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La sfida di Gerusalemme risveglia la piccola Palestina libanese

La svolta di Trump è riuscita nell’impresa di unire in un fronte compatto la grande comunità di profughi palestinesi. Nei campi tira aria di rivolta. E oggi a Beirut è prevista anche una manifestazione per Gerusalemme indetta da Hezbollah

Manifestazioni palestinesi a Beirut. Photo credits Davide Lemmi
Manifestazioni palestinesi a Beirut. Photo credits Davide Lemmi

“Trump ci ha unito. La sua folle decisione ha compattato gli animi dei palestinesi", sostiene Hassan, un attivista che è nato e vive nel campo profughi di Burj el Barajneh, periferia sud di Beirut. "Entro pochi giorni cadranno gli accordi di Oslo e con loro l’Autorità nazionale palestinese”, assicura. E sebbene quella di Hassan sia solo un’opinione, nei distretti palestinesi di Beirut tira davvero aria di rivolta.

Il Libano è legato saldamente da una relazione causa-effetto con ciò che avviene a Sud dei suoi confini. Il piccolo Paese levantino è ancora la casa di circa 450mila profughi palestinesi, la maggior parte dei quali vive in 12 campi ufficiali, gestiti dall’Anp. I rifugiati non hanno accesso a molti dei diritti umani di base, sono interdetti a 39 categorie professionali e non hanno lo status di cittadini. Ma il filo che lega Beirut a Gerusalemme è anche storico. È in Libano che Arafat sposta il quartier generale dell’Alp, Armata per la liberazione della Palestina, nel 1970, ed è sempre in questo contesto che avviene, prima l’operazione Litani, condotta dall’esercito israeliano nel 1978 con l’obiettivo di neutralizzare la resistenza palestinese, poi il massacro di Sabra e Chatila nel 1982.

Da Tripoli a Tiro, tutti i campi profughi hanno reagito alla decisione di Washington. La scelta di giovedì 6 dicembre del Presidente Donald Trump di muovere l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme ha provocato un terremoto all’interno della comunità palestinese. Le fazioni interne, da Fatah ad Hamas, solitamente in disaccordo sulla linea politica e sulla gestione dei campi, si sono compattate. Appoggio anche dal panorama politico libanese. Il premier Saad Hariri, il presidente Micheal Aoun, il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e il presidente del parlamento Nabih Berri hanno espresso la loro contrarietà alla scelta di Trump, sostenendoo, almeno a parole, la causa palestinese.

È venerdì 8 dicembre e le bandiere palestinesi sfilano in corteo tra le vie di Burj el Barajneh. Al piano interrato della moschea di Al Furqan, all’entrata del campo, le delegazioni del Partito nazionalista sociale siriano, del Partito comunista libanese e le fazioni palestinesi si incontrano. Al centro della discussione, una risposta comune ai fatti di Gerusalemme. Nella sala, i rappresentanti dei movimenti presenti prendono la parola, urlando la propria indignazione per la decisione di Trump e la necessità di difendere il diritto del popolo palestinese su Gerusalemme. All’esterno si prepara la manifestazione. Una bandiera di Israele viene data alle fiamme, mentre un corteo di motorini aspetta di partire verso le rocce dei gabbiani, simbolo di Beirut e luogo della prima protesta fuori dai campi.

Se dall’altro lato del confine Sud, durante tutto il weekend, giungono notizie di intensi scontri tra palestinesi e esercito israeliano, in Libano ci si prepara alla manifestazione di domenica davanti all’ambasciata americana ad Aaoukar, sobborgo di Beirut. Alle 11 di mattina i cancelli dell’edificio che rappresenta Washington nel Paese sono presidiati da un’ingente apparato di sicurezza. I manifestanti, giunti da ogni campo profughi, tentano di avvicinarsi all’entrata, ma i gas lacrimogeni e i cannoni ad acqua respingono ripetutamente le cariche.

Mohamed Bin Salman cane dell’America”, i cori della manifestazione attaccano, oltre a Stati Uniti e Israele, anche il Principe ereditario saudita. Nello spiazzo davanti all’ambasciata USA, una folla di circa 3000 persone si è radunata per gridare la propria rabbia e frustrazione. Famiglie, anziani e ragazzi di tutte le età hanno risposto all’appello delle fazioni palestinesi e dei partiti libanesi coinvolti. Bandiere algerine, Hezbollah, iraniane, turche e siriane vengono appese sui pali della luce, un camioncino con degli altoparlanti funge da palco, mentre sui tetti degli edifici i cecchini seguono la protesta. “Vorrei dire che Gerusalemme è la nostra città e la decisione di Trump non può cambiare il nostro pensiero - l’anziano che ci ferma indossa una sciarpa raffigurante la moschea di Al-Aqsa di Gerusalemme - Combatteremo ancora per i nostri diritti. Ringraziamo chi ha avuto parole sincere per noi”.

La questione palestinese è entrata violentemente a far parte del dibattito interno libanese. Beirut, già scossa dalla vicenda delle dimissioni, poi ritirate, del premier Hariri in diretta televisiva da Ryad di un mese fa, testerà la sua tenuta. Primo spartiacque: la grande manifestazione indetta oggi pomeriggio, lunedì 11 dicembre, da Hassan Nasrallah nel quartiere roccaforte di Hezbollah di Dahye.

@LemmiDavide

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