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La guerra alla droga nelle Americhe si combatterà anche sul mare

Stati Uniti, Messico e Colombia lanciano un’operazione congiunta per colpire il traffico di droga sin dal suo principio, nelle acque del Pacifico. E puntano a bloccare l’ascesa dei cartelli messicani in Colombia. Ma l’invio di militari Usa alla frontiera rischia di minare l'alleanza

L'ammiraglio comandante della Guardia costiera statunitense Paul Zukunft con l'equipaggio della Cutter Stratton annuncia un ingente sequestro di cocaina nell'Oceano Pacifico orientale nelle acque di San Diego, California. REUTERS / Mike Blake
L'ammiraglio comandante della Guardia costiera statunitense Paul Zukunft con l'equipaggio della Cutter Stratton annuncia un ingente sequestro di cocaina nell'Oceano Pacifico orientale nelle acque di San Diego, California. REUTERS / Mike Blake

La guerra alla droga si combatterà anche su un nuovo fronte: quello marittimo. Lo ha anticipato Associated Press il 29 marzo scorso, scrivendo – dopo aver parlato con diversi ufficiali della guardia costiera americana – che all’inizio di aprile Stati Uniti, Messico e Colombia avrebbero  lanciato un’operazione congiunta con lo scopo di intercettare i narcotrafficanti già dalla costa pacifica del Sudamerica.

Dettagli più precisi per il momento non sono noti ma il comandante della U.S. Coast Guard Paul Zukunft aveva di recente ventilato l’idea di una collaborazione marittima trilaterale tra Washington, Città del Messico e Bogotá nel corso di una conferenza a San Diego, dicendo che gli Stati Uniti «non possono farcela da soli» contro il contrabbando transnazionale di droghe.

La rotta marittima è cruciale per la catena del narcotraffico nelle Americhe, in quanto ne costituisce l’anello iniziale. La cocaina e l’eroina che arriva negli Stati Uniti parte infatti dal subcontinente meridionale, in particolare dalla Colombia, e giunge prima in Messico, quasi sempre via mare a bordo di barche da pesca, navi da carico e anche semisommergibili. Da qui le droghe vengono trasportate in territorio americano attraverso i porti di entrata legali alla frontiera tra i due Stati, mescolandosi all’enorme traffico giornaliero di veicoli e merci. Soltanto più raramente i narcos messicani optano per il contrabbando attraverso il deserto o l’oceano, lungo le coste della California. Tuttavia, la guardia costiera americana sequestra ogni anno il triplo della cocaina che viene confiscata alla frontiera con il Messico.

La nuova operazione punta dunque a bloccare il narcotraffico fin dal suo principio, nelle acque del Pacifico. Gli Stati Uniti in realtà già lo fanno, lavorando a contatto con la marina messicana, ma sembra che stavolta la cooperazione sarà ancora maggiore: l’avanzamento si vedrà nel più stretto coordinamento tra le forze navali dei tre Paesi, nello scambio di informazioni e di personale.

Le parole di Zukunft non erano gli unici indizi di un qualche imminente cambiamento nella guerra americana alle droghe. A gennaio il Messico ha comprato – per la prima volta – siluri e missili antinave dagli Stati Uniti per 98,4 milioni di dollari. L’acquisto, nelle parole del Pentagono, sarebbe servito a “sostenere la politica estera e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti contribuendo a migliorare la sicurezza di un partner strategico. […] Il Messico intende utilizzare questi strumenti di difesa per modernizzare le sue forze armate ed espandere il suo attuale supporto navale e marittimo ai requisiti di sicurezza nazionale e ai suoi sforzi per combattere le organizzazioni criminali”.

