ha parlato di almeno un centinaio di giornalisti che rischierebbero la prigione e che ricevono costantemente minacce fisiche da parte dell’establishment militare. Ghanem, che dirigeva al Cairo anche il network ARIJN (Arab Reporters for Investigative Journalism Network), è stato costretto a lasciare l’Egitto dopo una severa condanna per cospirazione nel suo paese, accusato inoltre di aver fondato una scuola di giornalismo finanziata dal dipartimento di stato Usa con fondi che ammontano a quasi un milione di dollari. Il caso del giornalista Abdel Rahman Shaheen è anche emblematico. Shaheen è stato condannato a tre anni di prigione “per aver incitato alla violenza”. Secondo l’agenzia di stampa pro-governativa MENA Shaheen, che in passato aveva lavorato per il canale televisivo pro-islamista Misr 25 e per il quotidiano organo del FJP (Partito della Libertà e Giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani), lavorava in qualità di corrispondente di Al-Jazeera ma dal quartier generale dell’emittente in Qatar è arrivata la smentita in quanto oggi come oggi, ha affermato il portavoce, Al-Jazeera non ha più corrispondenti in Egitto sin dall’arresto dei tre corrispondenti il 29 Dicembre scorso. Nelle maglie della censura è finito anche il giornalista Mohamed Hegazy, corrispondente per il canale copto al-Tareq, arrestato nel Dicembre scorso mentre seguiva le violenze ai danni dei copti nel villaggio di Bany Obiad, nel governatorato di Minya. La settimana scorsa è stato condannato a 5 anni di detenzione. Anche qui, come è accaduto negli ultimi anni in Turchia con l’iniqua legge sull’antiterrorismo, i giornalisti vengono considerati alla stregua di terroristi e per questo motivo vengono messi nelle condizioni di non nuocere all’establishment. Licenziati, arrestati o addirittura uccisi. È quanto afferma il rapporto del CPJ (Committee to Protect Journalists) che evidenzia che dal 3 Luglio dell’anno scorso sei operatori dell’informazione sono stati abbattuti mentre seguivano eventi pro-Morsi ed almeno 65 sono stati arrestati o imprigionati. Secondo invece Gamail Eid, fondatore dell’Arab Network for Human Rights Information, i giornalisti assassinati sarebbero undici in meno di un anno. La tipografia dell’ONG, che pubblicava un suo proprio giornale, è stata chiusa dopo un’irruzione della polizia all’alba e tutto il personale che vi lavorava è stato arrestato.

Attivisti arrestati, nuova fazione islamista minaccia l’Egitto

Ed anche sul fronte delle libertà civili le cose non sono più rosee. Il 4 Giugno scorso il governo ha lanciato una gara d’appalto per ideare un nuovo sistema capace di sorvegliare i social network e le applicazioni come Instagram, Viber e Whatsapp. Decine di attivisti invece sono stati arrestati nei giorni scorsi dopo aver marciato pacificamente per chiedere la revoca della legge anti-proteste. Tra gli arrestati c’era anche Yara Sallam, ricercatrice presso l’EIPR (Egyptian Initiative for Personal Rights) una delle più importanti organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Dalla destituzione di Morsi i poliziotti ed i soldati hanno ucciso più di 1.400 manifestanti, oltre 15.000 membri della Fratellanza sono stati arrestati e centinaia condannati a morte in processi di massa che l’ONU non ha lesinato a definire con costernazione “senza precedenti nella Storia”. La feroce repressione contro i Fratelli Musulmani ha egualmente provocato le reazioni delle fazioni islamiste più oltranziste, tra le quali quella della finora sconosciuta Ajnad Misr, ‘I Soldati d’Egitto’, che nei giorni scorsi s’è resa colpevole di diversi attentati su suolo egiziano che hanno portato alla morte di due poliziotti ed il ferimento di decine di persone. L’odio e la violenza generano odio e violenza.

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GUALA
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