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Gaza un anno dopo è ancora una landa di desolazione

Era il 12 Giugno del 2014 quando tre israeliani, Naftali Fraenkel, Gilad Shaer e Eyal Yifrah venivano prelevati nei pressi di una colonia in Cisgiordania. I loro corpi senza vita sarebbero stati trovati più tardi vicino Hebron. Qualche settimana dopo, tre estremisti israeliani bruciavano vivo Mohammed Abu Khdeir, un adolescente palestinese di Gerusalemme Est. Come immediata rappresaglia partono razzi dalla Striscia e scattano contemporaneamente i raid dell'aviazione israeliana.

Palestinian boys walk near the remains of a house that witnesses said was badly damaged by Israeli shelling during a 50-day war last summer, east of Gaza City February 19, 2015. REUTERS/Suhaib Salem

Il meccanismo della violenza è oramai in opera. La notte del 7 Luglio 2014 Israele lancia l'operazione militare “Margine protettivo” contro la Striscia di Gaza. Un'operazione destinata a durare 51 giorni e a causare la morte di 2.262 palestinesi (di cui 551 bambini e 305 donne) e 10.000 feriti. Lato israeliano resteranno uccise 73 persone di cui 67 soldati.

ONU: crimini di guerra da un lato e dall'altro

Nel corso di un conflitto duro e senza esclusione di colpi, le forze israeliane hanno sganciato migliaia di bombe che hanno colpito abitazioni, palazzi, scuole, ospedali, fabbriche agroalimentari. Dall'altro lato Hamas ha tirato migliaia di razzi verso il Sud d'Israele ammassando le armi nelle zone residenziali di Gaza da dove partivano i lanci. In un rapporto dell'ONU pubblicato a Ginevra il 22 Giugno scorso Israele ed i gruppi armati palestinesi sono accusati d'aver commesso crimini di guerra durante il conflitto. Nel rapporto degli investigatori dell'ONU, Israele è accusata di incapacità a modificare il corso dell'operazione “Margine Protettivo” nonostante le evidenti perdite umane e le distruzioni massicce, denotando una volontà politica e militare di causare più danno possibile al nemico senza porsi il problema delle vite umane e delle devastazioni causate.

Secondo il rapporto dell'Onu, Israele ha effettuato oltre 6.000 bombardamenti di cui numerosi in “quartieri residenziali”, colpendo obbiettivi civili e non militari. Anche sugli attacchi di terra, in particolare nei quartieri di Shejaya, Khuzaa e Rafah, il rapporto dell'ONU sottolinea l'utilizzo da parte dell'esercito israeliano di un numero impressionante di armi esplosive con gittata a lungo raggio in zone fortemente popolate e di “attacchi indiscriminati” che in certe circostanze possono essere assimilati a attacchi diretti contro civili inermi e dunque a crimini di guerra. Come confermato dalle testimonianze di alcuni soldati israeliani all'ONG Breaking the Silence, il rapporto afferma che la distruzione condotta per mezzo dell'artiglieria, dei bombardamenti e dei bulldozer è stata adottata dai quadri dell'esercito israeliano come una tecnica di guerra per creare una vera e propria no man's land.

Lato Hamas, il rapporto dell'ONU sottolinea che la maggior parte dei 4.881 razzi lanciati da Hamas e dalla Jihad Islamica non avevano alcuna precisione balistica e sono stati dunque indiscriminatamente lanciati in direzione di città e zone abitate da civili. Anche queste operazioni, in cui i capi militari di Hamas non hanno considerato alcuna distinzione tra civili e militari, sono state assimilate dagli investigatori dell'ONU a veri e propri crimini di guerra. L'Onu ha poi stigmatizzato la costruzione di 14 tunnel nella Striscia utilizzati per attaccare il Sud d'Israele e le torture ed esecuzioni sommarie (almeno 23) a danno di Gazawi accusati di collaborare col nemico.   

Un paese devastato ma la ricostruzione non parte

Un anno dopo l'offensiva israeliana "Margine Protettivo" Gaza resta una landa di rovine e la ricostruzione stenta a ripartire. Secondo un rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale a Maggio scorso oltre il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e almeno la metà degli 1,8 milioni di abitanti vive soltanto grazie agli aiuti internazionali. Con un tasso di disoccupazione al 44% (che sale fino al 60% per i giovani) anche la ricostruzione resta un miraggio: 100.000 gazawi sono ancora senza tetto. E poi c'è la rivendita al nero dei materiali edili.  Inizialmente penalizzati dalle rigide restrizioni imposte da Israele ed Egitto,  1,3 milioni di tonnellate di materiali introdotte nella Striscia invece di servire a costruire tra i 16.000 ed i 20.000 alloggi sono state rivendute al mercato nero.

Un altro problema all'orizzonte è quello del deficit dell'Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR) di Gaza, un buco nel bilancio che potrebbe portare alle chiusura di 245 scuole gestite dall'agenzia dopo le vacanze estive. A questo si aggiunge il problema dei “donatori” della Conferenza del Cairo nell'Ottobre del 2014, che non hanno ancora onorato il proprio impegno. Secondo la Banca Mondiale solo un terzo dei 3,5 miliardi di dollari promessi da diversi paesi per la ricostruzione a Gaza sono stati trasferiti nell'Aprile scorso (la maggior parte dei fondi sono arrivati da Qatar, Stati Uniti e Germania) mentre gli altri donatori prendono tempo rallentando ulteriormente la ricostruzione, che se continua cosi potrebbe prendere venti o trent'anni.

Secondo il Commissario generale dell'Agenzia dell'Onu per il Soccorso e l'Occupazione (UNRWA) Pierre Krähenbühl un finanziamento urgente è necessario per evitare che i traumi della guerra, la disoccupazione e l'assenza di speranza trasformino la Striscia in una bomba ad effetto ritardato per tutta la regione. Krähenbühl ha da un lato esortato Israele ad esportare nella Striscia per permettere all'economia di risollevarsi ma anche puntato il dito contro le negligenze del Comitato Palestinese creato per monitorare la costruzione: i continui contrasti tra Hamas e l'Autorità Palestinese contribuiscono a rallentare la ricostruzione che è oramai sempre più un miraggio lontano per i Gazawi.

@marco_cesario

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