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Dopo 70 anni tornano i marine del Giappone per fermare l’invasore cinese

Tokyo attiva la prima unità anfibia della Marina militare dalla fine della guerra. Abe punta a rafforzare la capacità di difesa nelle isole contese da Pechino. E fa un altro avanti verso la creazione di un esercito regolare. Ma ora emergono dubbi anche sul controllo dei civili sui militari

Soldati della Forza di difesa rapida anfibia (JGSDF), prima unità navale giapponese dalla seconda guerra mondiale, durante la cerimonia di attivazione della brigata al campo Ainoura a Sasebo, Kyushu, Giappone. 7 aprile 2018. REUTERS / Issei Kato
Soldati della Forza di difesa rapida anfibia (JGSDF), prima unità navale giapponese dalla seconda guerra mondiale, durante la cerimonia di attivazione della brigata al campo Ainoura a Sasebo, Kyushu, Giappone. 7 aprile 2018. REUTERS / Issei Kato

I volti dei due ultimi marine giapponesi sono immortalati in uno scatto in bianco e nero dell’agenzia di stampa statunitense Associated Press del gennaio 1949. Rikio Matsudo e Kofuku Yamakage, mitraglieri della marina imperiale, erano rimasti a Iwo Jima, uno dei teatri più iconici della Guerra del Pacifico, nascondendosi e rubando provviste ai militari americani per quattro anni dopo la fine del conflitto.

Quasi settant’anni dopo la cattura dei due militari, il Giappone ha attivato una nuova unità di fanteria marina addestrata per rispondere a una potenziale invasione di isole dell’arcipelago giapponese proveniente dal mare. «A causa delle sempre più difficile situazione di difesa e sicurezza intorno al Giappone» ha spiegato il vice ministro della Difesa Tomohiro Yamamoto «la difesa del nostro Paese diventa un compito cruciale per il governo».

Con il volto pitturato di nero giallo e verde militare, elmetto e tuta mimetica, circa 1500 militari giapponesi hanno presenziato venerdì scorso alla cerimonia inaugurale del corpo, chiamato suiriku kido-dan o, in inglese, Amphibious rapid deployment brigade (Ardb, brigata anfibia a dispiegamento rapido), tenutasi a Sasebo, nel sudovest del Paese. Nel corso della cerimonia, i militari hanno mostrato un’azione di riconquista di un’isola caduta in mano nemica, con tanto di carrarmati anfibi e mortai.

La creazione della brigata, forte di 2100 uomini, era stata annunciata nel 2015, con l’obiettivo di rafforzare le capacità di difesa del Paese nelle isole più remote sotto controllate nel braccio di mare compreso tra l’arcipelago meridionale di Okinawa e Taiwan. Un deterrente, insomma, rispetto all’assertività cinese nell’area.

Nel 2012, il Mar cinese orientale è tornato al centro di una contesa decennale tra Tokyo e Pechino su un pugno di isole disabitate conosciute come Senkaku in Giappone e Diaoyu in Cina. Negli ultimi anni, il governo giapponese ha denunciato continui sconfinamenti di imbarcazioni cinesi nelle acque del piccolo arcipelago controllate dal Giappone. Questi, insieme alle intercettazioni di velivoli militari cinesi nei cieli sovrastanti le isole, anche questi più volte denunciati dai servizi d’intelligence giapponesi, hanno portato ad un innalzamento dell’allerta.

Nel 2016, più di duecento militari giapponesi appartenenti al battaglione anfibio delle forze di autodifesa di terra avevano partecipato a un’esercitazione congiunta con gli squadroni di marine Usa in California.

La creazione della brigata anfibia rientra nel più ampio piano di razionalizzazione e rafforzamento del comparto militare nipponico. La cerimonia inaugurale dell’Ardb, arriva all’indomani dell’apertura di un comando centrale delle forze di autodifesa di terra ad Asaka, a nord di Tokyo. Una svolta storica anch’essa, che pone fine alla divisione in atto dal 1952, anno di fondazione delle forze armate giapponesi postbelliche, in cinque eserciti regionali con i rispettivi comandi per garantire un maggiore controllo civile sulle forze armate.

Il comando unificato, hanno spiegato negli ultimi giorni ufficiali ed esperti di difesa, garantirà alle forze di autodifesa una migliore capacità di reazione in caso di attacco e migliori possibilità di coordinamento con le forze statunitensi di stanza nel Paese con oltre 50mila i militari in servizio.

D’altra parte, il rafforzamento va incontro alle richieste dell’amministrazione Trump, poco morbido fin dalla campagna elettorale con gli alleati accusati di non pagare la fair share per la propria difesa.

A fine 2017, il governo aveva predisposto un budget da 46 miliardi di dollari (+1,3% rispetto all’anno precedente) per far fronte alle minacce provenienti dalla Corea del Nord e dalla Cina. Tokyo aveva annunciato l’ampliamento del proprio arsenale missilistico, con l’acquisto di nuovi missili aria-aria norvegesi da installare su jet F-35, e dei sistemi di contraerea, come l’Sm-3 Block IIA, un’evoluzione delle batterie antimissile Patriot già in dotazione alle Forze di autodifesa nazionale.

L’acquisto di nuovi missili, così come la creazione di una brigata anfibia, sembrano contraddire il dettato dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, che impedisce a Tokyo di avere un esercito regolare. Da quando è in carica, il primo ministro Abe ha ripetutamente manifestato l’intenzione di riformare il comparto difensivo del suo Paese e di normalizzarlo: nel 2015, tra le proteste popolari, il parlamento ha approvato un pacchetto di leggi che permette ai soldati giapponesi anche di “sparare il primo colpo” in situazioni di conflitto.

Ora Abe punta a modificare lo stesso articolo 9 nel senso di un riconoscimento costituzionale delle Forze di autodifesa.

Dubbi, tuttavia, emergono oltreché sul puro scopo difensivo della nuova brigata, sul controllo esercitato dall’apparato civile dello Stato sull’esercito, che sembra essere tornato ad avere notevoli margini di autonomia: una recente indagine del ministero della Difesa ha infatti rivelato l’occultamento di alcuni rapporti operativi delle Forze di autodifesa impegnate in missioni all’estero tra il 2003 e il 2009 che avrebbero caratteri di non costituzionalità. Un caso simile riguardante l’impegno dei militari giapponesi in Sud Sudan in aree di conflitto, coperto dagli stessi funzionari del ministero, aveva portato alle dimissioni dell’ex ministro, e protetta di Abe, Tomomi Inada.

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