Nella Striscia mancano luce, cibo e medicine. E la crisi è aggravata dai tagli Usa all’Unrwa. L’accordo tra Hamas e Israele allenterebbe il blocco che da un decennio stringe Gaza in una morsa. Ma senza il consenso di Ramallah avrebbe un impatto disastroso sull’unità palestinese

Una donna palestinese scappa dai gas lacrimogeni durante una protesta. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa
Una donna palestinese scappa dai gas lacrimogeni durante una protesta. REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa

Niente più razzi, né palloncini o aquiloni incendiari verso Israele, dicono ad Hamas i mediatori egiziani e delle Nazioni Unite. In cambio di una tregua con il governo di Bibi Netanyahu, promettono, Gaza godrebbe di una serie di benefici: l'apertura del valico di frontiera di Rafah con l’Egitto, la facilitazione dell'ingresso di merci, cemento e carburante e oltre 1 miliardo di dollari in progetti Onu da spendere in sanità, elettricità, acqua e servizi igienico-sanitari.


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Il piatto sul tavolo negoziale è invitante, ed è preparato su misura per invitare Hamas al dialogo. Se però il governo islamista di Gaza decidesse di scendere a patti con Israele, senza passare prima dal consenso dell’Autorità Palestinese a Ramallah, i rapporti tra le fazioni palestinesi potrebbero incrinarsi in maniera irreversibile.

Il blocco che stringe in una morsa commerciale la striscia di Gaza da 10 anni, è peggiorato nell’ultimo anno e mezzo; la situazione è precipitata così tanto da stravolgere la vita quotidiana dei suoi abitanti, che devono barcamenarsi tra perenni crisi di elettricità, carenza alimentare e mancanza di medicinali.

«Molti palestinesi a Gaza sono stati sopraffatti dalle crisi e dalle difficili condizioni umanitarie, il che li spinge a volere una soluzione rapida che allevi le loro sofferenze, a prescindere dall’impatto disastroso per l’unità palestinese», spiega eastwest.eu Jamal Yaghi, attivista politico indipendente e executive manager di Pal+ , una piattaforma che divulga notizie dalla Striscia.

L’ “unità palestinese” di cui parla Yaghi di fatto ha cessato di esistere dalla vittoria elettorale di Hamas a Gaza e dalla frattura politica che ne è conseguita all’interno dell’Autorità Palestinese, che da oltre un decennio ha perso il totale controllo della Striscia.

Alla crisi dovuta al blocco totale di Gaza, si aggiungono gli ultimi mesi di violenze e le migliaia di nuovi invalidi a vita, colpiti dai cecchini israeliani durante le manifestazioni della Lunga Marcia del Ritorno.

La situazione nella Striscia è poi aggravata dai tagli statunitensi di quest’anno a Unrwa, l’agenzia dell’Onu attraverso cui passano i principali finanziamenti per istruzione e sanità pubblica; per cui Gaza si ritrova con strutture mediche non funzionanti e a corto di medicinali di base.

Fino allo scorso anno gli Usa sono stati i maggiori finanziatori dell’agenzia, predisponendo un budget di 360 milioni di dollari. Quest’anno, a causa dei tagli, Unrwa aprirà le scuole a Gaza, ma al momento non è sicuro che l’apertura si estenderà oltre settembre.

«È la prima volta che fin dall’apertura dell’anno, a gennaio, ci siamo ritrovati con una grave crisi di fondi per le emergenze», dice a eastwest.eu una fonte interna a Unrwa: «i tagli sul personale sono già iniziati, e chi ci lavora sa che non avrà il posto garantito a lungo… sono tutti in cerca di altri lavori».

Secondo Pierre Krahenbul, Commissario Generale Unrwa, servirebbero almeno altri 217 milioni di dollari perché l’agenzia arrivi con i suoi programmi intatti fino alla fine dell’anno. In tutta risposta, lo scorso venerdì l’amministrazione Trump ha annunciato di voler tagliare altri 200 milioni che il Congresso aveva destinato all’agenzia, e ripiazzarli in altri fondi, non ancora ben specificati.

«Una riduzione del blocco è vicina», aveva dichiarato il leader di Hamas Haniyeh lo scorso 21 agosto. Oltre alle dichiarazioni, in queste settimane ci sono stati alcuni movimenti di apertura sotto il tavolo dei negoziati che Hamas e il governo israeliano conducono tramite la mediazione dell’Egitto e delle Nazioni Unite.

