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Giappone e caccia alle balene: un binomio destinato a durare

Ne mangiano poca. Spesso finisce nei congelatori. Economicamente non ha un grosso impatto. Eppure Giappone e caccia alle balene sembra un binomio destinato a durare. A Tokyo non hanno nessuna intenzione di mettere fine a una pratica che attira sul paese feroci critiche da parte degli ambientalisti di tutto il mondo.

Grade school students and residents watch a carved Baird's Beaked whale at Wada port in Minamiboso, southeast of Tokyo. REUTERS/Issei Kato

Dice il governo nipponico che la caccia alle balene è parte della cultura del paese, che s’è fatta per centinaia di anni. Dice che i cetacei cacciati non sono a rischio estinzione. Aggiunge, il governo giapponese, che non permette di farsi dire da altri cosa può fare o non fare.

La carne di balena viene consumata da secoli nel paese asiatico. A lungo il Giappone è stato una nazione chiusa, isolata, che ha sviluppato l’abitudine a tirare fuori il massimo da quello che aveva intorno a sé. La carne dei cetacei, ricca di proteine, grassi e ferro, compensava così una dieta povera di tanti nutrimenti.

Secondo la Japan Whaling Association, in Giappone la caccia alle balene ha radici che affondano fino al XII secolo. Per tanto tempo non si è trattato di un’attività praticata su larga scala. Si usciva arpioni in mano dalla baia di Ise, ad esempio, nel centro del paese. O da Saikai, nella prefettura di Nagasaki, dove il Giappone piega verso Ovest fino a sfiorare la Corea del Sud. Anche l’isola di Ikitsuki, sempre vicino a Nagasaki, ha un passato che si intreccia con la caccia alle balene. Proprio lì sorge un museo dove sono conservati oggetti legati a questa attività condotta nel Periodo Edo, tra il 1600 e il 1800, anni durante i quali la carne di balena passa dall’essere roba per aristocratici a cibo per tutti.

Ma è sul finire del 1800 che c’è il vero salto in avanti. Nuove tecniche, nuovi strumenti, aree più vaste, più baleniere e un modo di praticare la caccia modulato sull’esempio norvegese. A dominare l’industria è Jūrō Oka, che raccoglie tecniche e tecnologie in giro per il mondo enel 1899 costituisce la prima compagnia baleniera del Giappone.

Il paese esce dalla Seconda Guerra Mondiale piegato e distrutto e paradossalmente proprio nelle condizioni ideali per riaffidarsi ancora una volta alla caccia alle balene. Il generale americano Douglas MacArthur autorizza infatti la conversione di due navi cisterna (la Nisshin Maru e la Hashidate Maru) in baleniere. Washington mette così il Giappone nella condizione di costruirsi un’autosufficienza alimentare, alleggerendo il peso dei trasporti che avrebbero dovuto raggiungere il paese dagli Usa.

Le baleniere giapponesi incrociano i mari per decenni e ritornano a casa con le stive cariche. Solo nel 1964 vengono uccisi 24.000 cetacei. La carne di balena torna a essere una fonte di alimentazione primaria che finisce anche sui banchi nelle mense scolastiche.

Oggi il Giappone non è più quello uscito dal Secondo Conflitto Mondiale. È una nazione ricca che può importare senza problemi carne dall’Australia o dall’America. Anche le abitudini alimentari sono cambiate. I giapponesi mangiano pochissima balena. Il consumo è calato drasticamente soprattutto tra le fasce più giovani. Secondo gli studi di Junko Sakuma, che ha lavorato per anni con Greenpeace in Giappone, in media nel 2015 un giapponese ha mangiato 30 grammi di carne di balena. Praticamente zero, e infatti gran parte del prodotto finisce per restare nei congelatori: la quantità è raddoppiata tra il 2002 e il 2012.

Inoltre è una pratica che ha un prezzo. Negli ultimi trent’anni i giapponesi hanno sborsato 400 milioni di dollari per finanziare spedizioni diventate via via più costose anche a causa della determinazione dei gruppi ambientalisti. Ma di smettere non se ne parla anche per tornaconti elettorali. Il Partito Liberal Democratico del premier Shinzo Abe difende la tradizione della caccia alle balene, ad esempio, e ci tiene a tenersi stretti quei bacini di voti.

Nel 1986 entra in vigore la moratoria sulla caccia alle balene promossa dall’International Whaling Commission, che protegge i cetacei a rischio estinzione. Il Giappone è tra i pochi paesi a proseguire sulla propria strada. Tokyo tira dritto sfruttando lo spazio tra le righe dei codici internazionali che permettono l’uccisione dalle balene nel caso in cui lo scopo sia di natura scientifica. A Tokyo infatti sostengono che cacciare le balene serve per la ricerca: l’analisi dello stomaco e degli altri organi interni è fondamentale e non può essere condotta in altro modo.

La Corte di Giustizia Internazionale dell’Aia ha stabilito nel marzo del 2014 che non c’è nulla di scientifico nel programma giapponese noto col nome di JARPA II, e ha ordinato alle autorità nipponiche di fermarsi. Tokyo lo ha fatto ma nel 2015 ha presentato un nuovo progetto alla comunità scientifica: il NEWREP-A, che prevede un numero inferiore di cetacei uccisi (333 invece di 1000) e una zona di caccia più ampia. E le baleniere sono tornate a solcare i mari. Perché, per adesso, quella di mettere gli arpioni in soffitta non è un’ipotesi contemplata a Tokyo.

@antonio_scafati

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