Ad Addis Abeba il premier forma un governo composto al 50% da donne. Un segnale importante per l’Africa, dove prendono piede le quote rosa. Ma le corse presidenziali di Remi Sonaiya in Nigeria e di Diane Rwigara in Rwanda ricordano che la sfida al sessismo in politica è solo iniziata

Diane Rwigara con la madre Adeline in un'aula di tribunale a Kigali, Rwanda, 5 ottobre 2018. Madre e figlia sono state arrestate dopo che Diane ha lanciato la sfida elettorale al presidente Paul Kagame. REUTERS/Jean Bizimana
Diane Rwigara con la madre Adeline in un'aula di tribunale a Kigali, Rwanda, 5 ottobre 2018. Madre e figlia sono state arrestate dopo che Diane ha lanciato la sfida elettorale al presidente Paul Kagame. REUTERS/Jean Bizimana

Dopo l’ondata di violenze etniche delle ultime settimane, il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha adottato nuovi provvedimenti per dare slancio al radicale programma di riforma del suo Paese. Lo ha fatto martedì scorso, quando nell’ambito di un ampio rimpasto ha deciso che il 50% dell’esecutivo di Addis Abeba sia composto da donne.


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La sua volontà di dare maggior rilievo alla componente femminile all’interno del Gabinetto etiope si evince in particolare da alcune nomine nei “ministeri chiave”. A partire da quella di Aisha Mohammed, ex ministro delle infrastrutture, che ha assunto la direzione del dicastero della Difesa, diventando la prima donna a ricoprire questa carica nella storia dell’Etiopia.

Un altro ministero di peso, come quello del Commercio, è stato affidato a Fetlework Gebre-Egzihaber, mentre Adanech Abeebe presiederà il ministero delle Entrate. Ma la nomina più innovativa è quella della ex presidente del Parlamento Muferiat Kamil, che guiderà il nuovo ministero per la Pace assorbendo anche le competenze dell’ex Dipartimento per lo sviluppo federale e pastorale. Un incarico che assume forte valenza strategica in un Paese in cui sono ancora presenti forti tensioni tra le diverse etnie, che stanno ostacolando il programma di riforme politiche ed economiche intrapreso da Abiy.

Donne e potere in Africa

La composizione del nuovo governo etiope è un segnale importante per tutta l’Africa, che nel periodo postcoloniale ha visto l’affermazione di un’idea patriarcale dei ruoli in politica, con la conseguenza di emarginare le donne dai centri di potere. Tuttavia, negli ultimi anni si è registrata una crescente partecipazione femminile nella composizione dei Parlamenti di diversi Paesi africani, come il Ruanda, che di recente ha approvato una legge per la parità di genere e vanta il maggior numero di parlamentari femminili rispetto a qualsiasi altra nazione del mondo (63,8% dei seggi).

Allo stesso modo dell’Etiopia, sempre più Paesi africani stanno applicando il sistema delle quote rosa, che nella maggior parte dei Stati dell’Africa orientale e meridionale hanno consentito alle donne di rappresentare più del 30% dei parlamentari. Tra il 2005 e il 2015 la proporzione delle donne africane negli organismi legislativi dei Paesi nordafricani è aumentata dal 7% al 18%, mentre nell’Africa subsahariana è salita dal 15% al 22%. Senza contare, che negli ultimi anni quattro Paesi africani hanno avuto un presidente donna.

Nessuna donna alla guida di un Paese africano

Ma dopo le dimissioni di Ameenah Gurib-Fakim, la prima donna a ricoprire la massima carica politica alle Mauritius, attualmente nessuna figura femminile occupa la poltrona più alta in un Paese del continente. E questo vuoto lascia spazio alla constatazione che tra le altre tre africane che oltre a Gurib-Fakim hanno ricoperto la carica presidenziale, Joyce Banda in Malawi, Catherine Samba-Panza nella Repubblica Centrafricana ed Ellen Johnson-Sirleaf in Liberia, solo quest’ultima ha portato a termine almeno un mandato completo.

C’è anche un’altra componente che grava sull’attuale mancanza di una presidente donna nel panorama politico africano: il fatto che le aspettative sull’operato delle leader politiche africane siano molto più ottimistiche, rispetto a quelle riservate alle controparti maschili.

Inoltre, c’è da registrare che le ultime donne africane che hanno tentato l’ascesa alla presidenza del loro Paese hanno subito sconfitte elettorali eclatanti. Come quella dell’ex presidente dell’Unione Africana, Nkosazana Dlamini-Zuma, la prima donna ad aver occupato questa posizione, che nel corso del suo quinquennio alla guida dell’organizzazione continentale ha messo l’emancipazione femminile al centro del suo mandato e ha insistito per aumentare il numero delle donne designate a incarichi amministrativi.

Ciononostante, quando si è candidata alla presidenza dell’African National Congress, il partito di potere in Sudafrica, per poi presentarsi come candidato alle presidenziali del prossimo anno, è stata sconfitta per soli 179 voti da Cyril Ramaphosa. Dlamini-Zuma è stata sicuramente penalizzata dall’ingombrante figura dell’ex marito Jacob Zuma, ex presidente del Sudafrica defenestrato per vari scandali finanziari.

Merita di essere ricordato anche il caso della Nigeria, dove nelle ultime elezioni del marzo 2015 Remi Sonaiya, docente universitaria di linguistica, è stata la prima donna a candidarsi alla presidenza del Paese più popoloso dell’Africa. Ma nonostante lo strenuo impegno nel corso della campagna elettorale, la candidata del partito Kowa, cristiana e originaria di Ibadan - Stato di Oyo, nel sud-ovest del Paese - non è riuscita a infrangere la volontà delle élite al potere, che determina il vincitore alle urne in base alla provenienza etnica e religiosa.

La donna che voleva sfidare Kagame

Ma c’è la storia di un’altra candidatura femminile finita in maniera molto più infelice, quella della giovane commercialista Diane Rwigara, la donna che nelle elezioni dell’agosto 2017 voleva sfidare Paul Kagame alla presidenza del Ruanda. Diane prima è stata accusata di aver falsificato le firme per la designazione e poi stata espulsa dalla competizione elettorale, vinta da Kagame con quasi il 99% dei voti. Poi, dopo aver fondato il Movimento per la liberazione popolare, Itabaza, è stata arrestata assieme alla madre Adeline con l’accusa di pratiche settarie, incitamento alla rivolta e frode.

Le due donne hanno trascorso più di un anno in due celle separate in un carcere fuori Kigali, prima di essere rilasciate su cauzione lo scorso 5 ottobre. E adesso sono sotto processo. Un processo già rimandato più volte e che sia i familiari sia gli attivisti di Itabaza temono possa essere guidato politicamente.

Un epilogo che dimostra che anche nel Paese con il più alto numero di parlamentari donne, alla fine prevalgono sempre gli uomini.

@afrofocus

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