Le pedine del gioco più evidenti nel corso dei negoziati sono gli “sfiatatoi” di Gaza, ovvero i passi che collegano la Striscia al mondo esterno e da cui può far transitare merci e persone.

Questo lunedì il ministero della Difesa israeliano ha predisposto la riapertura del passo di Erez, che divide Beit Hanun, a nord di Gaza, dalla barriera con Israele. Il ministero della Difesa israeliano l’aveva chiuso il 19 agosto per ritorsione: in parte a causa del rallentamenti delle trattative, in parte per le proteste palestinesi a ridosso della barriera. Fino a questa settimana, gli israeliani si sono sempre mostrati restii ad elargire permessi per passare da Erez, concedendoli in via eccezionale ad alcuni casi umanitari critici e qualche commerciante.

La scorsa settimana Israele ha deciso di riaprire anche il passo di Kerem Shalom, un importante snodo commerciale da cui dozzine di carichi di merci possono per il momento entrare quotidianamente senza restrizioni, contribuendo in parte ad allentare l'assedio. Israele continua però a imporre pesanti tasse sui camion in transito, perché secondo gli accordi di Oslo parte delle tasse devono essere riversate all’Autorità Palestinese. A questi due dazi, se ne aggiunge un terzo: anche Hamas fa pagare le merci che entrano in Gaza, e il risultato è che i pochi prodotti che entrano nella Striscia hanno prezzi proibitivi.

Ci sono altri indizi di relativa apertura per smuovere le carte sul tavolo delle trattative. A inizio agosto, ad esempio, Saleh al Arouri, vice di Hamas in esilio dal 2010, è potuto tornare a Gaza con il consenso israeliano, dopo aver incontrato al Cairo Nickolay Mladenov, inviato speciale per la pace in Medio Oriente dell’Onu, e alcuni ufficiali egiziani per discutere degli ultimi sviluppi avvenuti nell’arena politica palestinese. A questo si aggiungono altre concessioni collaterali alla leadership di Hamas, come i permessi di uscita da Gaza finora negati per alcuni familiari malati che la Corte Suprema ha erogato tre giorni fa.

«A Gaza gira la voce che Hamas abbia accettato la proposta egiziana e di Israele», racconta Jamal Yaghi, «e se così fosse, l'ostacolo più grande ora per ratificare l’accordo è uno: l'Autorità Palestinese».

«L’accordo Hamas-Israele sarebbe la consacrazione della divisione palestinese e potrebbe portare alla separazione della Cisgiordania dalla Striscia di Gaza», dice Yaghi.

Mahmoud Abbas, presidente dell’Olp e dell’Autorità Palestinese, ha infatti avanzato richieste specifiche sul tavolo negoziale: la principale, è che Hamas rinunci al controllo di Gaza e ceda pieno controllo politico e soprattutto militare a Ramallah. Abbas l’ha ribadito ai mediatori egiziani al Cairo sabato scorso: il processo di riconciliazione Hamas-Fatah deve essere portato avanti come priorità e Hamas deve consegnare Gaza all’Autorità prima che venga raggiunto qualsiasi accordo di tregua con Israele.

Prevale dunque la linea dura nei confronti di Hamas, che ha un impatto diretto sull’intera popolazione di Gaza. Fallito l’accordo Fatah-Hamas sulla gestione della sicurezza nella Striscia lo scorso ottobre, quando il pm Rami Abdallah in una visita storica si era recato a Gaza in veste di capo-delegazione dell’Autorità Palestinese, Ramallah continua a negare gli stipendi ai funzionari pubblici della Striscia, che percepiscono salari ridotti al 30% da più di un anno e mezzo.

Data la situazione di stallo e la crisi umanitaria a Gaza che peggiora di giorno in giorno, un alleggerimento del blocco ridurrebbe le pressioni su Hamas, conclude Yaghi, che pur capendo la contingenza della crisi, si fa promotore della “One state solution”.

«È chiaro che un accordo con Israele firmato da un solo partito palestinese danneggerà la causa palestinese a lungo termine», conclude Yaghi: «d’altro canto sono le fazioni palestinesi le prime responsabili politiche di quello che sta succedendo a Gaza».

@CostanzaSpocci 

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