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Guantánamo: quando la prigione toglie anche la voglia di tornare a vivere

È possibile trascorrere 14 anni nel carcere di Guantánamo e non volerlo abbandonare? Sì, ed è ciò che ha deciso Muhammad Bawazir, cittadino yemenita di 35 anni. A fine gennaio del 2016 ha avuto l’opportunità di salire su un aereo e lasciarsi alle spalle l’incubo statunitense, ma non ce l’ha fatta.

REUTERS/Michelle Shephard/Pool

Un caso emblematico dell’alienazione alla quale può condurre la contestata prigione americana, situata sull’isola di Cuba. Bawazir fu trasferito a Guantánamo all’età di 21 anni, dopo essere stato arrestato in Afghanistan. «È terrorizzato dalla possibilità di essere inviato in un paese in cui non ci siano garanzie di sostegno. È difficile spiegare la sua posizione: si tratta semplicemente della reazione molto emotiva di un uomo rinchiuso negli ultimi 14 anni», ha spiegato John Chandler, il suo avvocato, alla BBC. L’altro timore del detenuto yemenita è quello di dover ricostruire la propria vita in un paese senza affetti, in cui non valga la pena vivere. Il legale - che avrebbe cercato di fargli cambiare idea - ha ammesso che il suo assistito soffre di depressione: «È sempre stato sensibile. Quando affrontava lo sciopero della fame mi disse: “L’unica cosa che desidero è morire”. Semplicemente non sopportava Guantánamo». 

Secondo i media anglosassoni è un personaggio simile al protagonista del film «Le ali della libertà» (1994), incapace di ricominciare a vivere una volta ottenuta la libertà. Bawazir sarebbe disposto a farlo negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita o in Indonesia, con i quali però non è ancora stato raggiunto un accordo diplomatico. Nel suo paese, lo Yemen, non può tornare a causa della guerra civile in atto. E allora Bawazir preferisce non vivere, restando a Cuba e rifiutando una destinazione ancora segreta. «È un paese in cui io andrei subito senza il minimo dubbio», ha detto Chandler, confermando la strana opzione del suo cliente. Nel 2008, durante la presidenza di George W. Bush fu approvata la scarcerazione di Bawazir, ma poi tutto si arenò perché Washington decise di non inviare più detenuti in Yemen. Troppo pericoloso per gli USA stessi. In questi 14 anni, sono stati numerosi gli scioperi della fame affrontati dal 35enne, arrivato a pesare solo 41 chili. Lalimentazione forzata è stata la soluzione adottata sia per lui che per altri prigionieri.

La pratica dell’alimentazione artificiale fu duramente descritta dal New York Times, tramite le parole di un altro yemenita, Samir Naji al Hasan Moqbel. «Ero malato nell’ospedale del carcere e mi rifiutai di essere nutrito. Una squadra della Extreme Reaction Force di 8 agenti in tenuta antisommossa irruppe, legandomi mani e piedi al letto. Mi inserirono una flebo e trascorsi 26 ore in questo stato. Senza poter andare al bagno. Mi infilarono un catetere: doloroso, degradante e inutile. Non posso descrivere quanto sia stato doloroso essere sottoposto ad alimentazione forzata in questo modo. Non avevo mai provato tanto dolore prima». Il futuro di Bawazir è più incerto che mai, perché, come ammette il suo legale, non si hanno garanzie su cosa succederà a Guantanamo dopo la fine dell’amministrazione Obama.

La chiusura della struttura cubana fu una delle grandi promesse dell’attuale presidente. Il percorso, tuttora irrisolto, cominciò il 22 gennaio del 2009, più di sette anni fa. La decisione, osteggiata anche dall’ala democratica, è stata rimandata fino ad oggi. Per la prima volta dall’apertura (11 gennaio 2002), però, il numero di prigionieri  è sceso sotto la soglia delle 100 unità. L’obiettivo dovrebbe essere quello di ricollocare le persone in paesi esteri, mentre in territorio statunitense esiste una fortissima resistenza, soprattutto da parte del fronte repubblicano. Negli anni, il penitenziario è stato denunciato per violazione dei diritti umani, torture e lassenza di giusti processi. Il futuro di Guantanamo è incerto. Quello di Muhammad Bawazir lo è altrettanto. Un uomo ormai incapace di far coincidere la libertà fisica con quella mentale. Anche in questo caso Guantánamo dimostra di essere un eccezione. Negativa. 

@AlfredoSpalla

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