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La guerra per ora è rinviata, ma l’assedio di Gaza continua

Colpi di mortaio da una parte, bombardamenti dall’altra. Quella del 29-30 maggio è stata l’escalation militare più grave nella Striscia dal 2014. La tregua ora dovrebbe reggere, ma rimane il blocco totale, che stravolge più delle armi la vita quotidiana degli abitanti di Gaza

Una barca che trasporta pazienti e studenti salpa verso l'Europa con l'obiettivo di rompere il blocco israeliano a Gaza, sul mare a Gaza il 29 maggio 2018. REUTERS / Mohammed Salem
Una barca che trasporta pazienti e studenti salpa verso l'Europa con l'obiettivo di rompere il blocco israeliano a Gaza, sul mare a Gaza il 29 maggio 2018. REUTERS / Mohammed Salem

«Mia madre dice sempre: a Gaza, se vuoi sapere cosa cucinare la sera per la tua famiglia, devi seguire le notizie», scherza Amjad Saeed, 27 anni e attivista per i diritti delle donne nella Striscia. Perché anche i prodotti sugli scaffali nei negozi di Gaza City sono materia politica: cosa entra e a che prezzo dipende tutto da quanto l’embargo è restrittivo. Il che dipende in gran parte dall’apertura dei passi di Rafah - al confine con l’Egitto - e di Kerem Shalom con la parte israeliana ma, soprattutto, dalla presenza o meno di un conflitto.

A Gaza, al momento, non c’è una guerra in atto. Nonostante i 216 mortai che Hamas e Islamic Jihad hanno lanciato verso Israele, di cui due sono caduti sulla città israeliana di Sderot, in una “rappresaglia per l’uccisione di palestinesi durante la manifestazione della Lunga Marcia”, come le ali armate dei due gruppi hanno ufficializzato in un comunicato congiunto. E nonostante per 24 ore ininterrotte, tra la notte del 29 e del 30 maggio, le Forze di Difesa Israeliane (Idf) abbiano bombardato la Striscia, colpendo 25 siti di Hamas per un totale di 60 obiettivi nella Striscia.

«La situazione era arrivata a un punto limite», dice Amjad a eastwest.eu «ma, dopo quattro ore di bombardamenti e nessun morto, abbiamo tutti capito che non sarebbe scoppiata una guerra nell’immediato». L’esperienza insegna, nella Striscia. Amjad, che ha vissuto le guerre 2008-2009 e 2014, ricorda: «Solo nella prima ora dell’Operazione Piombo Fuso, Israele aveva già ucciso 100 persone».

Le bombe non hanno ucciso nessuno questa volta. Alle 4 del mattino del 30 maggio Hamas, tramite la mediazione egiziana, ha raggiunto un cessate il fuoco con Israele. Al momento solo Khalil al-Hayya di Hamas ha ufficializzato la tregua. La controparte israeliana ha smentito l’accordo. Di fatto i bombardamenti sono cessati ma nel pomeriggio del 30 tre palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano a sud della Striscia.

Dal telefono dalla sua casa di Gaza City, Amjad dice che secondo lei la tregua terrà. «Il cessate il fuoco avrà anche evitato che altre persone vengano uccise in questi giorni», puntualizza «ma non smette di uccidere pazienti di cancro che a causa del blocco non possono ricevere trattamenti adeguati, né i feriti delle scorse manifestazioni».

«Il giorno della tregua è stato un giorno come un altro», continua Amjad «le persone sono andate a lavorare e i ragazzi sono andati a scuola. Perché la quotidianità di Gaza non è tanto intaccata dalle bombe delle ultime ore, a stravolgere la vita dei gazani è soprattutto la grave crisi economica che è dilagata come una piaga da quando Egitto e Israele hanno imposto il blocco totale nella Striscia».

Per le Nazioni Unite quella del 29-30 maggio però si tratta de “l’escalation più pericolosa dall’ultima guerra del 2014”. Allora le Idf avevano ucciso 2251 palestinesi, quasi tutti civili, e i razzi Qassam avevano colpito 66 soldati e 6 civili israeliani. Poche ora fa, l’inviato Onu per il Medio Oriente, Nikolay Mladenov, in una conferenza stampa ha precisato: «L’escalation degli ultimi giorni non può essere slegata dalle uccisioni durante le proteste di massa degli ultimi due mesi».

Dal 30 marzo, le Idf hanno ucciso almeno 121 palestinesi non armati (dati Afp) nel corso di manifestazioni lungo la barriera che separa Gaza da Israele. Le proteste della Lunga Marcia del Ritorno sono state indette dai palestinesi, di Gaza, Cisgiordania e dalle comunità in esilio per commemorare i 70 anni della Nakba: la “catastrofe” palestinese del 15 maggio 1948, che coincide con la fondazione dello Stato di Israele e la cacciata dai territori.