I cartelli messicani in Colombia

L’altro segnale è stata la visita, la settimana scorsa, del vicepresidente colombiano Óscar Naranjo e della ministra degli Esteri María Ángela Holguín a Città del Messico, ricevuti nella residenza presidenziale da Enrique Peña Nieto. I tre hanno discusso proprio di come migliorare lo scambio di informazioni in materia di sicurezza. La presenza del vicepresidente al posto di Juan Manuel Santos non deve trarre in inganno: l’incontro è stato di altissimo livello e la partecipazione di Naranjo non è stata casuale. L’ex-generale è, infatti, ritenuto uno dei massimi esperti colombiani di criminalità organizzata - in passato ha partecipato ad operazioni contro Escobar e il Cartello di Medellín - e conosce bene anche la realtà messicana, avendo lavorato come assessore alla sicurezza proprio per Pena Nieto, tra il 2012 e il 2013.

A Los Pinos, Naranjo avrà sicuramente insistito sulla sempre maggiore presenza delle organizzazioni messicane in Colombia. Nell’ultimo periodo, infatti, il Cartello di Sinaloa e quello Nuova Generazione di Jalisco (Cjng) – i due più grandi del Messico – sono risultati particolarmente attivi in alcune regioni del Paese sudamericano, molto più del solito. Una realtà registrata non soltanto dai giornalisti ma anche dalle autorità colombiane: il procuratore generale Néstor Humberto Martínez ha detto che i cartelli messicani verranno considerati delle minacce alla sicurezza nazionale colombiana.

InSight Crime scrive che i narcos messicani stanno senza dubbio definendo una nuova strategia per la Colombia ma che è però esagerato sostenere che abbiano intenzione di scavalcare le organizzazioni colombiane ed assumere il controllo diretto della produzione e del traffico di cocaina nel Paese. Al contrario, è più probabile che stiano supervisionando la situazione e ricercando nuovi intermediari in un momento di transizione: lo smantellamento delle Farc e il declino del Clan del Golfo priverebbe il Cartello di Sinaloa di due alleati ben radicati sul territorio; l’affioramento di nuove fazioni rende perciò necessaria la stipulazione di altrettante alleanze e nel contempo offre possibilità inedite ad altri cartelli, come il Cjng. Starebbero quindi cambiando gli attori e forse gli equilibri ma non il modello di business.

Relazioni complicate alla frontiera

Sul piano politico, Città del Messico non avrà problemi a cooperare con Bogotá. Qualche tensione potrebbe invece nascere con Washington. Benché l’amministrazione Peña Nieto si sia sempre impegnata a mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump, anche rischiando di apparire passiva, l’annuncio del presidente americano di voler mandare la Guardia nazionale alla frontiera potrebbe complicare le cose. L’esecutivo messicano non ha intenzione di arrivare allo scontro diplomatico con la Casa Bianca – d’altra parte, anche il gabinetto americano è consapevole dell’importanza della partnership con il Messico – ma deve fare i conti con un’opinione pubblica che si sente offesa dalla decisione di Trump.

L’operazione militare non sembra essere così diversa da quelle precedenti di Bush e Obama ma la scorsa settimana il Senato messicano ha ugualmente approvato, all’unanimità, un comunicato per chiedere al governo di sospendere la cooperazione con gli Stati Uniti su immigrazione e lotta al narcotraffico. Il ministro degli Esteri ha detto che l’eventuale militarizzazione del confine provocherà gravi danni alle relazioni bilaterali e lo stesso Peña Nieto è dovuto intervenire con un videomessaggio risoluto in difesa della dignità nazionale. A luglio ci saranno le elezioni e il presidente non può mostrarsi debole o rischierebbe di danneggiare ulteriormente il candidato del suo partito, José Antonio Meade, sceso al terzo posto nei sondaggi.

Il coordinamento strategico tra i due vicini non va dato per scontato. Tradizionalmente il Messico ha anzi sempre guardato con ritrosia alla partnership militare con Washington, un atteggiamento che discende dalla guerra - e dalla sconfitta - del 1846-1848: ne è una prova l’assenza di basi americane nel Paese, che pure viene considerato il “giardino di casa” degli Stati Uniti. Questa resistenza si è invertita dal 2008, con l’entrata in vigore dell’Iniziativa Mérida - un accordo di sicurezza voluto da Bush e accettato da Calderón - e con i suoi importanti flussi di dollari verso le casse messicane. Nulla impedisce alle cose di cambiare ancora.

@marcodellaguzzo

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