Tra i palestinesi prende quota la soluzione di uno Stato unico

Trump silura un processo di pace fermo da anni. Nella diplomazia Usa c’è chi pensa sia ancora possibile riaprirlo negoziando lo status di Gerusalemme Est, ma i dirigenti della Palestina non escludono più l’ipotesi di uno Stato binazionale “dal Giordano al Mediterraneo”, invisa a Israele

Uomini che pregano nella città vecchia di Gerusalemme. REUTERS/Ammar Awad
Uomini che pregano nella città vecchia di Gerusalemme. REUTERS/Ammar Awad

Gerusalemme - Due giorni dopo aver annunciato che gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e che l’ambasciata Usa verrà trasferita dalla sede attuale di Tel Aviv, Donald Trump ha twittato un breve video accompagnato da una rivendicazione: “Io ho mantenuto le mie promesse elettorali – altri non l’hanno fatto!”.  

La clip è un collage di affermazioni pronunciate dagli ex presidenti Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama riguardo allo status di Gerusalemme. Clinton nel 1992 la definiva “capitale di Israele che deve restare unita”, mentre Bush nel 2000 annunciava che avrebbe spostato l’ambasciata non appena eletto presidente.  

Trump rivendica di aver mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale e, oltre alla consapevolezza di aver accontentato la potente base evangelica che lo sostiene, ha l’ambizione di passare alla storia come l’uomo che ha risolto (in fretta) uno dei nodi più complicati della geopolitica mondiale.

Ma a Gerusalemme, a Washington e nel resto del mondo ci si chiede quale sarà adesso la sorte del processo di pace. Per il presidente palestinese Mahmoud Abbas la scelta di Trump “mina deliberatamente ogni sforzo per la pace”, e sia lui che altri membri della leadership palestinese hanno annunciato che, sbilanciandosi a favore di Israele, gli Stati Uniti si sono squalificati come mediatore credibile.  

“Ma quale processo di pace avrebbe sabotato il presidente degli Stati Uniti se da anni non si torna ai tavoli dei negoziati?”, commentano sarcasticamente molti gerosolimitani e gli osservatori più scafati. La certezza è che in dieci minuti il presidente ha cambiato la storia delle relazioni fra Stati Uniti, Israele e mondo arabo creando “preoccupazione” a livello internazionale per una possibile escalation di violenze.

Mercoledì scorso Trump ha affermato che “finalmente si riconosce un fatto ovvio”, e che dichiarare Gerusalemme capitale di Israele “non significa nient’altro che riconoscere la realtà”. Durante il suo discorso il presidente degli Stati Uniti però non ha mai fatto distinzione fra Gerusalemme Est ed Ovest, e non ha menzionato la connessione storica dei palestinesi con la città o le loro aspirazioni su Gerusalemme Est.

“Gerusalemme è la capitale di Israele. Punto”, commenta Daniel Shapiro, ex ambasciatore Usa in Israele durante l’epoca Obama e oggi visiting fellow del Institute for National Security Studies a Tel Aviv. Shapiro ricorda che durante il suo mandato da ambasciatore percorreva il tragitto fra Tel Aviv e Gerusalemme quasi ogni giorno, “perché l’ufficio del primo ministro o del presidente sono qui, così come molti uffici governativi”. Shapiro crede che spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme “sia la cosa giusta da fare”, ma che la nuova sede debba essere stabilita nella parte Ovest della città “che non è contesa e secondo gli accordi internazionali è parte integrante di Israele”.

Secondo l’ex ambasciatore la mossa di Trump è stata un’occasione persa. In primis perché non è stata coordinata adeguatamente con i palestinesi e gli alleati mediorientali degli Usa, ma soprattutto perché l’annuncio non è stato presentato come un passo avanti verso il raggiungimento di una soluzione basata sul principio “Due popoli, due Stati”.

“Trump avrebbe dovuto chiarire che Gerusalemme Est ha uno status diverso, che va negoziato, e che gli Usa si aspettano che i risultati dei negoziati includano una capitale palestinese localizzata almeno in parte all’interno dei quartieri arabi della città”, continua Shapiro. La situazione però secondo lui potrebbe ancora venir recuperata grazie al piano a cui stanno lavorando Jared Kushner, il genero e consigliere speciale di Trump, e l’inviato speciale per il Medio Oriente Jason Greenblatt.

Ma il rischio che Trump abbia chiuso lo spiraglio per un accordo e la nascita di uno Stato palestinese è molto concreto. Per la prima volta anche un politico del calibro di Saeb Erekat, segretario generale dell’Olp e negoziatore esperto delle trattative con Israele, ha dichiarato che l’organizzazione sta cambiando prospettiva e che ormai l’obiettivo da raggiungere è quello di un solo Stato in cui palestinesi e israeliani godano degli stessi diritti civili, prospettiva un tempo cara al colonnello Ghedaffi che la definiva “Israstina”.

Fino a pochi anni fa un’affermazione simile sarebbe stata impossibile. L’opzione di vivere in un solo Stato bi-nazionale non è mai stata considerata seriamente dai palestinesi e tanto meno dagli israeliani, preoccupati che la cosiddetta “bomba demografica” possa sul lungo periodo fare degli arabi la maggioranza della popolazione (tesi peraltro confutata da recenti studi demografici). E da entrambi i lati della linea verde l'opinione prevalente è ancora che sia una visione utopica o inaccettabile. Ma giovedì sera durante una conferenza stampa a Beit Jalla anche Mohammad Shtayeh ha ripetuto che “i palestinesi sono aperti a qualunque opzione che rispetti le loro legittime aspirazioni, inclusa l’ipotesi di un solo Stato dal Giordano al Mediterraneo”.

Shtayeh è un  funzionario di alto livello di Fatah, e ha fatto parte dei team di negoziatori fin dagli anni novanta. Ha confermato che gli Usa non sono più un partner credibile per agevolare un ritorno ai tavoli con Israele, e ha affermato che i palestinesi sperano che “l’Unione europea, la Cina e la Russia possano creare un nuovo percorso per portare pace nella regione”. Ma se anche questi Paesi accettassero il ruolo di mediatori è da vedere se Israele sarebbe disposto a sedersi ai tavoli dei negoziati senza la protezione degli Stati Uniti.

Nonostante le dichiarazioni di sfiducia, in questi giorni la leadership palestinese ha tenuto toni piuttosto bassi, e Abu Mazen non ha mai accennato alla possibilità di interrompere le relazioni con Washington o il coordinamento  sulla sicurezza con Israele. Trump ha messo in un angolo il presidente palestinese, un leader ormai anziano, molto criticato per il suo attaccamento al potere e la morbidezza nei confronti di Israele. Molti palestinesi non credono più nella sua capacità di opporsi all’occupazione e di far nascere uno Stato palestinese.

Forse un effetto positivo ma certo involontario della dichiarazione di Donald Trump sarà aiutare i palestinesi a compattarsi per la rivendicazione dei propri diritti, imboccando una nuova strada che fin qui non sembrava percorribile. Come scrive sull’Atlantic la giornalista Dalia Hatuqa “con la visione di una one-state solution, senza l’intralcio di un processo di pace finto […] una nuova realtà sembra possibile”.  

@federicasasso

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA