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La Siria che verrà

L'assetto futuro della Siria è in bilico fra due visioni contrapposte, che non coincidono con le speranze del regime. Un potere centrale molto forte ma con alcune zone semi-indipendenti, visione russa, o un regime debole e instabile ma su tutto il territorio, visione iraniana.

Il disegno di un bambino siriano rifugiato in Turchia mostra il ricordo e la speranza per il futuro della Siria. REUTERS / Umit Bektas
Il disegno di un bambino siriano rifugiato in Turchia mostra il ricordo e la speranza per il futuro della Siria. REUTERS / Umit Bektas

Frammentazione, radicalizzazione, errori strategici e abbandono da parte degli sponsor internazionali hanno ridotto a zero le possibilità di una vittoria dei ribelli sul regime di Bashar al-Assad. Ma quest’ultimo è ancora lungi dall’aver formulato un’idea precisa della Siria post-conflitto. A determinarne i contorni è comunque sempre più una parte sola, quella dei vincitori, e non a caso le visioni contrastanti sulla Siria di domani che si confrontano oggi sono due, e tutte interne alla coalizione che sostiene il regime di Damasco: la visione russa e quella iraniana.

La visione russa: uno stato forte ma decentralizzato

Dopo oltre un anno e mezzo dall’entrata della Russia nel conflitto a sostegno del regime di Assad nel settembre 2015, i russi hanno imparato bene con chi e cosa hanno a che fare. Soprattutto hanno un’idea chiara degli scenari plausibili che permetterebbero al regime di consolidare e stabilizzare il proprio potere senza il rischio di future recrudescenze del conflitto. Le zone di de-escalation, negoziate direttamente dalla Russia con gli Stati Uniti e definite in questi giorni ad Astana, il solido rapporto mantenuto con le milizie curde del Ypg nonostante i loro recenti attriti col regime, e il dialogo intenso di Mosca con alcune potenze regionali come Israele, Turchia e Giordania, sembrano confermare l’accettazione di una suddivisione del paese in zone di influenza. In tale scenario, alcune zone da tempo fuori dal controllo del regime come il nord lungo il confine turco (in mano ai curdi del Ypg nelle zone di Afrin, Kobane, Hasaka e Qamishli, e in quelle dei ribelli sostenuti da Ankara nella fascia tra al-Bab, Azaz e Jarablus), il sud da Quneitra a Daraa lungo gran parte del confine giordano (in mano a diverse formazioni ribelli e delle tribù locali sostenute dalla Giordania) rimarrebbero in parte fuori dal controllo del regime nel quadro di una decentralizzazione dello Stato, in senso federale o semi-federale. Un tale assetto eviterebbe allo Stato siriano il compito di riportare sotto il proprio diretto dominio alcune aree remote e avverse al regime senza perderne il controllo nominale. Allo stesso tempo, la leadership di Damasco avrebbe la possibilità di ricostruire le proprie istituzioni, molto indebolite dal conflitto e oggi influenzate da singole personalità e gruppi di potere informali. In particolare, l’esercito e le forze di sicurezza avrebbero la possibilità di ricostruire la propria posizione primaria all’interno del regime assorbendo o eliminando le numerose milizie che oggi ne insidiano l’effettivo controllo del territorio. Infine, dato non trascurabile, la creazione di zone decentralizzate controllate da comitati locali creerebbe quelle condizioni di garanzia che permetterebbero a molti oppositori di deporre le armi senza temere rappresaglie e a molti rifugiati avversi al regime di fare ritorno in “zone sicure”.

Il problema vero di questa soluzione è l’ancora forte presenza, nonostante le recenti divisioni, di gruppi radicali come Tahrir al-Sham (ex Jabhat al-Nusra) in alcune zone chiave come Idlib e l’area di Quneitra a sud ovest. Nessuna vera decentralizzazione è infatti attuabile senza l’eradicazione delle milizie jihadiste.

La visione iraniana: “forti milizie in debole stato”

L’emergente visione iraniana per l’assetto post-conflitto dello Stato siriano ha caratteristiche spesso opposte a quella russa.

L’Iran infatti sembra mirare a riproporre un modello simile ad altri Stati come Libano e Iraq in cui, tramite partiti e milizie direttamente sotto il suo controllo, esercita un alto grado di influenza. Tale modello comporta un potere centrale debole e perennemente in tensione con alcune regioni e componenti sociali particolarmente avverse al suo potere (come il sud e la Bekaa controllate da Hezbollah in Libano, o il triangolo sunnita in Iraq, in conflitto col governo a controllo sciita di Baghdad). In un tale quadro di debolezza del potere centrale, Teheran punta a conservare ampio controllo diretto sulle milizie sciite da essa formate durante il conflitto e composte sia da siriani sia da sciiti iracheni, pakistani e afghani, oltre all’ampio potere oggi esercitato dall’Hezbollah libanese nei territori lungo il confine col Libano. Negli ultimi mesi Teheran ha proceduto ad acquisizioni di terre ed accordi per poter stabilizzare la presenza di una parte significativa di queste milizie in Siria anche dopo il conflitto.

