Gli ostaggi del jihaidismo

Il rilascio di ottantadue delle studentesse nigeriane di Chibok rapite nel 2014 da Boko Haram ha risvegliato l’interesse negli ostaggi del jihadismo. Quella delle ragazze di Chibok è però solo una delle molte storie di locali, turisti, cooperanti e giornalisti spariti nelle viscere del mondo estremista islamico. È importante quindi raccontare chi sono oggi gli ostaggi dei jihadisti.

Alcune delle 21 ragazze di Chibok rilasciate da Boko Haram guardano durante la loro visita per incontrare il presidente Muhammadu Buhari ad Abuja, Nigeria il 19 ottobre 2016. REUTERS / Afolabi Sotunde
Alcune delle 21 ragazze di Chibok rilasciate da Boko Haram guardano durante la loro visita per incontrare il presidente Muhammadu Buhari ad Abuja, Nigeria il 19 ottobre 2016. REUTERS / Afolabi Sotunde

I rapimenti individuali come strumento per riscatti e scambi di prigionieri

I rapimenti individuali sono notoriamente un asset importante per i gruppi jihadisti. I singoli rapiti sono -specialmente se occidentali – una leva straordinariamente potente per raggiungere determinati obiettivi: finanziare le proprie attività, imporre scambi di prigioneri e lanciare messaggi politici. Come nota il Combating Terrorism Center, il rischio rapimenti è particolarmente alto in paesi come Iraq, Afghanistan, Nigeria, Yemen e Siria, ma centrali sono anche Filippine e Mali. In questi due paesi il fenomeno è diventato tanto importante da diventare una norma, alimentando gruppi come Abu Sayyaf che storicamente usano i rapimenti.

È così che nasce una macchina che vede ostaggio da parte occidentale principalmente cooperanti delle ONG, giornalisti e turisti. Tra loro, finiscono nelle mani dei jihadisti un numero imprecisato di membri della Croce Rossa Internazionale, come i tre cooperanti maliani spariti per pochi giorni il 16 Aprile scorso in un sequestro rivendicato dal gruppo jihadista Ansar Dine. Sempre maliani i cooperanti sequestrati nell’aprile 2014 dal movimento MUJAO e ad oggi dispersi o i tre rapiti nell’aprile 2016 ancora da Ansar Dine.

Di questi cooperanti non sappiamo il nome. Diverso è invece il caso di altre figure diventate simbolo del dramma degli ostaggi. Una di queste è certamente Beatrice Stockly, la missionaria svizzera rapita da al-Qaida nel Maghreb Islamico e ancora nelle mani del gruppo ad un anno e mezzo dalla sua cattura. Lo scorso gennaio la missionaria era riapparsa in un inquietante video dove appariva assente ed esausta. Altri, come Robert Hall, John Ridsdel e Kjartan Sekkingstad erano stati utilizzati dal gruppo filippino Abu Sayyaf per i suoi proclama, confermando sia lo stato di prostrazione dei rapiti sia la potenza delle loro immagini nella propaganda jihadista.

Le immagini di Robert Hall e degli altri ostaggi hanno subito attirato l’attenzione dei media, ma sono stati i governi a dover individuare una strategia per riportarli a casa. Il dilemma è chiaro: al sequestro spesso segue la richiesta di un riscatto consistente, che arriva a raggiungere milioni di dollari. Cedendo si finanziano i gruppi. Quando invece si accetta uno scambio di prigioneri si liberano pericolosi jihadisti. Non cedendo, d’altra parte, si lascia spazio al disastro dell’impotenza: immagini atroci come quelle della decapitazione di James Foley. L’alternativa sarebbe quella di salvare gli ostaggi intervenendo con le forze speciali, ma in questo caso - sempre secondo il Combating Terrorism Center - l’ostaggio morirebbe quasi nel 20% dei casi.

Le famiglie e i governi

A subire le dirette conseguenze del dilemma se cedere o meno sono le famiglie di chi viene catturato. Il conflitto con le autorità è facilmente immaginabile, dato che si tratta di decisioni critiche. Basti pensare alle famiglie di Kayla Mueller, Steven Sotloff, Peter Kassig, James Foley e Theo Padnos, che si sono unite per fare pressione sul governo americano, accusato di non fare abbastanza. La stessa famiglia Mueller ha pubblicamente accusato Medici Senza Frontiere. L’ONG avrebbe tenuto nascosto l’indirizzo email che i rapitori volevano utilizzare per avviare i negoziati. Il rapporto col governo è ancora più delicato in paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada, dove la politica è di non cedere alle richieste di riscatto. Forse a causa di questa politica, le percentuali di rilasciati per Gran Bretagna e USA sono infatti molto più basse che in Italia, Francia e Germania.