Dopo settimane di silenzio, i riflettori si sono riaccesi su Gaza il 14 maggio, quando in concomitanza con l’inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, l’esercito israeliano ha ucciso più di 60 manifestanti. L’ultima persona è morta ieri, Naji Gunihem di 23 anni, in seguito alle ferite riportate: lesioni inusuali che, secondo Msf, sono provocate da proiettili particolari che quando non uccidono, polverizzano le ossa e creano una nuova generazione di infermi a Gaza.

L’obiettivo reclamato dalla Lunga Marcia è il diritto al ritorno, su cui si fonda l’identità palestinese. Ma nelle proteste di Gaza, anche altre richieste sono presenti sul tavolo: in primis, la fine del blocco totale, che a Gaza viene definito “assedio” e che è stata un’importante causa scatenante dell’escalation.

Il 29 maggio, a mezzogiorno, una barca palestinese con 25 passeggeri ha superato le 9 miglia nautiche (16 km), per raggiungere e portare feriti delle ultime manifestazioni a Limassol, a Cipro, forzando il blocco marino imposto da Israele. La marina israeliana ha fermato la barca, conducendola al porto israeliano di Ashodod, e ha arrestato 17 persone.

Secondo gli accordi di Oslo del 1993, i palestinesi potrebbero pescare e spingersi con le barche fino a 20 miglia territoriali. Ma negli ultimi 10 anni Israele ha unilateralmente ristretto il campo a 12, poi 6 miglia, talvolta a 1 e sta attualmente costruendo una barriera marina che dovrebbe essere completata entro la fine dell’anno.

«Bloccare l’accesso al mare significa strozzare l’economia di Gaza, che in gran parte si fonda sulla pesca», commenta Amjad. «Israele è il pianificatore ma questo assedio è eseguito per mano palestinese ed egiziana”.

Dal 2007, da quando Hamas ha preso il controllo della Striscia, gli abitanti di Gaza vivono sotto un embargo che dal 2013-2014 è notevolmente peggiorato a causa della chiusura del valico di Rafah e dei bombardamenti dell’aviazione egiziana sui tunnel sotterranei al confine con l’Egitto, che collegavano Gaza col resto del mondo.

Dopo il 14 maggio l’Egitto ha deciso di aprire temporaneamente il valico per il periodo di Ramadan, per far uscire alcuni feriti e far entrare rifornimenti.

«Ieri ero al mercato di Gaza City», racconta Amjad «in questo periodo non solo è impossibile trovare dei buoni prodotti per festeggiare il Ramadan come si deve ma la cosa più impressionante è che il mercato è vuoto».

Il souk principale è situato in uno dei quartieri più popolati e caotici di Gaza City. In altri tempi, gli stand erano pieni di prodotti importati dai tunnel sotterranei al confine con l’Egitto, attorno cui brulicavano signore, bambini con cestelli e vecchi negozianti seduti fuori dagli stand. Specialmente in periodo di Ramadan che, a livello di acquisti, corrisponde al nostro periodo pre-natalizio.

Oggi i battenti del souk sono chiusi perché, anche se a singhiozzo, alcuni prodotti continuano ad arrivare «Ma in molti non possono permettersi di comprarli a causa della crisi». Le strade sono vuote, dice Amjad «La gente rimane in casa per non spendere soldi».

La situazione è peggiorata da quando gli accordi di riconciliazione tra Fatah e Hamas sono saltati e l’Autorità Palestinese ha drasticamente ridotto gli stipendi dei funzionari della Striscia.

A Gaza il salario minimo negli ultimi anni è oscillato sui 1400 shekel, 400 dollari. Oggi, però, la maggior parte degli amici di Amjad, coetanei o più grandi, sono costretti ad accettare lavori stipendiati 150/200 dollari. «Lavorare per le istituzioni è diventato impossibile, a Gaza non c’è industria né possibilità di impiego nel settore privato», commenta Amjad, che come tutta la sua generazione è attanagliata dall’angoscia di trovare un lavoro. L’unica possibilità di sbocco sono le Ong, che però hanno tagliato i progetti nella Striscia per ricollocare fondi nei conflitti in Siria e in Yemen.

Tutto ciò si inserisce in un quadro in cui due milioni di persone vivono attualmente con quattro ore di elettricità al giorno. L’acqua raggiunge le case un giorno su cinque: per più del 90% dei casi si tratta di acqua filtrata dal mare, che per il 70% delle sue componenti è inquinato a causa degli scarichi.

«La situazione è solo destinata a peggiorare», commenta Amjad. Da un punto di vista interno le libertà civili sono limitate e moti di protesta contro la governance della Striscia sono prontamente represse dalla polizia che fa capo ad Hamas.

Nonostante la profonda crisi, quello che le manifestazioni della Lunga Marcia hanno portato è un grado di consapevolezza e mobilitazione maggiori, conclude Amjad: “La resistenza all’occupazione continuerà”.

@CostanzaSpocci 

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