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La Siria a pezzi e la sanguinosa rivincita delle medie potenze

Ad Afrin siriani, turchi e iraniani trattano per escludere i curdi. A Ghouta l’assedio continua malgrado la risoluzione Onu. A sud-ovest spunta Israele. Dopo il goffo disimpegno Usa, anche l'influenza della Russia mostra i suoi limiti. E i conflitti si moltiplicano, in balia degli attori regionali

Un combattente dell'esercito siriano libero sostenuto dalla Turchia nella periferia orientale di al-Bab, in Siria l'8 febbraio 2018. REUTERS / Khalil Ashawi
Un combattente dell'esercito siriano libero sostenuto dalla Turchia nella periferia orientale di al-Bab, in Siria l'8 febbraio 2018. REUTERS / Khalil Ashawi

La caotica e drammatica situazione in Siria di questi giorni è la consacrazione della rivincita delle medie potenze. Una rivincita amara, soprattutto per coloro che avevano sperato che la fine dell’egemonia americana in Medio Oriente portasse all’emergere di attori e meccanismi nuovi per la risoluzione delle controversie regionali. Meccanismi più efficienti e, magari, perfino più etici, che mettessero fine ai conflitti e alle stragi che hanno colpito la regione per decenni.

Ma se ieri per i morti in Iraq o in Afghanistan ci si poteva indignare additando le responsabilità americane, oggi conflitti e stragi continuano, con la sola differenza che le responsabilità diffuse trasformano ogni risoluzione, o anche semplicemente ogni attribuzione di colpa, in operazioni molto più complesse.

È una rivincita amara anche per chi aveva sperato che il vuoto creato dal parziale e goffo disimpegno americano avrebbe riportato la Russia a giocare un ruolo da king-maker di sovietica memoria, se non da egemone almeno da co-egemone, in grado di avere l’ultima parola diplomatica e militare negli scenari in cui era impegnata. Ma il test siriano ha dimostrato che la Russia di oggi non è l’Unione Sovietica di ieri, e nemmeno gli Usa degli anni Novanta. Qualche decina di bombardieri possono bastare per mettere all’angolo l’opposizione siriana ma sono lungi dall’essere sufficienti per vincere la guerra. E dopo il grottesco fallimento della conferenza di pace di Sochi, Mosca appare oggi in balia delle strategie e dei colpi di mano delle potenze locali, con un ruolo che somiglia sempre di più a quello di un semplice mediatore privilegiato.

Per chiudere finalmente il lungo conflitto sembra infatti sempre più indispensabile l’accordo corale delle potenze dell’area, spesso dipendente da esigenze elettorali, personalistiche o da capricciose rivalità tra i vari leader. Soprattutto, per ogni settore del conflitto è sempre più necessario l’accordo separato di quelle potenze che in quel settore hanno interesse, trasformando la mappa della Siria in un mosaico di scenari diversi, in ognuno dei quali le potenze regionali si affrontano o cercano con più o meno successo di trovare un modus vivendi sufficientemente stabile.

Ad Afrin, dopo l’entrata delle truppe siriane nella città controllata per anni dai curdi del Ypg, i giochi vedono ormai Siria, Turchia e Iran trattare direttamente per un compromesso accettabile da tutti. Sin dall’inizio dell’offensiva turca, resa possibile dal beneplacito russo, Damasco ha fatto intendere di non avere intenzione di accettare un drammatico ampliamento della presenza turca sul proprio territorio. L’Iran, che vede ormai l’est della Siria come una propria esclusiva zona di influenza sembra aver appoggiato Damasco sin da subito nel tentativo di scavalcare l’accordo turco-russo su Afrin tramite un qualche tipo di colpo di mano. Dopo che una colonna di milizie filo-iraniane al servizio del regime siriano era stata respinta dall’aviazione turca mentre tentava di entrare nella regione di Afrin - senza destare ancora una volta alcuna reazione russa -, truppe paramilitari siriane sono finalmente riuscite a entrare indisturbate nel territorio conteso il 20 febbraio scorso.

Tale sviluppo, che apparentemente sembra complicare notevolmente i piani di Ankara, se ben giocato potrebbe però rappresentare per Erdogan anche l’occasione per disimpegnarsi da una offensiva che si sta dimostrando molto più complessa del previsto e ottenere comunque il principale obiettivo per cui era stata lanciata: l’eliminazione del potere del Ypg su Afrin. Se infatti a dividere Ankara e Damasco vi sono sette anni di conflitto giocati su parti avverse, entrambi hanno però in comune la volontà, condivisa anche da Teheran, di limitare, se non eliminare completamente, ogni velleità indipendentista o autonomista dei curdi nel nord del paese.

