Il ministro della Difesa chiede più fondi e riapre la questione Bundeswehr. Berlino moltiplica le missioni all’estero. E c’è chi sospetta che voglia comandare un’armata europea. Ma le lacune sono molte. Tra tabù culturali e necessità geopolitiche, risolvere il dilemma militare sarà dura

Soldati delle forze armate tedesche. REUTERS/Michaela Rehle
Soldati delle forze armate tedesche. REUTERS/Michaela Rehle

Berlino - Il ministro della Difesa tedesca Ursula von der Leyen ha sottoscritto con riserva il piano finanziario del proprio governo. La motivazione è semplice: von der Leyen vorrebbe più investimenti per la Bundeswehr, le forze armate della Repubblica Federale. Il piano del ministro delle Finanze Scholz, invece, accontenta le sue richieste solo in parte: per il 2018 è previsto un budget per la difesa di 38,5 miliardi di euro, per il 2019 i miliardi dovrebbero diventare 41,5.


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Nel prossimo quadriennio il budget aumenterebbe complessivamente di 5,5 miliardi di euro, ma von der Leyen ripete che non bastano e chiede una spesa ufficiale di 12 miliardi per i prossimi quattro anni.

Non si tratta solo di una scaramuccia tra ministri e alleati di governo ma del riemergere di questioni che da tempo disturbano i sonni degli esecutivi tedeschi e che la nuova incertezza internazionale ha reso ancora più urgenti: che fare con la Bundeswehr e con i suoi 180mila soldati? Qual è lo scopo delle forze armate tedesche? È giunto il momento di adeguare il livello delle forze armate alla potenza economica tedesca? Quali partner e alleati sono davvero pronti ad accettare una simile evoluzione? Quanto cambierebbero gli equilibri interni alla Germania, una volta diventata più forte militarmente?

Forze armate ma armate male

Lo scorso anno, un articolo su Foreign Policy annunciava con un titolo un po’ allarmista: “Germany is quietly building a european army under its command”. Il riferimento era soprattutto alle partnership sempre più strette tra la Bundeswehr e gli eserciti di alcuni Paesi europei quali Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Norvegia, Romania, Austria e altri. Cooperazioni frutto di un modello denominato Framework Nations Concept, secondo cui diversi Stati alleati Nato (e non solo) possono agganciare unità delle proprie forze armate a quelle di eserciti più forti (in questo caso la Bundeswehr), in modo da unire le proprie specializzazioni e creare nuove forme di (pronta) difesa condivisa.

A oggi, però, resta difficile sostenere che la Germania stia effettivamente costruendo un’armata europea sotto il proprio comando. Per farlo, innanzitutto, l’armata cardine del framework dovrebbe essere in uno stato di forza che le permetta di essere trascinante e decisiva. Condizione che non vale attualmente per le forze armate tedesche. Il report sulla difesa presentato negli scorsi mesi dal parlamento tedesco ha confermato le lacune del settore, ispirando numerose e ulteriori analisi, spesso impietose, sullo status della Bundeswehr.

Ci sono ritardi nella formazione dei soldati, c’è una endemica carenza di personale specializzato (ad esempio nel campo IT) e le caserme sono scarsamente attrezzate. La criticità più evidente, inoltre, continua a essere l’armamento: troppo vecchio o addirittura in disuso, per niente pronto a uno scenario di accelerazione bellica.

Alcuni dati sono sufficientemente emblematici: la Bundeswehr ha 114 Eurofighter, ma solo 38 di questi sono operativi; possiede 93 Tornado, di cui solo 29 sono capaci di volare subito; può vantare 43 elicotteri d’attacco Tiger, ma solo 7 sono al momento utilizzabili. I piloti degli stessi elicotteri vengono impiegati così poco da perdere talvolta la loro licenza di volo. Lo scorso dicembre ha fatto scalpore in Germania la notizia per cui nessuno degli u-boot della marina tedesca fosse in quel momento in grado di navigare sott’acqua.

Infine, la Bundeswehr è da tempo così scarsamente operativa che i comandi alti e intermedi sono spesso frutto di carriere dal profilo tendenzialmente amministrativo. Ne deriverebbe un’iper-burocratizzazione delle forze armate che può decisamente rallentare qualunque possibilità di innovazione.

Anche per questo, nel suo scorso mandato, la ministra von der Leyen aveva chiamato una consulente aziendale di McKinsey, Katrin Suder, a ottimizzare i processi interni negli acquisti di armamenti. I risultati sono stati ambivalenti e, soprattutto, l’operazione non ha raccolto molte simpatie tra le fila dell’esercito, nel quadro di un rapporto già complesso tra la ministra e le gerarchie della Bundeswehr.

Dalle missioni all’estero alla difesa interna

Negli ultimi anni la Germania ha, moderatamente, incrementato la propria partecipazione a missioni all’estero, intervenendo dall’Afghanistan fino al Mali e passando anche per il comando in Lituania di una delle missioni Nato dell’iniziativa Enhanced Forward Presence. Le operazioni hanno valore da un punto di vista mediatico e il loro rilevante peso nelle relazioni internazionali.

