Duterte indagato ritira le Filippine dalla Corte penale internazionale

Più di 4.000 esecuzioni extragiudiziali ammesse dalla polizia, oltre 12.000 secondo le Ong. La guerra alla droga porta le Filippine davanti alla Corte. Indagato per crimini contro l'umanità, Duterte ritira il Paese dall'Icc e promette promozioni ai poliziotti accusati di omicidio

Persone in motorino passano vicino a uno striscione contro le uccisioni legate alla guerra alla droga lungo una strada a Barangay Bagong Silangan, Quezon City, Metro Manila, Filippine. REUTERS / Erik De Castro
Persone in motorino passano vicino a uno striscione contro le uccisioni legate alla guerra alla droga lungo una strada a Barangay Bagong Silangan, Quezon City, Metro Manila, Filippine. REUTERS / Erik De Castro

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha deciso di ritirare il paese dalla Corte penale internazionale (International Criminal Court, Icc), in aperta polemica con l’apertura di un’inchiesta circa i presunti crimini contro l’umanità commessi dalle autorità filippine nel corso della cosiddetta "guerra alla droga".

Si tratta dell’ennesima mossa sopra le righe del presidente filippino, noto per toni e reazioni anticonvenzionali con cui è solito relazionarsi a istituzioni sovranazionali e alla comunità internazionale.

Facendo seguito alla promessa elettorale di ripulire le Filippine dallo spaccio e dal consumo di stupefacenti, dal 2016 l’amministrazione Duterte ha sostenuto una violentissima operazione antidroga estesa su scala nazionale che vede impegnati migliaia di agenti di polizia "con licenza di uccidere".

A quasi due anni dall’inaugurazione della campagna, costellata da esecuzioni extragiudiziali che hanno scosso l’opinione pubblica internazionale, le forze di polizia filippine sostengono di aver ucciso "per legittima difesa" 4.021 sospetti spacciatori o consumatori di stupefacenti.

Secondo le organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali gli assassini compiuti dalla polizia filippina e da gruppi di vigilantes supererebbero invece quota 12mila.

L’amministrazione Duterte, nel frattempo, non solo ha sistematicamente coperto i poliziotti impegnati nelle operazioni antidroga ma, per bocca dello stesso presidente, ha promesso il perdono presidenziale e promozioni agli agenti accusati di omicidio. Nell’aprile del 2017, ad esempio, commentando l’incarcerazione di agenti di polizia responsabili della morte di Rolando Espinosa – sindaco di Albuera e padre di Kerwin Espinosa, boss della droga nella regione di Visayas - Duterte dichiarava: «Non posso abbandonare questi agenti in carcere, seguivano solo i miei ordini e hanno ucciso quel figlio di troia. Se saranno condannati, non c’è problema: darò ordine di perdonarli al giudice e lui glielo leggerà: “siete appena stati perdonati”. Verranno ristabiliti i loro diritti civili e politici e saranno reintegrati nelle forze dell’ordine con una promozione».

Gli ordini di Duterte impartiti alla Polizia nazionale filippina, in sostanza, sono riassunti nella minaccia rivolta agli spacciatori che il presidente pronunciò pubblicamente nell’agosto del 2016, a soli tre mesi dalla vittoria elettorale: «I miei ordini sono di sparare per uccidervi. Non mi importa dei diritti umani, farete meglio a credermi».

Rispondendo a una petizione inoltrata dall’avvocato filippino Jude Sabio, nel mese di febbraio la Icc aveva aperto un procedimento di indagine preliminare circa le migliaia di presunti omicidi extragiudiziali incoraggiati dall’amministrazione Duterte, con la possibilità di accusare lo stesso Duterte di crimini contro l’umanità.

Lo scorso 14 marzo, rispondendo all’apertura delle indagini della Icc, il presidente filippino annunciava il ritiro immediato del Paese dallo Statuto di Roma del 1998 – atto fondativo della Corte penale internazionale che le Filippine hanno firmato e ratificato – in risposta agli sforzi congiunti del magistrato dell’Icc Fatou Bensouda e dei funzionari delle Nazioni Unite «Per dipingermi come uno spietato violatore di diritti umani senza cuore». Spiegando che la ratifica dello Statuto di Roma «Non è mai stata pubblicata nella gazzetta ufficiale e quindi non è mai entrata in vigore», Duterte ha specificato che la Corte internazionale non potrà mai avere giurisdizione su di lui, «Nemmeno in un milione di anni».

Il giorno seguente, il governo filippino ha comunicato al segretario generale delle Nazioni Unite l’apertura del procedimento di ritiro del Paese dalla Icc, "mantenendo l’impegno nella lotta all’impunità di chi commette crimini contro l’umanità […] attraverso la legislazione nazionale Filippina in materia", mentre nella giornata di domenica Duterte ha rincarato la dose, incoraggiando il resto degli Stati membri dell’Icc a ritirare la propria adesione dallo Statuto di Roma: «È un documento che non è stato preparato da nessuno. È un trattato sponsorizzato dall’Europa per perseguitare i neri» ha dichiarato Duterte.

Il presidente dell’Icc, il sudcoreano O-Gon Kwon, si è detto dispiaciuto del ritiro delle Filippine dal tribunale internazionale, invitando il Paese a rimanerne membro e "continuare a dialogare, al posto di andarsene", danneggiando l’impegno della Corte nel sanzionare i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità.

Secondo lo statuto di Icc, la Corte può procedere al giudizio di crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione e genocidio commessi in un Paese che "non abbia le capacità o la volontà di procedere in base alle leggi di quello Stato e in armonia con il diritto internazionale".

Ad oggi l’Icc conta 123 Stati membri tra cui spicca l’assenza di Stati Uniti, Russia e Cina. L’unico Stato membro ad aver portato a termine le procedure di ritiro dall’Icc, della durata di un anno, è il Burundi.

@majunteo

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