Considerando che sono i primi trenta giorni di rapimento spesso a determinare l’esecuzione o meno dei rapiti, nonché la sequenza brutale di uccisioni causata dall’ISIS e in particolare dalla cellula dei “Beatles”, è facile immaginare che i sentimenti e le pressioni esercitate da questi casi siano fortissimi.

I rapimenti come strumento di guerra

I rapimenti individuali o di piccoli gruppi non sono l’unica espressione del fenomeno degli ostaggi. Ripartendo dal caso delle studentesse di Chibok si possono rintracciare molti casi nei quali questa tattica è divenuta un vero e proprio strumento di guerra. La stessa organizzazione di Boko Haram avrebbe rapito circa duemila donne e ragazze nel solo biennio 2014-2015, secondo Amnesty International. Delle stesse ragazze di Chibok circa cento sono ancora nelle mani del gruppo. L’ISIS a sua volta avrebbe rapito più gruppi, inclusi un centinaio di lavoratori stranieri e circa 300 persone a Tal Afar, Iraq.

Gli attacchi sembrano quindi parte di una più ampia strategia militare. Gli stessi raid di Boko Haram mescolano l’assalto armato, la presa d’ostaggi sul luogo dell’attacco e il rapimento. Qui i numeri diventano molto più ampi, superando il limite tra terrorismo e insurrezione aperta. Le risorse che i governi locali si trovano a dover mettere in campo diventano dunque massicci. Si apre infatti il problema di tamponare l’emorragia di violenza aperta dagli insorgenti, ma anche quello di offrire supporto alle vittime e alle loro famiglie, anch’essi spesso locali.

I casi ancora aperti e il bisogno di supporto

Quello che sembra uno scenario di disperazione è però invece uno scenario in divenire e dunque aperto a qualsiasi epilogo. Tra le tante vittime, molti restano i casi aperti per i quali i governi e i cittadini hanno ancora la possibilità di ottenere la loro liberazione.

Tra le persone ancora nelle mani dei jihadisti ci sono il fotogiornalista John Cantlie, rapito dall’ISIS nel 2012 e riapparso in un video nel dicembre 2016; il chirurgo Ken Elliott, che aveva portato a Djibo (Burkina Faso) la prima clinica dal 1972, rapito nel gennaio 2016 e poi dichiarato cittadino burkinabé a titolo onorario lo scorso novembre; c’è poi Sophie Pétronin, nutrizionista rapita in Mali dopo 15 anni di esperienza nella lotta alla malnutrizione nella regione. Ci sono infine i missionari Paolo Dell’Oglio e la già citata Béatrice Stockly, prigionieri il primo dell’ISIS, la seconda di al-Qaida nel Maghreb Islamico.

Di quale supporto potrebbero avere bisogno? Una risposta scontata potrebbe essere quella di mantenere alta l’attenzione dei media. Questo strumento però va utilizzato con criterio. L’attenzione mediatica deve prima di tutto tutelare la vittima, evitando di offrire opportunità ai rapitori di alzare la posta con atti estremi tesi a ottenere una copertura mediatica ancora maggiore. Le persone vicine ai familiari devono anche essere tutelate, evitando loro ulteriori traumi. La copertura accordata non può infine essere “emotiva”, portando sotto i riflettori alcuni casi facilmente “vendibili”. Lo sottolinea la giornalista Emily Feldman spiegando come la campagna “Bring Back Our Girls” sottoscritta tra gli altri da Michelle Obama per salvare le ragazze di Chibok abbia messo in secondo piano le altre vittime. Altre testate nigeriane avevano sollevato il problema. L’attenzione deve esserci, ma il primo obiettivo è la salvezza degli ostaggi e la tutela delle loro famiglie.

Dal punto di vista psicologico, i rapimenti comportano spesso effetti collaterali, per i quali si rende necessario un supporto materiale e morale. Questo supporto però deve essere dosato scientificamente, partendo anche qui dall’obiettivo di non causare un ulteriore danno. È importante quindi anche dare spazio a chi è stato liberato, perché potrebbe voler raccontare la propria storia, come accaduto a Daniel Rye Ottosen, autore di un libro sui suoi giorni da ostaggio. Oppure – come Pierre Piccinin da Prata – potrebbe voler intervistare il proprio ex carceriere.

 @FrancescoFinucc

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