A più di 20 anni dal protocollo di Kyoto e a sette dall’incidente di Fukushima, l’entusiasmo del Giappone per la transizione verde si è spento. Anzi, Tokyo finanzia la costruzione di centrali nucleari e a carbone all’estero. Per trovare sbocchi ai colossi giapponesi del settore

Un segnale di pericolo è appeso a un pilone al di fuori della centrale nucleare di Wylfa a Cemaes, nel Galles settentrionale. REUTERS / Suzanne Plunkett
Un segnale di pericolo è appeso a un pilone al di fuori della centrale nucleare di Wylfa a Cemaes, nel Galles settentrionale. REUTERS / Suzanne Plunkett

Tra le praterie verdi e le scogliere a picco sul mare di Anglesey, un’isola di fronte alla costa nordoccidentale del Galles, sorgerà una centrale nucleare giapponese. L’impianto sarà finanziato dai governi di Tokyo e Londra e costruito dalla Hitachi, una delle più importanti aziende giapponesi del settore energia. I due reattori dovranno essere operativi a metà 2020.


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In totale Tokyo e Londra investiranno nel sito 2,2 mila miliardi di yen pari a circa 20 miliardi di dollari, su un progetto dal totale di circa 30 miliardi di dollari.

La metà giapponese di questa somma sarà versata in forma di prestito dalla Japan Bank for International Cooperation - un istituto legato al ministero delle finanze di Tokyo, specializzato nel finanziare prestiti di aiuto ai Paesi in via di sviluppo - e da tre grandi banche giapponesi. Il prestito sarà garantito da un’altra organizzazione governativa nipponica.

Come spiega il quotidiano Asahi Shimbun, Hitachi investirà appena l’equivalente di 1,3 miliardi di dollari per rilevare parte delle azioni della società di gestione dell’impianto. La stessa somma sarà versata equamente da Tokyo e Londra per coprire i costi della costruzione della centrale di Wylfa. Con questa formula, il rischio per Hitachi si riduce, mentre la ricaduta di un progetto in passivo di gestione verrebbe scaricata eventualmente sui contribuenti giapponesi e britannici.

Come nota ancora l’Asahi, è raro che tali accordi siano firmati dal Giappone con un Paese industrializzato. La centrale di Wylfa è, infatti, “la principale cartina di tornasole per vedere se un progetto di centrale nucleare in un Paese sviluppato può avere successo o no”, spiega ancora all’Asahi un funzionario anonimo del Ministero dell’Economia del Commercio e dell’Industria (Meti).

Ed è proprio su questo progetto che negli ultimi anni si sono articolate le relazioni bilaterali tra Tokyo e Londra: quello delle tecnologie nucleari è uno dei campi in cui le aziende giapponesi cercano di farsi strada dal 2011, all’indomani del disastro nucleare di Fukushima, che ha portato alla chiusura di oltre cinquanta impianti in tutto il Giappone e alla necessità per i colossi del settore di trovare altri sbocchi per il loro business.

Così, il governo di Tokyo ne ha fatto – insieme alle tecnologie ferroviarie per l’alta velocità – il principale terreno di scontro con la Cina su scala globale.

Fino a che punto si può spingere una tale diplomazia fondata sull’energia atomica? Per qualcuno Tokyo dovrebbe cambiare strada. A ricordarlo è stata da pochi giorni una speciale commissione di esperti di cambiamenti climatici nominata dal ministero degli Esteri nipponico che ha consegnato un rapporto sulla propria attività al responsabile del dicastero, Taro Kono.

Nelle conclusioni del rapporto si legge che il governo giapponese sta facendo troppo poco per favorire politiche energetiche verdi e anzi avrebbe contribuito a creare un collo di bottiglia nei dialoghi intergovernativi. Invece di puntare su fonti energetiche vecchie come i combustibili fossili e nucleari, il governo giapponese dovrebbe seguire le linee guida di quanto sottoscritto durante gli accordi di Parigi sul clima del 2015: puntare sulle rinnovabili e guidare la decarbonizzazione del mondo, coinvolgendo attori internazionali e locali, pubblici e privati.

“Il Giappone” si legge nel rapporto citato dal Japan Times “ha finora concentrato i propri sforzi nell’accumulare scorte di risorse combustibili fossili; ora dovrebbe porre le rinnovabili al centro dei pilastri della propria diplomazia per realizzare un futuro sostenibile in collaborazione con altri Paesi”.

Al centro delle critiche della commissione, le politiche energetiche dell’attuale governo, che ha deciso di aumentare la quota di energia prodotta da carbone a 17 gigawatt e che per di più sostiene economicamente, attraverso i suoi aiuti pubblici allo sviluppo, la costruzione di centrali elettriche a carbone in Paesi in via di sviluppo, come Vietnam e Bangladesh. Questo mentre sempre più Paesi al mondo stanno abbandonando il carbone come fonte energetica. Gli investimenti in centrali a carbone, ha rilevato il sito della campagna Endcoal, è in diminuzione del 25%.

Il ministro degli Esteri Kono ha promesso di fare qualcosa per cambiare verso alla diplomazia energetica del suo Paese. Ma questo, aggiunge Daniel Hurst del magazine online The Diplomat, lo potrebbe mettere in difficoltà: la sua ascesa verso i posti che contano nell’amministrazione giapponese potrebbe infrangersi contro lo scoglio del conservatorismo del Meti, primo sponsor dell’export di tecnologie energetiche legate al nucleare e ai combustibili fossili.

@Ondariva

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