Guerra globale, ecco come si muovono i fondi per gli armamenti

Mentre l’Italia mantiene, nonostante crisi e spendingreview varie, un certo equilibrio nel suo investimento bellico (la legge di stabilità 2015 prevede infatti per quest’anno 18 miliardi di spese militari, una flessione di qualche centinaio di milioni sul 2014 che colpisce principalmente le spese di esercizio, piuttosto che i nuovi armamenti), viene da chiedersi cosa stia succedendo nel mondo e come gli Stati del XXI secolo muovano i propri carri-armati sullo scacchiere internazionale.

 In attesa dell’uscita del rapporto del think tank statunitense ISS (International Institute for Strategic Studies) in riferimento al 2014, previsto per febbraio, proviamo ad anticipare alcune riflessioni.

Primi tra tutti, gli amici atlantici a stelle e strisce, che vivono una politica interna alquanto burrascosa determinata da una maggioranza repubblicana con un leader maximo democratico, già lo scorso dicembre parlavano di stanziamenti per 514 miliardi di dollari (64 miliardi per le operazioni militari in Afghanistan – in riduzione, Siria ed Iraq). Cifre che li confermano in testa rispetto a cinesi, russi ed europei. Su di loro, come da molto tempo, si fonda l’assetto economico della Nato, con le sue numerose missioni di peace-keeping e peace-enforcing in giro per il mondo. Ma fin qui niente di nuovo: il dato diventa più interessante se considerato in ottica globale sullo scacchiere internazionale.

Dopo cinque anni di riduzione complessiva, l’investimento in armamenti è tornato a crescere per il nuovo ruolo assunto dai “mercati” asiatici. Parliamo di circa 1550 miliardi di dollari complessivi (come riporta l’istituto britannico IHS Jane’s). 

Partendo dal piccolo, ma indicativo, fenomeno del Giappone, vediamo come l’isola che negli anni ’80 trainava l’economia di tutta l’Asia e che oggi sembra del tutto oscurata da benessere ed età media troppo alta stia cercando di ritrovare un ruolo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, a settant’anni dalla sua fine nel Pacifico (l’anniversario si festeggerà il 15 agosto), Tokyo prevede per il 2015 oltre 96 trilioni di yen (circa 696 miliardi di euro) investiti in difesa: un incremento per il terzo anno successivo del 2% (cioè 36 miliardi di euro) voluto dal premier ShinzoAbe e dal Ministro della Difesa Nakatani.

Ed è dal mare che arriviamo alla Cina. Le preoccupazioni giapponesi riguardano infatti le contese isole Senkaku (o Diaoyu per i cinesi), attorno alle quali la marina dell’impero celeste svolge attività definite come “provocatorie” dai nipponici. Sulla base di una costituzione pacifista e su pretesti riguardanti i “pericoli” annessi alle politiche schizofreniche della Corea del Nord, Tokyo rispetto a Pechino rimane però sempre e comunque piuttosto indifesa. La Cina ha un trend di crescita del bilancio bellico, infatti, che si aggira tra il 12%ed il 15% annuo ed è salita ad una spesa di 132 miliardi di dollari, confermandosi la nuova superpotenza militare del continente.

Più vicino a noi, ma rimanendo in Asia, si conferma il sorpasso dell’Arabia Saudita sul Regno Unito, al quarto posto nella “classifica” dei paesi che investono di più in forze armate: ci aggiriamo attorno ai 60 miliardi di dollari e possiamo confermare, riportando anche l’Oman come esempio (col il suo aumento di oltre il 30% del budget), il fatto che l’Occidente investa sempre meno in ambito militare, mentre l’Oriente sempre di più, soprattutto se consideriamo “oriente” anche il sub-continente russo. I programmi dell’ex Unione Sovietica, infatti, prevedono sulla proiezione di un triennio un innalzamento del 44% dei budget annuali, per raggiungere l’investimento annuo di 196 miliardi di dollari nel 2016. Crescite che non insidiano ancora il ruolo degli Stati Uniti d’America, ma che nell’ordine ci portano a ritenere che possibili nuovi assetti possano profondamente modificare, nei prossimi anni, l’ordine delle superpotenze che siamo abituati a conoscere.

Prepariamoci dunque a vedere una Cina che entro il 2020 sarà leader indiscussa del Pacifico ed una Russia sempre più forte, mentre gli USA continuano a confrontarsi con il frammentario ed asimmetrico scenario mediorientale, i cui dati non ufficiali riguardano le economie sommerse dello spaccio di droga e del finanziamento internazionale del terrorismo. 

@johnfvtc

 

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