Gli effetti degli attentati di Parigi sulla guerra in Siria

Gli attentati di Parigi hanno avuto un primo effetto sulla guerra in Siria: dieci jet francesi hanno attaccato sedi militari, depositi di munizione e centri di addestramento a Raqqa, la capitale siriana del Califfato. Noah Bonsey, analista dell’International Crisis Group, sostiene che è ancora prematuro valutare le conseguenze politiche dell’assalto nel cuore dell’Europa, che sembra essere stato pianificato dagli stessi vertici dello Stato Islamico. Allo stesso tempo, però, come ha dimostrato il vertice di sabato scorso a Vienna, si nota un’accelerazione delle trattative diplomatiche tra i due fronti, che a Damasco si combattono, ma condividono un nemico, il Califfo.

Civil defense members and civilians search for survivors under the rubble of a site hit by what activists said were cluster bombs dropped by the Russian air force in Maasran town, south of Idlib province, Syria, October 7, 2015. REUTERS/Khalil Ashawi

Come ha scritto Ian Bremmer, Vladimir Putin voleva un posto chiave al tavolo del negoziato sulla Siria e l’ha ottenuto. I colloqui nella capitale austriaca non possono non essere letti in relazione alla campagna russa nel territorio siriano, avviata il 30 settembre e debitamente preparata dall’intervento del presidente all’assemblea delle Nazioni Unite. “Sin dall’inizio della guerra civile, nel 2011,  Mosca ha lavorato per impedire che Damasco diventasse un altro esempio di un regime change sostenuto dall’Occidente”, dice Bonsey. “Memore dell’astensione, all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, di fronte alla risoluzione che avviò la campagna della Nato in Libia, la Russia ha usato tutte le sue armi, diplomatiche, politiche e militari per sostenere Assad. E lo ha fatto non solo per proteggere un suo alleato di lungo periodo, nonché la propria testa di ponte sul Mediterraneo, ma anche per assestare un colpo a quell’interventismo, di stampo occidentale, che viene visto come uno strumento per diminuire il ruolo della Russia nel sistema delle relazioni internazionali”. Bonsey afferma che “sinora i risultati dell’escalation militare di Mosca sono stati di natura mista. Le forze del regime hanno fatto grandi progressi contro lo Stato Islamico ad Est di Aleppo e contro i ribelli, che a loro volta combattono il Califfato, a sud della stessa città. D’altra parte, però, l’esercito di Assad ha perso terreno nei confronti di questi ribelli nei pressi di Hama”. Se sul piano militare c’è un sostanziale stallo, “sul piano politico”, prosegue l’analista dell’ICG, “le prime conseguenze dell’intervento russo sono state chiaramente positive per Putin. La Russia è tornata al centro delle relazioni diplomatiche e ha convinto alcuni Paesi europei a rivedere marginalmente le proprie posizioni sulla Siria, portandole più vicine a quelle di Mosca”.

A Vienna John Kerry ha fissato una tabella temporale: cessate-il-fuoco ed inizio delle trattative tra regime e ribelli entro gennaio. Sei mesi per creare un governo di unità nazionale e diciotto per organizzare le elezioni. Ma gli ostacoli sono enormi, tant’è che l’opposizione ha parlato di piano irrealistico e di “regalo” fatto allo Stato Islamico. Al di là dell’evidente impossibilità di predisporre un voto in un contesto di guerra, con milioni di siriani sfollati e rifugiati, un problema irrisolto è il destino di Assad (gli sciiti non vogliono mollarlo, i sunniti non possono firmare un accordo che non preveda la sua uscita di scena: in caso contrario, si tratterebbe di un grande vantaggio propagandistico per il Califfato). Ed anche se si dovesse portare al tavolo delle trattative una parte dell’opposizione, quella non jihadista, sarebbe comunque difficile imporre queste scelte, calate dall’alto, ai gruppi islamisti, diversi dall’Isis, che combattono sul campo e sono in ripresa, anche a Sud. “I ribelli non jihadisti sostenuti dall’Occidente e dagli Stati arabi”, spiega Noah, “sono i più forti nella parte meridionale della Siria strappata al regime, e nell’ultimo anno hanno continuato a guadagnare terreno, rispetto ai fondamentalisti. Negli ultimi mesi, però, il loro momentum militare ha vissuto una fase di stallo, il sostegno da parte di alcuni Stati si è ridotto e le divisioni interne sono cresciute. Se queste condizioni dovessero persistere, non è da escludere che molti dei progressi fatti sul fronte meridionale si possano erodere, consentendo proprio ai jihadisti di approfittare della situazione”.

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