Oltre alla consolidare il potere delle milizie, Teheran ha finora appoggiato continuativamente il desiderio del regime di Damasco di riconquistareogni centimetro del Paese”. Teheran è infatti consapevole che per garantire un ampio potere delle proprie milizie in futuro e, soprattutto, per garantire un passaggio sicuro per truppe e materiali che da Teheran conduca al Libano attraverso Iraq e Siria è necessaria l’eliminazione di quanti più poteri locali avversi all’influenza iraniana, a partire dai territori attualmente sotto il controllo dell’opposizione.

Il regime e le alleanze di domani

Al centro di tali visioni contrastanti si trova il regime siriano, il quale, attraverso una posizione altalenante tra i suoi due principali alleati, cerca di ottenere alcuni elementi di entrambe le visioni: da una parte, un riconsolidamento effettivo delle sue istituzioni e, dall’altra, la riconquista dell’intero Paese a discapito dell’opposizione e di altri poteri locali come il Pyd curdo. Il regime rifiutò nel 2016 il primo tentativo russo di introdurre il tema della decentralizzazione all’interno della bozza costituzionale presentata ad Astana. Poco tempo dopo Damasco si lanciò nel tentativo (per ora di scarso successo) di inglobare all’interno dell’esercito regolare almeno una parte delle milizie pro-regime. Contemporaneamente, alcune posizioni rese esplicite da Assad e da alcuni maggiorenti del regime hanno sottolineato il rifiuto di garantire qualunque tipo di compromesso agli oppositori. Questo è quanto emerge da alcune dichiarazioni “indirette” di Assad stesso, che in più occasioni si è detto convinto che l’attuale crisi abbia portato anche benefici come la “creazione di una società molto più omogenea” (priva, quindi, di opposizione), o dichiarazioni molto più esplicite come quella del generale dell’esercito siriano Zahrerddine che sulla tv nazionale ha esplicitamente invitato i profughi a non tornare in quanto “non verrebbero mai perdonati”.

Difficile dire se sia il regime a sopravvalutare le proprie forze o i russi a essere diventati troppo scettici del proprio alleato. Di sicuro, gli sviluppi sul terreno delineano un’immagine della Siria di domani che oscilla tra due visioni contrastanti, entrambe piuttosto lontane dall’ideale (o dalle illusioni) della leadership di Damasco.

Il consolidamento delle zone di de-escalation negoziate direttamente da Russia e Stati Uniti e il ruolo preponderante giocato da Mosca nelle negoziazioni internazionali sembrano finora favorire la soluzione russa. Essa sembra infatti essere ben vista da numerose potenze locali e internazionali come gli Stati Uniti, la Giordania, Israele e la Turchia.

Esistono però almeno due elementi non trascurabili che nei prossimi mesi potrebbero cambiare il corso degli eventi.

Per prima cosa, la Russia è più forte dell’Iran solo finché è presente. Oltre all’aeronautica russa, forze speciali e polizia militare sono oggi dispiegate in numerose zone del Paese. La Russia però è interessata a non prolungare in modo indefinito il proprio impegno in Siria, che rischia di diventare sempre più impopolare per l’opinione pubblica interna. L’influenza esercitata oggi da Mosca su Damasco potrebbe però dissiparsi velocemente in caso di ritiro anche parziale, soprattutto in uno scenario in cui il regime non percepisca l’intervento russo come ancora indispensabile per i suoi sforzi militari. Al contrario, l’Iran, Hezbollah e le milizie locali sono in Siria per restare nel lungo termine. In caso di ritiro russo potrebbero essere quindi in grado di riportare il corso degli eventi verso una traiettoria a loro più congeniale.

Il secondo elemento da non trascurare è che alleanze che sembrano impossibili oggi potrebbero non esserlo domani. In particolare, la Turchia ha oggi interessi che potrebbero portarla a optare in futuro per un approccio più vicino alla visione iraniana, nonostante Ankara sia stata in questi anni uno dei principali sponsor dell’opposizione. La decentralizzazione dello stato siriano potrebbe comportare infatti problemi potenzialmente vitali per Ankara. In particolare, il consolidamento e l’ufficializzazione del potere del Pyd nelle restanti regioni del nord rappresenterebbe un pericolo concreto per la stabilità interna della Turchia vista la vicinanza del Pyd al Pkk turco.

La Turchia potrebbe così in futuro scegliere di abbracciare la visione iraniana e appoggiare una espansione del controllo territoriale del regime anche nel nord in chiave anti-curda. E senza russi a est e americani a ovest dell’Eufrate a garantirne la sopravvivenza, ben poco potrebbe restare del Rojava indipendente davanti alla volontà congiunta di Damasco, Ankara e Teheran.

 @Ibn_Trovarelli

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