L'esecuzione di sei persone, tutti ex membri della setta Aum Shinrikyo, tiene vivo il dibattito sulla pena di morte. E anche lo scrittore Murakami si è schierato. Ma per la maggior parte dei giapponesi non ci sono altre soluzioni se non giustiziare chi ha compiuto crimini brutali

Il ministro della Giustizia giapponese Yoko Kamikawa dopo la conferenza stampa in cui ha annunciato l'esecuzione di sei membri della setta Aum Shinrikyo. REUTERS/Kim Kyung-Hoon
Il ministro della Giustizia giapponese Yoko Kamikawa dopo la conferenza stampa in cui ha annunciato l'esecuzione di sei membri della setta Aum Shinrikyo. REUTERS/Kim Kyung-Hoon

Yoko Kamikawa potrà vantarsi per tutta la propria carriera politica di un primato: essere stata il ministro della Giustizia con all’attivo il più alto numero di firme di esecuzioni di condanne a morte. Con quelle dello scorso 26 luglio, è arrivata a sedici in totale, il massimo dal 1993, anno della fine di una moratoria durata più di tre anni.


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Nemmeno Kunio Hatoyama, ex ministro della Giustizia morto nell’estate del 2016, già battezzato dalla stampa progressista “il tristo mietitore” per aver autorizzato tredici esecuzioni, aveva fatto meglio.

Oltre all’unica esecuzione autorizzata nel suo primo mandato nel dicastero tra 2014 e 2015 e ad altre tre autorizzate a dicembre dello scorso anno, sono tredici le firme poste da Kamikawa sugli ordini di esecuzione di ex vertici della setta religiosa Aum Shinrikyo, responsabile nel 1995 degli attacchi al gas sarin – un letale gas nervino messo al bando dalla Convenzione delle Nazioni Unite sulle armi chimiche dell’Onu – nella metro di Tokyo.

A inizio luglio in una prima tornata di esecuzioni ai danni degli ex membri di spicco della setta religiosa – un culto messianico che univa aspetti di induismo, buddhismo e cristianesimo a sedazioni di gruppo attraverso droghe e elettroshock per sfociare, infine, nel terrorismo era stato giustiziato il leader del gruppo, Shoko Asahara.

Nella seconda tranche, è stato ucciso Yasuo Hayashi, l’uomo che portando con sè tre sacchetti di sarin invece di due si è reso responsabile della morte di dodici persone su un vagone della metropolitana.

Per la stampa giapponese la decisione si è resa necessaria per evitare sovrapposizioni con le Olimpiadi e non macchiare il periodo della transizione imperiale previsto per il prossimo anno in seguito all’abdicazione dell’attuale imperatore Akihito.

Con gli occhi del mondo puntati addosso, sarebbe stato molto difficile approvare le esecuzioni nel silenzio quasi totale della comunità internazionale.

Sta di fatto che “la maggior parte dei giapponesi – come ha spiegato il ministro Kamikawa in conferenza stampa in occasione dell’annuncio delle avvenute esecuzioni – crede che non ci siano altre opzioni se non giustiziare coloro che hanno compiuto crimini brutali”. Secondo un sondaggio del governo del 2015, più dell’80 per cento dei giapponesi sarebbe infatti a favore della pena capitale.

Nella circostanza anche lo scrittore Haruki Murakami ha fatto sentire la sua opinione dalle colonne del quotidiano Mainichi Shimbun.

Da una parte l’autore di “Norwegian Wood” e “1Q84” ha spiegato nel suo commento di non poter pubblicamente dichiarare la sua totale contrarietà alla pena di morte. A sostegno di questa sua posizione, Murakami cita il suo coinvolgimento diretto nella vicenda degli attacchi alla metro di Tokyo del ’95 come narratore delle vicende di vittime e parenti delle stesse intervistate da lui direttamente per il libro “Underground”. Tuttavia, precisa Murakami già anche l’istituzione che uccide può commettere un errore – non è un caso che tutti i condannati di queste due tornate avevano fatto richiesta, dopo più di vent’anni nel braccio della morte, di riesame del loro caso.

«Ci sono molte cose che noi tutti, me compreso, dobbiamo imparare in relazione ai casi legati alla setta Aum e la morte di tredici persone non mette la parola fine a un tale processo di apprendimento», ha scritto il romanziere. «Se c’era un’intenzione di mettere la parola fine a questi casi (…) usando tale opportunità, abbiamo sbbagliato. E l’esistenza di una tale strategia non dovrebbe essere nemmeno permessa».

@Ondariva

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