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Le guerre civili in miniatura che si combattono in Siria

I primi mercenari russi si sono scontrati con i ceceni dell’Isis 4 anni fa. Poi i salafiti libanesi contro i miliziani di Hezbollah, gli sciiti pakistani e afghani contro i connazionali sunniti, iracheni contro iracheni... Combattenti di jihad contrapposti, che ne sarà di loro?

I combattenti del gruppo ribelle di Ahrar al-Sharqiya partecipano ad un addestramento vicino alla città siriana settentrionale di al-Rai, in Siria, il 20 marzo 2017. REUTERS / Khalil Ashawi
I combattenti del gruppo ribelle di Ahrar al-Sharqiya partecipano ad un addestramento vicino alla città siriana settentrionale di al-Rai, in Siria, il 20 marzo 2017. REUTERS / Khalil Ashawi

È il 18 ottobre 2013 e la strada che in Siria porta da Palmira a Deir Ezzour è da settimane contesa tra diverse milizie, alcune fedeli al governo di Bashar al-Assad, altre fedeli a varie bandiere dell’opposizione, anch’esse spesso in lotta fra loro. Questa strada è infatti la porta d’accesso ai pozzi petroliferi del Paese e il suo controllo fa gola al regime così come ai signorotti della guerra locali.

Fa gola anche a un gruppo in quel momento sconosciuto ma che già si è fatto un nome nelle regioni del nord-est siriano per l’ideologia estremista, per i suoi numerosi combattenti stranieri, e per la grande efficienza sul campo di battaglia. Il gruppo ha da poco cambiato nome e meno di un anno dopo diventerà l’organizzazione terroristica più famosa del mondo: lo Stato Islamico in Siria e Iraq.

Ma nell’ottobre del 2013 i suoi miliziani sono inconsapevoli della fama che li aspetta. Stanno ancora consolidando il controllo di quest’area strategica quando individuano la nube di polvere sollevata da una colonna di mezzi che si avvicina. Quello che vedono non pare particolarmente minaccioso: vecchi bus Hyundai e alcuni pick-up con blindature fatte in casa.

I militanti dell’Isis non sanno che all’interno ci sono persone venute da molto lontano per combattere al servizio del regime di Assad, anche se formalmente fanno parte di un società contractor privata con sede legale a Hong Kong e assoldata da un non identificato cliente privato siriano. In realtà molti di loro sono stati reclutati da un’altra compagnia con sede a Mosca, la Moran Security Group, il cui direttore è Vyacheslav Kalashnikov, tenente riservista dell’Agenzia Federale per la Sicurezza russa - l’ex KGB - il quale racconta alle sue reclute che verranno mandate in Siria a difendere pozzi petroliferi per conto del regime siriano e con l’accordo del governo russo.

Ma ben poco dopo il loro arrivo, i 267 mercenari provenienti da ogni angolo dell'ex Unione Sovietica capiscono che i pozzi non li dovranno difendere ma riprendere dalle mani di milizie nemiche. Né loro, né i loro nemici che li aspettano all’altezza della cittadina di Sukhnah sanno che stanno per partecipare alla prima e unica battaglia siriana della Slavonic Corp Limited.

Come accaduto poche settimane fa a una analoga compagnia mercenaria russa, questa volta al servizio della società Wagner di proprietà dell’oligarca Yevgeniy Viktorovich - il cosiddetto cuoco di Putin -, anche la prima e unica esperienza di combattimento dello Slavonic Corp finisce in disfatta. I mercenari vengono rapidamente circondati, alcuni feriti gravemente, e ritornano in fretta e furia a Damasco da dove verranno reimbarcati per la Russia.

Questo episodio non è rivelatore solo di quanto va indietro nel tempo l’intervento indiretto della Russia e dei suoi contractor nel conflitto siriano. In quel periodo molti dei miliziani dell’Isis vengono dall’ex Unione Sovietica, soprattutto dalla Cecenia, col risultato che probabilmente quel giorno i russi combatterono contro individui della stessa lingua e forse persino della stessa nazionalità. Uno dei tanti episodi di guerre civili in miniatura che in Siria si sono sovrapposti in sette anni di conflitto.

Nello stesso anno avevano iniziato i libanesi: gruppi salafiti, col beneplacito del partito Futuro di Saad Hairiri, erano partiti per dare manforte all’opposizione siriana, mentre sempre nel 2013 Hezbollah, il Partito di Dio sciita, era intervenuto in forze sul fronte opposto. Sorte analoga era capitata dopo poco agli iracheni. I primi membri di Isis si erano infatti spostati dall’Iraq alla Siria nel 2012 e ben presto avevano iniziato ad affrontare i propri connazionali reclutati nelle milizie sciite a guida iraniana intervenuti al seguito dell’Hezbollah libanese.

Ma non sono solo i cittadini di stati limitrofi che si affrontano in Iraq e Siria. Dall’Asia centrale arrivano infatti i membri di intere divisioni che l’Iran, sotto il comando dei corpi speciali dei Guardiani della Rivoluzione e con l’addestramento dell’Hezbollah libanese, ha messo a disposizione del regime. Ci sono i 10-12 mila pakistani delle Brigate Zaynabiyoun, dal nome di Zaynab, la figlia dell’Imam Hussein, il cui mausoleo è custodito a Damasco e che è diventata il simbolo del jihad sciita in Siria.

Negli ultimi anni questi combattenti religiosi sono stati mandati in prima linea su quasi ogni fronte della guerra dove hanno spesso incontrato i propri connazionali sunniti arruolati soprattutto nell’Isis o nell’ex Jabhat al-Nusra, il braccio siriano di Al-Qaeda.

Una sorte simile, e forse ancora più drammatica, è quella toccata alle migliaia di afghani reclutati nei campi profughi iraniani dove, secondo varie stime, vivono ad oggi tra uno e due milioni di persone. Alcuni di loro, come i loro correligionari pakistani, sono stati motivati dal richiamo del Jihad sciita, mentre molti altri si sono arruolati in cambio del denaro necessario a sfuggire alle drammatiche condizioni dei campi profughi o per ottenere il permesso di soggiorno dalle autorità iraniane. I battaglioni degli afghani, raggruppati nelle Brigate Fatimiyoun, sono stati usati come vera e propria carne da cannone, mandati spesso a combattere gli stessi gruppi estremisti sunniti in cui, accanto a jihadisti pakistani, militano anche centinaia di afgani.

Jihad opposti, spesso combattute da connazionali, che lasciano i propri Paesi per andare a combattersi e spesso uccidersi in Siria, un Paese diventato ormai una sorta di campo di battaglia per il mondo intero. Un luogo dove molti di questi combattenti, quando sfuggono a morte o prigionia, acquisiscono armi, addestramento ed esperienza.

E mentre l’Occidente si prepara da mesi al potenziale ritorno di centinaia di foreign fighter nostrani, partiti per combattere al fianco dei gruppi estremisti sunniti, non è ancora chiaro cosa sarà di queste migliaia di combattenti sciiti. Potrebbero rimanere in Siria, a rafforzare la presenza filo-iraniana che così tanto preoccupa Israele e Stati Uniti. Oppure potrebbero essere spostati altrove, sempre sotto il comando dei Pasdaran iraniani, in Iraq, Yemen o su altri fronti dell’eterna proxy war regionale tra Iran e Arabia Saudita. O potrebbero portarsi armi ed esperienza a casa, facendo di Paesi fragili come Pakistan, Afghanistan o perfino Cecenia, i nuovi - e vecchi - fronti dei Jihad contrapposti di domani.

@Ibn_Trovarelli

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