Quella di ieri al confine tra Gaza e Israele è stata un’altra giornata di sangue. Non è finita qui. Israele non cambia le regole d’ingaggio. E la Grande Marcia del Ritorno andrà avanti fino al 15 maggio. Con la protesta nonviolenta, Hamas esce dall’angolo e lancia una duplice sfida

Dimostranti palestinesi mascherati durante scontri al confine tra Israele e Gaza nella striscia meridionale di Gaza il 5 aprile 2018. REUTERS / Ibraheem Abu Mustafa
Dimostranti palestinesi mascherati durante scontri al confine tra Israele e Gaza nella striscia meridionale di Gaza il 5 aprile 2018. REUTERS / Ibraheem Abu Mustafa

Gerusalemme - Tra i tweet inviati venerdì dall’account della Grande Marcia del Ritorno in corso a Gaza c’è la fotografia di una anziana palestinese vestita in abiti tradizionali. Il testo che l’accompagna dice: “Oh nonna, ti sono mancati la tua terra, la tua casa e l’albero. Non preoccuparti, i tuoi figli apriranno un varco in quella barriera e sarai sana e salva a casa tua”.


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È questo il fulcro narrativo della “Grande marcia del ritorno”, la protesta iniziata tragicamente venerdì 30 marzo sul confine tra Gaza e Israele, con la morte di 17 manifestanti, uccisi dai soldati israeliani. Ma per Hamas la mobilitazione di decine di migliaia di persone, nel momento di massima difficoltà politica e militare, rappresenta anche un rilancio insperato della sfida a Israele. Oltre a una prova di forza nei confronti dell’Autorità Palestinese.

Ed è solo l’inizio. La protesta prevede una serie di manifestazioni settimanali che culmineranno il 15 maggio, il giorno successivo all’anniversario della fondazione di Israele che per i palestinesi corrisponde alla Naqba, la “catastrofe” dell’espulsione e la fuga di circa 700 mila palestinesi dalle proprie terre.

I manifestanti erano 35 mila circa venerdì 30 marzo, sicuramente meno numerosi ieri. Le cifre israeliane parlano di 20 mila persone e tutti i giornalisti presenti hanno raccontato una situazione molto più calma rispetto alla settimana precedente. Ma il bilancio alla fine della giornata è pesantissimo. Secondo le cifre del ministero della Salute gazawi 9 morti e circa 1070 feriti, di cui 293 dal fuoco israeliano.

Il portavoce dell’Esercito israeliano, il Colonnello Jonathan Conricus ha affermato che le regole di ingaggio non sono cambiate. «La ragione per cui siamo così ferrei sul fatto che la recinzione deve restare integra – dice - è che è tutto quello che separa migliaia di rivoltosi dagli obiettivi israeliani più vicini, che potrebbero essere un kibbutz, una fattoria, o altre comunità israeliane o soldati israeliani». Ieri meno manifestanti hanno cercato di avvicinarsi alla barriera, per questo il numero delle vittime è inferiore

A fine giornata il Kuwait ha cercato di far approvare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la richiesta di un’indagine “indipendente e trasparente” riguardo le violenze commesse da Israele, ma per la seconda volta nell’arco di una settimana gli Usa hanno posto un veto alla dichiarazione.

Su quelle centinaia di metri di terra che separano i manifestanti dai soldati israeliani schierati lungo il confine si stanno giocando battaglie di diversi tipi. Oltre a quella simbolica legata al diritto al ritorno e alla protesta nei confronti dell’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme – che Trump ha annunciato proprio per il 15 Maggio – c’è la lotta tra Hamas e Autorità Palestinese per il controllo della Striscia.

Hamas aveva bisogno di un’azione importante per riaffermare la propria leadership tra i palestinesi. Schiacciata tra Israele e l’Egitto che controllano i valichi di accesso alla Striscia, soffocata dalle sanzioni imposte da Abu Mazen e messa in angolo militarmente dagli israeliani grazie al sistema anti-missile Iron Dome e al muro sotterraneo costruito per bloccare i tunnel, Hamas ha imbracciato l’arma perfetta: la protesta nonviolenta.

La risposta violenta di Israele davanti a una manifestazione che riprende il tema caldissimo del ritorno dei profughi potrebbe restituire alla leadership di Hamas la legittimazione di cui ha bisogno, forse anche tra i palestinesi della Cisgiordania.

L’Egitto ancora cerca di salvare il salvabile del processo di riconciliazione tra Hamas e Autorità Palestinese, che rischia di affossare dopo l’attentato fallito contro il Primo Ministro Rami Hamdallah, il cui convoglio è stato attaccato durante una visita a Gaza il mese scorso. Gli egiziani chiedono però che avvenga il passaggio di consegne affinché sia l’Autorità Palestinese a gestire i valichi. Hamas non vuole disarmarsi e consegnare la gestione della Striscia. E in questa situazione di stallo Abu Mazen resta l’interlocutore ufficiale palestinese per la comunità internazionale.

Nonostante il fatto che la maggior parte dei gazawi non siano scesi in campo a manifestare e tra i partecipanti moltissimi si sono tenuti lontani dal confine, usando costumi colorati, musica e ironia, tra i giovani c’è chi vede quest’opportunità per esprimere la propria rabbia lanciandosi verso il confine. Più per disperazione che per raggiungerlo davvero: «Voglio che mi sparino», ha detto al Washington Post Yahya Abu Assar, un giovane di 22 anni «Non voglio questa vita».

Potrebbe essere una popolazione giovane, disoccupata e senza alternative a dare la spinta necessaria ad Hamas, anche tra chi in Cisgiordania è sfiancato da un’Autorità Palestinese corrotta e considerata troppo blanda nei confronti di Israele. Ma da qui al 15 maggio la strada è molto lunga e bisognerà vedere se Hamas saprà alimentare le speranze e la protesta.

@federicasasso

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