L’entrata delle truppe del regime ad Afrin potrebbe quindi permettere a Erdogan di portare a casa l’obiettivo principale dell’offensiva su Afrin senza un ulteriore spreco di risorse militari. Ai turchi resterebbe solo da spiegare ai loro alleati siriani l’improvviso voltafaccia e la consegna al regime di Damasco di quel territorio che nella retorica di Erdogan doveva diventare una nuova casa per quasi 3 milioni di rifugiati siriani vicini all’opposizione.

Ma se un tale compromesso risolverebbe, a discapito dell’autonomia curda, le tensioni a ovest dell’Eufrate, assai più complessa appare la situazione dei territori a est del fiume che vedono la presenza di reparti statunitensi operanti a fianco del Ypg. Un altro esperimento per testare la situazione, ovvero l’offensiva lanciata sulla base curdo-americana di Khusham da milizie filo-regime in cui avrebbero perso la vita oltre un centinaio di mercenari russi, ha dimostrato come gli americani non siano, almeno per adesso, per nulla intenzionati a lasciare mano libera a Damasco, Teheran e Ankara in quest’area.

Anche in questo caso è l’Iran, oltre ad Ankara, a spingere per una risoluzione aggressiva, che costringa gli americani ad andarsene il prima possibile. La presenza statunitense in questi territori vicini al confine con l’Iraq rappresenta infatti un pericolo intollerabile per la stabilità di quel corridoio territoriale che dai confini iraniani porta direttamente al Libano attraverso Siria e Iraq che Teheran ha costruito con pazienza e lungimiranza in questi ultimi anni di conflitto.

Infine, l’ultimo tassello del mosaico ancora lungi dall’essere risolto è rappresentato dal sud-ovest. L’area tra Daraa’ e Quneitra, ad oggi l’unica zona di de-escalation ancora più o meno tale non solo nel nome, potrebbe ritornare al centro del conflitto se un modus vivendi efficace non fosse trovato in tempi brevi tra Israele, Iran e i suoi proxy, in primis l’Hezbollah libanese.

Israele sembra aver perso fiducia nella capacità di Putin di fornire una qualunque garanzia sulla presenza iraniana nell’area, soprattutto dopo l’abbattimento di un drone di fabbricazione iraniana sul proprio territorio. Tel Aviv è quindi passata all’azione diretta, attraverso la massiccia ripresa delle operazioni aeree contro obiettivi iraniani in territorio siriano. Anche in questo caso solo trattative dirette tra le potenze regionali interessate – Iran, Siria, Israele e Giordania – sono in grado di portare a un modus vivendi relativamente stabile nell’area. Un compromesso che appare però sempre più irraggiungibile specialmente dopo l’abbattimento del caccia israeliano da parte della contraerea siriana il 10 febbraio.

E poi c’è Ghouta. Nonostante accordi per zone di de-escalation, accordi locali di tregua e perfino la risoluzione del Consiglio di Sicurezza approvata all’unanimità il 24 febbraio, difficilmente l’assedio di Ghouta finirà. E questa volta non per il mancato accordo tra potenze interessate o per qualche interesse contingente. Ma semplicemente per la ferma volontà del regime di Bashar al-Assad di eliminare l’ultima enclave ribelle nell’area della sua capitale. Con la Russia che, come ad Afrin e nel sud, anche in questo caso si ritrova costretta a controfirmare decisioni prese da altri, giostrandosi tra il Consiglio di Sicurezza, in cui la sua delegazione ha sostenuto la tregua umanitaria, e i suoi reparti sul campo che continuano in queste ore a supportare le operazioni militari sul martoriato sobborgo damasceno, mentre i suoi mezzi di propaganda cercano di convincere un mondo sempre più scettico che la strage di Ghouta è solo l’ennesima fabbricazione occidentale.

Nonostante le speranze, quindi, il nuovo ordine multipolare post-americano che si sta affacciando in Medio Oriente non appare meno sanguinoso, contorto e spietato del precedente, e le medie potenze regionali che ne sembrano sempre più le vere protagoniste non si stanno rivelando poi molto più sagge delle superpotenze del passato. Unica nota positiva, almeno per alcuni, è un panorama mediatico così caotico e variegato da permetterci, se lo desideriamo, di poter credere che tutto ciò non stia accadendo davvero.

@Ibn_Trovarelli

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