Tagli ai sussidi e aumenti fiscali accendono la rivolta in Giordania, dove lo Stato fonda la sua legittimità su una “politica delle mance” simile a quella dei Paesi del Golfo. Priva di petrolio, Amman sa però ricavare una rendita dalla sua centralità strategica. Se serve, con l’aiuto della piazza

Manifestanti ad Amman. REUTERS/Muhammad Hamed
Manifestanti ad Amman. REUTERS/Muhammad Hamed

Alla fine è arrivata. La Giordania è stata scossa per oltre una settimana da un’ondata di proteste che per qualche momento hanno ricordato ad alcuni le scene di strade arabe piene di manifestanti che nel 2011 invasero gli schermi TV di tutto il mondo. Ma, suggestioni a parte, ciò che è accaduto in questi giorni ha a che fare con la Primavera araba solo fino a un certo punto.


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La prima differenza risiede nell’inizio di queste proteste, tutt’altro che impreviste come nel 2011, e di cui molti ormai parlavano da mesi. La proposta di riforme della tassa sul reddito che ha dato inizio alle manifestazioni è infatti solo una delle numerose misure introdotte nell’ultimo anno dal governo giordano, che hanno riguardato sia significativi aumenti di tasse sui consumi sia altrettanto significativi tagli ai sussidi statali, compresi quelli su benzina e pane.

Come è comprensibile, tali misure hanno colpito ampie fasce della popolazione, da quelle più povere, che hanno risentito soprattutto dei tagli dei sussidi, alle classi medio alte, colpite soprattutto dai rialzi delle tasse sui consumi e sul reddito. Dagli uffici, ai negozi, ai semplici scambi tra conoscenti per strada, da mesi in Giordania è di fatto diventato impossibile intrattenere una conversazione che a un certo punto non vada a toccare il tema dei profondi rialzi del costo della vita, e delle crescenti difficoltà della popolazione per arrivare alla fine del mese.

La narrazione ricorrente attribuisce la responsabilità per questo stato di cose a una varietà di fattori che vanno dalle misure di austerity imposte dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), alla crisi dei rifugiati (oltre 600 mila nuovi arrivi dall’inizio del conflitto in Siria) agli usuali temi della strada araba legati a corruzione dilagante e iniqua distribuzione della ricchezza. In tutte queste ragioni c’è certamente parte della spiegazione, anche se per ritrovare il vero bandolo della matassa è forse necessario andare più in profondità, analizzando la struttura stessa sulla quale si è retta l’economia giordana sin dal secondo dopoguerra, e che in questi anni sta mostrando i primi seri segni di cedimento.

Una formula efficace per definire questa struttura è quella del “rentier state senza petrolio”. Al contrario dei suoi vicini del Golfo persico, a cominciare dall’Arabia Saudita, la Giordania è infatti una monarchia araba priva di significative risorse energetiche ma dotata, allo stesso tempo, di una struttura economica assai simile ai suoi ricchi vicini, in cui lo Stato ha fondato per decenni la propria legittimità sul proprio ruolo di distributore di rendita sotto forma di posti pubblici ben pagati e ben poco produttivi.

Similmente alle vicine monarchie petrolifere, anche la Giordania è caratterizzata da un mercato del lavoro duale, ovvero nel quale la maggior parte dei cittadini di origine transgiordana (di solito i capi famiglia maschi) ha una qualche forma di impiego pubblico. L’imprenditoria privata è di solito appannaggio invece dei cittadini di origine palestinese (tra il 60 e il 70 percento del totale della popolazione, anche se non esistono dati certi a riguardo) impegnati soprattutto in attività di import-export e in attività finanziarie il cui successo è spesso legato ad appalti pubblici e connessioni col governo.

Le fasce più povere della popolazione palestinese sono spesso impiegate nel settore dei servizi in attività più modeste mentre i lavori manuali in fabbriche, pulizia e manutenzione, assistenza per le famiglie e agricoltura sono quasi totalmente appannaggio di cittadini immigrati, soprattutto dall’Egitto e dal sud-est asiatico.

