Manila vara una legge che estende l’autonomia della regione a maggioranza musulmana a sud. Un passo considerato cruciale per arrivare alla pace con i guerriglieri separatisti. Ma un attentato dei jihadisti contrari all’accordo può segnare l’inizio di un'escalation del terrore targata Isis

Una moschea distrutta dai proiettili a Marawi, Filippine meridionali, 22 maggio 2018. REUTERS / Neil Jerome Morales
Una moschea distrutta dai proiettili a Marawi, Filippine meridionali, 22 maggio 2018. REUTERS / Neil Jerome Morales

Continua a scorrere sangue nelle Filippine meridionali. Nonostante la Bangsamoro Organic Law, una legge firmata recentemente dal presidente Rodrigo Duterte, che estende l’autonomia della regione a maggioranza musulmana nel sud, i jihadisti tornano a colpire e annunciano una nuova stagione del terrore.


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La firma della legge era attesa da tempo. Frutto di numerosi colloqui di pace iniziati nel 2014 tra Manila e il Moro Islamic Liberation Front (Milf), il più grande gruppo ribelle del Paese che ha combattuto per decenni contro il governo centrale, l’autonomia è sempre stata considerata la chiave per creare una pace duratura con i guerriglieri separatisti e per contrastare l’ascesa dell’estremismo islamista nell’area.

Grazie a questa legge, la regione di Bangsamoro – che comprende varie isole della parte meridionale del Paese, inclusa quella più grande di Mindanao – dovrebbe avere i suoi poteri esecutivi, legislativi e fiscali entro il 2022. La capitale continuerà a controllare la difesa, la sicurezza, gli affari esteri e alla politica monetaria. Grande come la Corea del Sud, questa è la regione più arretrata delle Filippine malgrado le numerose risorse e la posizione strategica nel Mar Cinese Meridionale.

La strage di Mamasapanu e il blocco delle trattative

La precedente amministrazione sperava di far passare questa legge nel 2015, ma una disastrosa operazione per catturare Zulkifli Abdhir, soprannominato Marwan, un terrorista malese super ricercato poi ucciso nel blitz, ha bloccato tutto. Nella retata, avvenuta il 25 gennaio di tre anni fa, ricordata come la strage di Mamasapanu, hanno perso la vita 44 agenti delle forze speciali filippine, che si sono trovati sotto il fuoco proprio dei miliziani del Milf.

«La zona di Mamasapanu è sotto il nostro controllo», aveva detto a chi scrive parlando di quell'imboscata Mihajirin Ali, uno dei leader del gruppo ribelle, durante un’intervista del 2016 nel quartier generale a Cotabato. E aveva aggiunto: «Probabilmente le forze speciali hanno sottovalutato la situazione sul territorio».

L'accordo potrebbe aprire una nuova escalation di violenze

Con questa firma il presidente Rodrigo Duterte spera di fermare i gruppi radicali – sempre più attivi nella regione – anche grazie all'aiuto del Milf. Non solo la strada per la pacificazione rimane tutta in salita ma si potrebbe aprire anche una nuova escalation di violenze portata avanti da questi jihadisti che sono contrari all'accordo siglato con il governo e che hanno come unico obiettivo quello di issare la bandiera nera in tutta l'area. Secondo l'intelligence filippina, i gruppi armati che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico sono ventitré. I più organizzati sarebbero Abu Sayyaf e il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff), quest’ultimo sempre più attivo. A metà luglio ha tentato – senza riuscirci – di occupare il municipio di Datu Paglas, nella provincia di Maguindanao.

L'attacco suicida a fine luglio

La vera sanguinosa risposta è avvenuta alle prime luci dell'alba di martedì 31 luglio, a meno di una settimana dall'accordo, quando un’autobomba è esplosa in un posto di blocco militare nella nell’isola di Basilan. L’ordigno ha provocato la morte di undici persone, tra cui cinque uomini delle truppe governative e un bambino di dieci anni. L’attacco è avvenuto nei pressi di una base militare a Lamina, dove un terrorista suicida ha fatto esplodere il furgone che stava guidando. Nella serata dello stesso giorno è poi è arrivata la rivendicazione da parte dell'Isis che ha pubblicato l’immagine del terrorista marocchino Abu Kathir al-Maghrebi indicandolo come l’uomo che avrebbe compiuto la strage e che si sarebbe arruolato nei mesi scorsi con i miliziani di Abu Sayyaf.

I terroristi hanno promesso nuovi attentati in tutto il Paese

Quest'ultimo attacco non è altro che la continuazione di quello che questi gruppi avevano promesso dopo la caduta di Marawi, la città filippina assediata dai jihadisti nel maggio 2017, liberata poi ad ottobre dello stesso anno dalle truppe governative dopo quasi cinque mesi di dura battaglia. Da tempo, infatti, parlavano di azioni di questo tipo, annunciando anche attentati in altre zone del Paese, incluse quelle turistiche. Un incubo per Duterte e per tutti i filippini, stanchi di un conflitto che in quasi cinquant'anni ha provocato la morte di oltre 120mila persone e circa due milioni di sfollati.

@fabio_polese

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