Secondo analisti tedeschi come l’ex generale e consulente governativo Erich Vad, però, allo stato attuale le missioni all’estero rischiano di essere un modo per non guardare ai problemi strutturali della Bundeswehr. Non solo, vista la coperta troppo corta del budget, le missioni internazionali finirebbero anche per privare di fondi le forze armate interne alla Germania.

Le annotazioni di Vad toccano il cuore del problema tedesco: dover affrontare prima del previsto la questione della propria difesa autonoma. In tempi di guerra perpetua in Medio Oriente, guerra in Ucraina, Brexit, scossoni trumpiani alla Nato e guerre commerciali dichiarate da Washington, Berlino è stata velocemente costretta a rivedere profondamente le sue precedenti programmazioni in tema di difesa. Un’urgenza divenuta chiara anche alla Cancelliera Merkel.

Dopo aver annunciato nel 2017 la necessità per Europa e Germania di “provvedere da sole” alla propria protezione, la scorsa settimana la Kanzlerin ha scelto parole di rara durezza in risposta all’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, sottolineando la palese asincronia tra le esigenze di sicurezza europee e le decisioni della presidenza Trump.

Il tema della protezione interna è cruciale anche nelle richieste di Ursula von der Leyen, che nel suo ultimo documento programmatico "Konzeption der Bundeswehr" ha spinto sulla necessità di avere forze armate che, oltre ad agire in missioni all’estero, sappiano contemporaneamente difendere il territorio tedesco (e la richiesta di un budget maggiore sembra legata soprattutto a questo secondo obiettivo). La stessa Kanzlerin Merkel ha ulteriormente fatto da sponda nel dibattito sui fondi per la difesa, dichiarando che lo stato delle forze armate tedesche resta insoddisfacente, nonostante i passi in avanti degli ultimi anni.

Oltre la colpa militare tedesca?

Rimane poi il nucleo culturale e quasi psicologico degli interrogativi sul futuro della Bundeswehr. La colpa storica della Germania resta ancora impressa nell’immaginario collettivo e un soldato che impartisca ordini in tedesco continua spesso a suscitare istintiva diffidenza. Questo vale anche per buona parte della stessa opinione pubblica tedesca.

Sotto tutela militare per decenni e figlia di un pacifismo dettatole dalla storia, nell’ultimo quarto di secolo la Germania ha fortemente creduto nel sogno di una globalizzazione che fosse garanzia di progressiva pacificazione mondiale, in uno scenario in cui le interazioni commerciali rendessero sempre meno conflittuali le relazioni internazionali. Ora che questo sogno è oggettivamente in crisi, nessuno in Germania sembra entusiasta di affrontare troppo drasticamente le conseguenze politiche della nuova instabilità globale.

La leadership Cdu-Spd, ad esempio, teme il rischio che deriverebbe dallo smuovere troppo energicamente il classico impianto ideologico delle istituzioni nazionali, che sono tradizionalmente lontane da geostrategie  militari troppo evidenti e proclamate pubblicamente. L’operazione, se mal condotta, potrebbe infatti favorire un certo revanscismo nazional-identitario che sta crescendo anche in Germania. Revanscismo nazionalista che potrebbe trovare punti di riferimento all’interno della stessa Bundeswehr, come hanno dimostrato i casi di infiltrazione di estremisti di destra nell’esercito e, forse ancora di più, il persistere di una cultura nostalgica della Wehrmacht nazionalsocialista all’interno delle forze armate tedesche.

Per Berlino, di fronte a questo intreccio di conseguenze storiche, tabù culturali e necessità geopolitiche, l’exit strategy più chiara resta far diventare la Bundeswehr non solo una garanzia interna alla Nato, ma anche un pezzo irrinunciabile di un sistema realmente condiviso di difesa Ue. In questo modo, le forze armate tedesche potrebbero trovare un loro motivo d’essere senza doversi avventurare pericolosamente nel nazionalismo di stampo novecentesco e, inevitabilmente, tra i fantasmi del proprio passato. La strada verso forme di difesa comune Ue, però, è notoriamente densa di ostacoli, mentre si rafforza ogni giorno di più la tendenza ad accordi militari bilaterali tra Stati.

Per ora, c’è solo una certezza: nonostante tutti gli attuali deficit operativi delle forze armate tedesche, i fondi per trasformarle ci sono, quella che manca è una solida strategia politica su come gestire un’evoluzione così delicata. Considerando il Pil tedesco, se la Germania punterà davvero al 2% di spesa militare entro il 2024 (così come richiesto dalla Nato), la Bundeswehr potrebbe arrivare a contare sul terzo budget militare al mondo, inserendosi eventualmente dopo Stati Uniti e Cina e prima di Regno Unito, Russia, India e Francia. Una posizione curiosa per un Paese che non disponga di un arsenale nucleare. Curiosa e complessa.

@lorenzomonfreg

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