Alla luce di questi dati verrebbe da chiedersi come ha fatto per tutti questi decenni un piccolo Paese dal reddito medio-basso, privo di risorse naturali, a potersi permettere di vivere di impieghi statali a bassa produttività appaltando i lavori più umili a cittadini stranieri come i ricchi vicini del Golfo.

La risposta risiede nella centralità strategica che la geografia e le alleanze regionali e internazionali hanno conferito negli anni al piccolo regno, di solito utilizzata come merce di scambio per ottenere supporto finanziario per la propria economia.

Da decenni aiuti internazionali a fondo perduto, soprattutto da Stati Uniti e Arabia Saudita, costituiscono quello che per altre monarchie arabe è rappresentato dalle entrate petrolifere: una rendita da distribuire in cambio della legittimità del potere costituito. Ma l’aumento repentino della popolazione negli ultimi decenni e la crisi economica causata dalle continue crisi politiche e dai conflitti nei vicini Iraq e Siria hanno cominciato da alcuni anni a mettere in seria crisi l’equilibrio di tale sistema, costringendo il regime a correre ai ripari.

I tagli di questi anni rappresentano parte del piano di riequilibrio, ma sarebbe ingenuo pensare che il regime pensi di poter sopravvivere alla crisi contingente semplicemente tagliando le proprie spese e aumentando le tasse. Ed è proprio in questa chiave che va letta il recente scoppio di proteste, previsto e accompagnato nei suoi sviluppi dalle stesse autorità.

La seconda differenza principale tra le manifestazioni di questi giorni e la Primavera araba sta proprio qui, nel loro epilogo, che al contrario delle proteste del 2011, non è affatto imprevedibile. Non appena i primi cortei hanno cominciato a marciare ogni sera dopo la rottura del digiuno di Ramadan, la sceneggiatura da tempo preparata dal regime ha iniziato a dispiegarsi.

I manifestanti hanno infatti subito indirizzato le proprie proteste verso il governo di Hani Mulki, firmatario delle misure più contestate. Questo ha dato prevedibilmente spazio al re per inserirsi nella parte del poliziotto buono, chiedendo la sospensione immediata delle nuove misure di austerity, e invitando a corte il primo ministro per chiederne le dimissioni.

La mossa è stata molto apprezzata dalla piazza, che ha visto materializzarsi senza troppi sforzi, grazie all’apparente buonafede del sovrano, le sue principali richieste. Come accaduto in passato per analoghi episodi di protesta nel 2011 e 2012, la monarchia sembra aver usato con successo il governo come cuscinetto per assorbire il malcontento sociale per misure che, naturalmente, nessun governo potrebbe approvare senza il beneplacito del sovrano.

Al nuovo esecutivo guidato da Omar al-Razzaz spetta ora il compito di spiegare agli emissari del FMI che a causa della crisi politica e del malcontento popolare il Paese ha bisogno di più flessibilità e una diluizione dei tempi. Allo stesso tempo, un chiaro messaggio è stato recapitato alle cancellerie delle potenze più interessate nella stabilità della Giordania, a cominciare da Israele, USA e Arabia Saudita: “Se continuate a volere una Giordania stabile e compiacente è necessario rinegoziarne il vostro supporto finanziario”.

A fine Ramadan l’amministrazione Trump darà l’annuncio del suo piano per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, che, oltre all’assegnazione di Gerusalemme interamente a Israele prevedrà verosimilmente altre misure estremamente umilianti per i palestinesi, i quali costituiscono, tra le altre cose, la maggioranza della popolazione giordana. Facile immaginare che nei prossimi giorni, discretamente, qualche altro miliardo di dollari fuoriuscirà dalle casse di Washington e Riyadh per evitare pericolosi contraccolpi sotto forma di proteste in seguito all’annuncio del piano. Direzione: Amman.

@Ibn_Trovarelli

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