Gli africani che combattono in Yemen

Quando a primavera una coalizione di Paesi sunniti, guidata dall'Arabia Saudita, lanciò la missione Restoring Hope in Yemen contro i ribelli Houthi, sostenuti dall'Iran, che avevano conquistato la capitale, Sana'a, il Senegal annunciò che avrebbe inviato 2.100 soldati a sostegno di Riad. Altri due Paesi africani, ma di etnia araba, si impegnarono a prendere parte all'operazione, l'Egitto e il Sudan. Ora sembra che nella penisola arabica combattano anche soldati somali. La domanda, a questo punto, è naturale: perché l'Africa partecipa a un conflitto tutto mediorientale, sunniti versus sciiti, parte del Great Game tra Arabia e Iran?

A boy stands next to soldiers from the Saudi-led coalition securing a street in Yemen's southern port city of Aden September 26, 2015. REUTERS/Faisal Al Nasser

Cherchez l'argent, si potrebbe dire. L'Egitto, dopo il colpo di Stato del generale al Sisi, si è mantenuto soprattutto grazie ai prestiti delle monarchie del Golfo. Il Sudan, a lungo alleato dell'Iran, è corteggiato dai sauditi, e la sua banca centrale ha confermato di avere ricevuto un assegno di un miliardo di dollari da Riad (ad aprile il ministero delle Finanze aveva incassato una cifra analoga dal Qatar). E il Senegal? L'ex colonia francese è sì un Paese a maggioranza islamico-sunnita, ma non arabo. 24 anni fa il presidente Abdou Diouf decise di mandare un piccolo contingente in Arabia, per proteggere i luoghi sacri di La Mecca (operazione tragica, finita con un incidente aereo e la morte di 92 soldati). Ora il leader senegalese Macky Sall, con una mossa che ha provocato non poche polemiche in patria, si è legato politicamente a Riad. Molti sospettano un nesso con la scelta dei sauditi di investire pesantemente in un programma di sviluppo di lungo periodo del governo senegalese, chiamato Programme Senegal Emergent 2035 (PSE).

Un altro caso discusso è quello della Somalia. Ad aprile il ministro degli Esteri Abdisalan Omar Hadliye si era dichiarato disponibile a concedere alle forze sunnite l'utilizzo delle proprie basi per le operazioni in Yemen. A maggio il suo omologo degli Emirati è arrivato in visita a Mogadiscio: alcuni giorni dopo sono sbarcati nel Corno d'Africa, provenienti da Abu Dhabi, carriarmati e altri veicoli bellici.

Ora in Somalia è scoppiata una polemica politica, perché un diplomatico ha accusato il presidente Hassan Mahamoud di consentire agli Emirati Arabi Uniti l'addestramento di truppe locali per combattere in Yemen, quando le priorità sarebbero altre (vedi alla voce al Shabaab). Il diplomatico ha parlato di più di cinquecento soldati, sostenendo che in cambio Abu Dhabi fornirebbe denaro per sostenere le politiche presidenziali. Dahabo Abdi Farah, leader dei rifugiati somali nella capitale yemenita, Sana'a, ha confermato la presenza di truppe di Mogadiscio addestrate dagli Emirati, paventando il rischio che la loro comunità possa essere nel mirino delle vendette degli sciiti (che continuano a tenere nelle proprie mani la capitale, anche se hanno perso il controllo della seconda città del Paese, Aden).

C'è un altro Stato (povero) del Corno d'Africa corteggiato dalle monarchie del Golfo, l'Eritrea. A maggio il presidente Isaias Afwerki è andato in visita a Riad. L'Arabia Saudita, che ha già buoni rapporti con gli altri Paesi della regione - Etiopia, Somalia e Gibuti - vuole aggiungere alla lista l'Eritrea, che ha un'importanza strategica, tanto da ospitare sul proprio suolo basi iraniane ed israeliane (si trova sul Mar Rosso, proprio davanti allo Yemen, quindi è di grande utilità per la coalizione sunnita). A Riad non interessa l'invio di soldati eritrei per riconquistare Sana'a, ma l'utilizzo del territorio per lanciare i propri attacchi: nel lungo conflitto tra Arabia e Iran il Corno d'Africa diventa sempre più centrale.

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